Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Julianne Moore, Robert Pattinson, John Cusack, Mia Wasikowska, Evan Bird, Sarah Gadon, lo sceneggiatore Bruce Wagner e ovviamente David Cronenberg, ospiti della conferenza stampa dedicata all'ultimo film del regista Canadese, in concorso qui a Cannes 2014 e intitolato "Maps to the stars".  

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Un Q&A delirante e molto divertente quello dedicato a “Maps to the stars”, l’ultimo film di David Cronenberg in concorso a Cannes 2014, il grande regista Canadese ha respinto al mittente tutti i tentativi di assimilare il film ad una critica socio-politica lanciata esplicitamente contro Hollywood, a chi gli domandava quali fossero per lui gli aspetti più disgustosi del movie business ha risposto “non c’è niente di repellente, è un mondo favoloso; guardaci, ci stiamo divertendo moltissimo”

E se per Julianne Moore il cinema, esattamente come la letteratura, racconta la nostra vita portando in superficie quel desiderio di essere visti per sovrapporlo al nucleo famigliare, questa è la dimostrazione che l’esperienza hollywoodiana è in questi termini meravigliosa, oppure paradigmatica. “Maps to the stars potrebbe essere ambientato ovunque” ha aggiunto Cronenberg “nella silicon valley, oppure a wall street, in qualsiasi luogo dove le persone appaiono disperate, ambiziose, avide, non è affatto un attacco a Hollywood e allo showbiz”

Questo continuo slittamento di senso, che sarà accentuato nel corso della conferenza stampa, viene colto in modo sintetico e preciso da Enrico Ghezzi, che presente in sala domanda al regista canadese “Qualcuno, forse Samuel Johnson, diceva che per fare una commedia si deve credere nel sesso e per scrivere una tragedia si deve credere in Dio. Personalmente non ho mai visto un film come questo, è una brillante e tragica dimostrazione del fatto che per realizzare un film devi credere in Hollywood o comunque credere in tutto oppure in niente”. In fondo una brevissima ma ficcante recensione del film a cui segue la domanda dedicata all’ultimo film di Paul Schrader, The Canyons: “lo ha visto?” […] “no, non l’ho visto” ha risposto Cronenberg, “ma mi interessa molto, e spero di aver presto l’opportunità di farlo”

Eppure tra i giornalisti scorre quel disagio che non consente loro di collocare perfettamente il film, come fosse una scheggia impazzita di una realtà trans-mediale complessa; una delle domande rivolte a Bruce Wagner, è proprio sulla mutazione lagata alla necessità di esserci a tutti i costi, dallo star system classico all’esplosione dei social media: “Tutta l’esperienza Cannense mi pare un out-take da Maps to the stars, penso che nel futuro tutti saranno famosi per tutto il tempo, superando il limite dei noti quindici minuti Wharoliani. Perchè se ci riferiamo alla disperazione e al bisogno di essere famosi, ci sono una quantità enorme di testi Buddhisti che raccontano la sfida più grande per tutti gli uomini, incluso il più solitario tra gli eremiti; è la sfida della fama, quella che dovrebbe farti evitare la tentazione di dire, sono il più famoso tra gli eremiti solitari. Sono concetti che non cambiano in realtà, ci sono da sempre e riguardano il bisogno di essere visti e riconosciuti”

Cronenberg e Wagner, con modalità differenti, insistono sulla mutazione del senso quando il moderatore della conferenza stampa gli chiede di spiegare la presenza della poesia “Libertà” scritta dal poeta surrealista Francese Paul Éluard, testo che Mia Wasikowska ripete continuamente durante il film. Per Wagner il testo ha una portata malinconica enorme e confessa di averlo utilizzato come introduzione al suo ultimo libro, dopo aver interrotto una relazione. Per riconquistare la sua ex compagna ha inserito la poesia in prima pagina, dedicandola alla donna; “la poesia ha un significato del tutto intimo per me, mentre David l’ha riutilizzata in forme e situazioni completamente diverse dandole maggior risalto. David riesce a trasformare il tuo lavoro ed è anche un grande scrittore, abbiamo collaborato in modo molto dinamico, era come essere all’interno della capsula di Seth Brundle per mescolare i nostri DNA”

“Per me quella poesia è ancora viva” Ha detto Cronenberg da parte sua “può essere utilizzata in contesti differenti perchè è in grado di acquisire una nuova vita e nuovi significati; ci consente un lavoro di re-interpretazione infinita; senza pensare alle sue origini storiche l’ho trovata istintivamente molto intensa e provocatoria, quando poi, retrospettivamente, sono andato a studiarmi nel dettaglio tutta la sua genesi, ho visto che le intenzioni iniziali non erano quelle che sono state attribuite storicamente (N.D.R. Eluard compone “libertè” “alla macchia” nel ’42 come testo “di circostanza” mentre fugge dall’occupazione tedesca di Parigi) ma c’era dietro la dedica d’amore nei confronti di una donna. In pratica è come se Bruce avesse riscoperto in modo istintivo il significato originario e nascosto nella poesia”

Il senso dell’ironia, nel significato etimologico di so-vertire e ri-vertire, quindi dissimulare la realtà per svelarne mille altre, torna nella domanda a cui Cronenberg sembra in un certo senso tenere di più, quella di un giornalista che gli chiede il processo di lavorazione del film entro la forma “commedia”, secondo lui emersa completamente in superficie proprio con “Maps to the stars” rispetto ai suoi film precedenti

“Molti mi hanno detto che avrei dovuto cimentarmi con la commedia” ha risposto il regista canadese, “ma francamente non ho fatto altro. E questa potrebbe essere la “divina” commedia. Ogni film ha una natura differente e la sceneggiatura di Bruce ha una voce del tutto unica. Ho onestamente seguito la sceneggiatura in modo preciso e anche la sua visione di LA e delle persone che la abitano. È una sua responsabilità, non mia. Qui si elaborano tutti i toni, e si verifica un cambiamento costante da una scena all’altra, da un momento all’altro”

Sulla precisione della sceneggiatura ha parlato anche John Cusack: “abbiamo seguito principalmente le indicazioni del testo di Bruce, come fosse una piece, David è un regista assolutamente preciso, questo non ci toglie assolutamente creatività, ma non abbiamo improvvisato, è stato piuttosto un esercizio di precisione, almeno per me”

“David ti consente di tirare fuori il meglio” ha aggiunto Julianne Moore, “è molto comprensivo e gentile e ti accetta come sei cercando di ottenere la performance migliore in base alle tue caratteristiche, ma ovviamente lo script di Bruce era precisissimo ed è stato un piacere interpretarlo”. E a chi chiedeva all’attrice di Fayetteville come ha fatto a mantenere l’equilibrio in una parte così estrema lei ha risposto “semplicemente non ho avuto paura di uscire dalle righe, perchè l’ho fatto! Penso che la vita sia buffa, che la tragedia sia comunque anche comica, puoi trovare un lato umoristico in tutte le cose, queste sono persone che desiderano disperatamente essere riconosciute e amate, quindi abbiamo lavorato molto per rendere alcuni aspetti in modo più esteriore possibile invece di interiorizzare le caratterizzazioni, ci sono elementi buffi e anche tristi, relativi ad un gruppo di persone che perde l’ago della bilancia”

“Queste persone si disperano per poter esistere” ha sottolineato Cronenberg “Devono asserire la loro esistenza; il personaggio di Havana (Julianne Moore) è terrorizzato dalla possibile fine della propria esistenza, come attrice scaricata dall’industria vive come uno zombie, la sua disperazione proviene da qui così come la crudeltà e la perversione, perchè per lei è una questione di esistenza o di non esistenza”

Pattinson e Cronenberg vengono infine rispettivamente interpellati su aspetti che riguardano il sesso e le macchine; all’attore americano, che in “Maps to the stars” si cimenta in una performance sessuale dentro l’abitacolo di una macchina insieme a Julianne Moore, in una sequenza che ad un giornalista ha ricordato l’amplesso con la Binoche in Cosmopolis, viene chiesto di dare un voto alle prestazioni delle attrici: “Beh, do un sette ad entrambe, ovviamente l’esperienza con Julianne è stata meravigliosa, è estremamente calda”

A Cronenberg tocca una domanda su sesso e macchine che parte da Crash e arriva all’ultimo lavoro: “Crash fu in qualche modo aspramente osteggiato da Ted Turner perchè ne controllava la distribuzione. Diceva che gli spettatori, dopo aver visto il film, avrebbero avuto il desiderio di fare sesso in macchina. C’è un’intera generazione di Americani che hanno generato prole dentro le ford del 1950. Una buona parte della rivoluzione sessuale viene dalle macchine, era la libertà. Era un’occasione di fuga, e permetteva di andarsene a scorrazzare per la strada. Non penso affatto di aver esplorato nuovi territori. E apparte questo, perchè non provare a fare sesso in macchina? Ci sono automobili meravigliose da queste parti!”


 

Michele Faggi

Michele Faggi

Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi