giovedì, Gennaio 27, 2022

Venezia 62 – Brokeback Mountain (Ang Lee, USA 2005)

Ang Lee è un grande creatore di consenso. Uno sguardo che gioca di mainstream, saltella tra i generi ed è capace di incassare denari. Eppure, oltre a incassare sferra, e sferra colpi bene assestati e mai sotto la cintola. Regista taiwanese affascinato da Hollywood e dal suo sistema, Ang Lee ha maturato uno stile “mutante” che mantiene fermi alcuni punti: una curiosità analitica e mai morbosa, una solidità narrativa che accoglie, nelle sue pieghe, scarti improvvisi, e un genio per la fissazione di nuovi standard di “genere”. Ang Lee, sia chiaro, non è Kubrick. Ciononostante è impossibile pensare al cappa e spada orientale senza fare i conti con La tigre e il dragone, o pensare a un adattamento letterario austeniano senza studiarsi il suo Ragione e sentimento. Tempesta di ghiaccio è un’interpretazione severa e, davvero, agghiacciante, dell’America di trent’anni fa. Un film sociologico acutissimo, che forse un nativo americano non avrebbe mai saputo fare. Anche Hulk ha lasciato una traccia nel filone dei marvelmolvies, sebbene avremmo visto meglio Ang a girare The Fantastic Four, che in Ice Storm sono la lettura preferita del giovane protagonista. Ecco, Ang Lee crea consenso ma non dispensa, ehm, panem et circenses. Le sue sono immagini riconoscibili e rassicuranti che ispirano fiducia. Ma è a film inoltrato, a fiducia conquistata, che i suoi film cominciano a scrollare lo spettatore mettendo a segno una gamma di interventi che vanno dal tap tap sulla spalla al sonoro ceffone. Un’operazione che non tradisce la fiducia, ma piuttosto le aspettative. Le rivoluziona, le alza, le premia.

Brokeback Mountain è una storia d’amore americana. Classica, tragica,universale. Non è la prima volta che Ang Lee tratta l’amore omosessuale e le sue complicazioni sociali e personali. In questo senso è molto più illustrativo Il banchetto di nozze, film vicinissimo al regista, delicato e sentito. Se Brokeback Mountain dovesse essere incasellato in un genere, questo genere sarebbe piuttosto il western. Un western crepuscolare, amarissimo, dove i cowboy hanno la pancia, ai pistoleri si sostituiscono i venditori di macchine e i super panorami sono attraversati da persone con super problemi. Un western Peckimpah-style, il Peckimpah triste, cantore dei perdenti: quello di Junior Bonner (1972). Forse non è un caso che uno dei protagonisti sia carne da rodeo. Brokeback Mountain è tratto da un racconto di Anne Proulx, tradotto in italiano col titolo Gente del Wyoming, cosa che suona vagamente giffordiana (tra Gente di notte e il suo ultimo romanzo, Wyoming). Brokeback Mountain è un film lineare: una parabola, come tutte le storie d’amore. Jack Twist e Ennis Del Mar si incontrano tra i monti del Wyoming, lavoratori stagionali incaricati di badare a un gregge di mille pecore. S’innamorano, ma non lo accettano. Gli anni passano, Ennis si sposa e ha due figlie. Riprendono a vedersi con una certa regolarità. Anche Jack si sposa e ha un figlio. Le rispettive situazioni famigliari sono disastrose. Gli anni passano, passano. Jack muore. Ennis vive solo, nel suo trailer. Jack voleva che le sue ceneri fossero sparse a Brokeback Mountain, l’unico posto dove è stato felice.

Brokeback Mountain Da un punto di vista prettamente commerciale, l’asso nella manica del film è il soggetto così riassumibile: storia d’amore tra cowboy. Mai visto prima, se non in qualche porno. A priori parrebbe una provocazione frontale nei confronti dell’America profonda, bushiana: l’America provinciale, bigotta e machista, non certo quella stralunata e ingenua del Lynch di Una storia vera. Brokeback Mountain potrebbe venire scambiato per un Gohatto privo di appigli storici, una semplice storia “diversa”. Non lo è, così come La mala educación non è una storia di abusi sessuali in sagrestia. Entrambi vanno oltre e si tuffano in una oscurità – atroce e dolcissima – che ci riguarda tutti. Brokeback Mountain sembra ambientato nell’Ottocento. Anche in questo caso, non lo è. Si svolge tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta. L’incontro con un gruppo di fricchettoni a una sagra di paese sortisce l’effetto di uno scossone: pensavamo fosse La casa nella prateria, invece è quasi il qui e ora. Il film fa perno su un contesto universale – la Provincia – ed elabora temi universali: il Desiderio, la Responsabilità, il Rispetto delle convenzioni. Desiderio che tutto rade al suolo e tutto innaffia, (ir)responsabilità nei confronti di chi si ama (e di chi ti ama), rispetto e paura, cioè a dire immobilismo, nei confronti delle convenzioni. La storia d’amore lunga e complicata tra Jack e Ennis è in questo esemplare, tuttavia scelta a random. E tutte le complicazioni sono omoindotte, non eteroindotte. In parole povere, Jack e Ennis si mettono i bastoni tra le ruote da soli. Sono la riluttanza di Jack, la sua introversione, il suo animo da loser a fare affondare la barca.

Brokeback Mountain Brokeback Mountain è diretto con uno stile semplice e seduttivo, venato di raffinatezze che emergono nella forma di inserti di montaggio, flash che per un attimo lacerano la tela, compostissima, della Storia Americana. Dettagli che crescono nella memoria, e insistono. Uno per tutti: la morte di Jack. Ennis si vede tornare indietro una cartolina con la motivazione “deceduto”, e chiama la moglie di Jack per la prima volta. Questa, quasi fosse un automa, racconta svogliatamente la storiella precotta di un incidente domestico. Noi, per pochi secondi, vediamo tre uomini che sprangano un corpo. Premessa: Ennis, da bambino, venne portato dal padre a vedere il cadavere di un “invertito” che fu trucidato da ignoti, trascinato per il pisello nella polvere, evirato e maciullato. Una visione pasoliniana. Che valore assegnare a quei pochi secondi? È la verità, cioè la morte di Jack? È la ricostruzione che l’Ennis bambino fece di quella morte violenta? È un sospetto, è incertezza pura. Noi (pubblico) sappiamo che Jack avrebbe potuto cacciarsi nei guai, sentiamo che sua moglie sta recitando invece di raccontare un lutto, vediamo che Ennis ha un’intuizione, una luccicanza. Di luccicanze indefinite e preziose, o intense e incontrovertibili, è cosparso tutto il film. Una cartolina raddrizzata e un giuramento lasciato a metà, due paia di camicie insanguinate strette al petto, un lago in mezzo al nulla dove non si va per pescare, una tv spenta, accesa e di nuovo spenta, e un altro flashback spaccacuore. Lo sguardo amareggiato di Jack mentre Ennis se ne va per l’ennesima volta, pavido e sfuggente, viene montato con quello del Jack di venti anni prima, palpebre basse, sorriso sognante. Ennis lo abbraccia e gli mormora che i cavalli dormono così. Poi salta in sella e si dirige verso il gregge. Quella volta si sarebbero visti al tramonto. Dopo che il caravan di Ennis gira l’angolo, invece, non si sarebbero rivisti più. Mai più.

Simone Buttazzi
Simone Buttazzi è nato a Bologna nel 1976 e ora vive in Germania. Si è laureato con una tesi sull’immagine-pulsione di Gilles Deleuze e le sue occorrenze cinematografiche. Dal 2002 lavora in campo editoriale come traduttore (dall’inglese e dal tedesco), redattore e consulente. In rete, oltre che su Indie-eye Network scrive per numerose testate di Cinema e Letteratura.

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