71 di Yann Demange: la recensione

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Dopo il successo di Top Boy, serie televisiva prodotta da Channel 4 tra il 2011 e il 2013 e ambientata tra le street gang  dell’east London, Yann Demange si avvicina alle sue origini nordirlandesi con quello che è a tutti gli effetti il suo primo lungometraggio per il cinema. Lavorando su una sceneggiatura di un autore televisivo, Gregory Burke, imbarca nel progetto il direttore della fotografia con cui ha lavorato anche nelle produzioni per Channel 4, Tad Radcliffe, e si immerge in una ricostruzione dei “Troubles”, ovvero la cosidetta “guerra a bassa intensità” che tra gli anni 60 e la fine dei 90 ha incendiato le strade dell’Irlanda del Nord.

Demange sceglie una strada diversa dal solito, assumendo il punto di vista della recluta britannica Gary Hook (Jack O’Connell), trasferita improvvisamente a Belfast insieme al plotone di cui fa parte, proprio nel vivo del conflitto.
Attraverso una mappatura militare del territorio, Demange ci mostra immediatamente le divisioni in seno alla città, una netta distinzione delle aree occupate dai nazionalisti cattolici e quelle controllate dagli unionisti protestanti.

La prima missione assegnata al piccolo plotone penetra direttamente in un’area Cattolica, dopo alcuni segnali apparentemente innocui, lo scenario che si apre è quello di una vera e propria zona di guerra, dove una folla armata di pietre si confronta direttamente con i soldati Inglesi mentre alcuni di loro cercano delle prove in una casa che da sulla strada, minacciando una madre di famiglia.

Demange sceglie di stare “negli eventi” e si serve di una visione convulsa che abilmente, alterna l’instabilità della camera a mano con un’attenzione ai dettagli e ai piccoli movimenti di massa, tanto che questa prima parte, mantiene una tensione estrema e brutale non troppo lontana da certo cinema horror che flirta con i dispositivi del reale.

Demange mostra da subito le contraddizioni di una terra dilaniata servendosi di un approccio muscolare e rinunciando a qualsiasi tentazione didascalica; Gary Hook si lascerà dietro i compagni massacrati, in una disperata fuga verso il niente, una progressiva perdita di se all’interno di un contesto politico e di sopravvivenza che cambia continuamente volto e assetto.

Sebbene O’Connell assuma a poco a poco le caratteristiche di uno Zombie, siamo lontani dal “sonnambulismo” di Andrea Riseborough nello Shadow Dancer di James Marsh, dove l’ambiguità del punto di vista subiva un trattamento molto più sottile; Demange a un certo punto si perde nella seduzione di un dispositivo funzionale che in parte ricorda il “giocattolo” di Ti West, senza comunque raggiungere la disonestà in stile “vice magazine” di The Sacrament, ma ottenendo un risultato molto simile quando a un certo punto quello che sembra la vera e propria zona proibita risulta essere la pressione esterna del fuori campo, ovvero qualcosa che grazie alla visione e non certo ai colpi bassi, rovesci il nostro modo di vedere le cose; una possibilità del tutto inerente se pensiamo al modo in cui il regista di origini Irlandesi cerca in tutti i modi di costruire un film immersivo, ansiogeno, dove la perdita dell’orizzonte visivo diventa l’unico sguardo possibile.

Invece di sfruttare sino in fondo questo disorientamento, si attarda sulla costruzione di un incastro a volte stucchevole tra la differenza dei formati, un 16 mm sgranatissimo per gli esterni e un’improvvisa virata sul digitale per tutte le scene notturne; la colonna sonora cronometrica, quasi in stile Carpenter, composta da un veterano come David Holmes; e infine sullo stesso gingillo action che assume troppo spesso la quadratura negativa dei prodotti televisivi.

Rimane comunque una interessante vicinanza ai corpi e ai volti, che salva il film almeno nei momenti in cui la prossimità si fa disperatamente fisica.