Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Il capolavoro di Fellini riproposto al Festival di Venezia. Lo spazio pubblico diventa il luogo dei ricordi e della memoria individuale e collettiva 

Di

È come se lo spazio pubblico diventasse il luogo privilegiato delle pulsioni interiori, dei desideri reconditi di una personalità complessa e stravagante. La piazza come lo spazio in cui rappresentare il proprio vissuto sospeso tra realtà, ricordo, memoria e immaginazione.

Non si sbaglia chi definisce Amarcord uno dei film più “felliniani” (e autobiografici) del regista romagnolo. E non solo per il ritorno in quella Rimini abbandonata venti anni prima, con un pizzico di amarezza e di smarrimento, con I vitelloni; i riferimenti personali sono evidenti, così come non si può non notare l’assoluta libertà di uno sguardo che si alza sopra la cortina del moralismo, si libera della tradizione e si abbandona totalmente al piacere di una narrazione che si sposta verso la precarietà del ricordo soggettivo, filtrato attraverso la memoria e gli occhi del regista-uomo Fellini che torna bambino e ragazzo.

Riproposto al Festival del Cinema di Venezia nella sezione dei classici, Amarcord, premio Oscar nel 1974 come Miglior film straniero, è senza dubbio uno dei punti più alti (e controversi) dell’arte visionaria di Federico Fellini. Un film che condensa molti aspetti centrali dei film precedenti e li mischia con la volontà di raccontare un’epoca di apparente sfarzo e di profonda vacuità che corrisponde all’ascesa del fascismo e alla trasformazione antropologica di un popolo (dalla civiltà rurale e quella urbanizzata). Sono molti, vari e eterogenei i personaggi che Fellini mette in scena, in un affresco affabulatore che si concede alla trasposizione mitologica degli eventi senza però perdere di vista i riferimenti con la realtà. Il ricordo è la valvola da cui parte tutto, ma il filtro utilizzato è quello della fantasia, della libera invenzione, del sogno che si tramuta in reale (o in apparenza di reale). Come in altri lavori (8 e 1/2, Roma), Fellini carica la sua indole visionaria e conduce lo spettatore all’interno di una fruizione che lascia autonomia e libera interpretazione alla visione. Se non mancano le riflessioni in campo meta cinematografico, Amarcord si confronta anche con la storia recente dell’Italia, con un passato che molti hanno rimosso e che Fellini fa riemergere indossando la maschera tragicomica e grottesca dell’italiano medio.

Molti critici e storici hanno definito questo film un passaggio di consegne, la fine di un certo modo di intendere il cinema. Indubbiamente Amarcord raggruppa molte delle pulsioni primarie di Fellini (il sogno, il circo, il teatro, la gabbia della provincia), ma le iscrive dentro un nuovo senso corale che fa i conti con la storia e con le debolezze di un popolo. Fellini è sempre stato un maestro nel costruire un cinema che respira vita e sogno: con Amarcord si va oltre e un microcosmo sociale diviene il ritratto più sincero e vero di un’epoca al tramonto. E luogo ideale di questa rappresentazione non poteva che essere Rimini, città della nostalgia felliniana, dimensione della memoria, prigione esistenziale e creativa dalla quale Fellini si allontana definitivamente con questo film. Un commiato da un mondo che non solo fa parte del vissuto del regista, ma esprime riti, debolezze e tradizione di un popolo intero.

 

Federico Fellini
Amarcord
Italia - 1973

Con Magali Noël, Bruno Zanin, Pupella Maggio, Armando Brancia, Ciccio Ingrassia, Giuseppe Ianigro, Gianfilippo Carcano.
Durata 128 min

 

Michele Nardini

Michele Nardini

Michele Nardini è laureato in Cinema, Teatro e produzione multimediale all’Università di Pisa e ha alle spalle un Master in Comunicazione pubblica e politica. Giornalista pubblicista, sta maturando esperienze in uffici stampa e in redazioni di quotidiani, ma la sua grande passione rimane il cinema