lunedì, Gennaio 18, 2021

Anton tut rjadom (Anton’s right here) di Ljubov’ Arkus – Venezia 69, Concorso

Anton si protegge sotto una coperta. Anton ha grandi occhi, ma il suo sguardo è altrove. Anton scrive. Scrive ovunque, sulla carta sui muri sulla sabbia. Scrive con la sua penna preferita, quella blu. Anche Ljubov’ scrive. Scrive da sempre e scrive bene. Ljubov’ Arkus è una critica cinematografica, Anton Charitonov è un ragazzo autistico. Si sono incontrati per via di un testo, scritto da Anton a quattordici anni e pubblicato su internet, che si chiama “La gente”. Eccone alcuni stralci:

La gente può essere buona, felice, triste, gentile, buona, riconoscente, grande, piccola. […] La gente sta vicino a casa. La gente sopporta. La gente disegna. La gente scrive. […] La gente va via, esce, scappa. Sta seduta, muore, si toglie i calzini. La gente non sopporta. Parla ancora. […] Si perde. La gente toglie la pelle. […] La gente è seduta, in piedi, calda, tiepida, fredda, vera, di ferro. Allegra. Seria. Normale […] E’ profonda. La gente finisce. La gente vola.

Così nasce la storia che la Arkus ci racconta, dopo quattro anni di lavorazione, in questo splendido documentario composto da cinque capitoli che scandiscono le tappe fondamentali della vita di Anton durante uno dei momenti più drammatici della sua esistenza: la morte della madre, l’unica persona a prendersi cura di lui. Il soggiorno in ospedali psichiatrici e in comunità di accoglienza segna la sua condizione altalenante fra cadute regressive e lievi miglioramenti, ma soprattutto chiarisce allo spettatore un fatto: contrariamente ad altre malattie curabili con i soldi e con strutture adeguate, per un autistico contano relazioni affettive profonde e stabili; se queste mancano per lui è la fine. Le condizioni di Anton peggiorano dopo la separazione dei genitori e la reclusione in una clinica psichiatrica. Smette non solo di scrivere ma anche di parlare. Un mese e mezzo dopo l’incontro con la Arkus, la mamma di Anton, Rinata Charitonova, si ammala di leucemia e deve curarsi. Lui nel frattempo viene accolto in una colonia estiva per ragazzi autistici sul lago Onega. Il ragazzo si riprende, ricomincia a parlare, scrive qualche lettera sulla spiaggia in riva al lago, passeggia a lungo da solo. Qui iniziano le riprese del film e il primo incontro di Anton con la macchina da presa, il terzo protagonista di questa storia. La Arkus spiega che Anton la percepisce come un essere vivente che lo segue a distanza e che poi entra in rapporto intimo con lui. All’inizio la ignora, poi si avvicina e la ricerca. Alla fine del film la prenderà e la punterà verso il cielo con un sorriso radioso.

Lungi dall’essere un reality per fanatici del “dolorismo”, questo è invece un documento che non dà tregua alla coscienza dello spettatore: rifiuta a priori di stimolare le facili corde della compassione e mette in discussione il concetto di normalità dimostrando che tutti, più o meno, siamo autistici – la sola differenza è nel grado in cui lo siamo. Anton vive in un mondo di sensibilità assoluta come quello della nostra infanzia: emozioni violente, fragilità e totale dipendenza dagli altri. Per dirla con la Arkus, l’autismo è non proprio e non solo una malattia, ma un ipertrofismo della sensibilità umana che da adulti abbiamo perduto. Una sensibilità analoga a quella degli artisti, che conservano un rapporto di risonanza col mondo e ne restituiscono l’immagine profonda. Il film ha la rara forza di scatenare una profonda reazione di empatia anche per merito delle straordinarie immagini dell’operatore e direttore della fotografia Ališer Chamidchožaev che sa cogliere nello sguardo di Anton la delicatezza dei suoi turbamenti e la ricettività a qualsiasi stimolo. Anche la Arkus  non può resistere a questa magnetico richiamo e a un certo punto la voce fuori campo fa irruzione nella storia – la vediamo all’inizio impacciata rispondere con rigido timore agli improvvisi abbracci di Anton, attratta e timorosa, poi coinvolta fino al punto da rimettere in discussione se stessa, la sua storia, il rapporto con il padre e la sua perdita, il timore di legarsi a qualcuno per non perderlo. L’allieva del padre del formalismo russo Viktor Šklovskij, fondatrice e caporedattrice di “Seance”, una delle riviste di critica cinematografica più prestigiose del web russo, ha rivoluzionato la sua vita, in virtù di questa esperienza e delle scelte personali che ha provocato (“Non avevo alcuna intenzione di rivoltare l’anima, ma non ho avuto scelta”).

Alla realizzazione del film hanno partecipato, con consulenze e contributi tecnici, i maggiori registi e produttori russi del momento (tra gli altri Aleksandr Sokurov e Aleksej Balabanov). Premio Mouse d’Argento della critica web a Venezia 69 “per la lezione sull’etica dello sguardo nei confronti del dolore altrui”.

Catia Renna
Catia Renna ha studiato slavistica alla Sapienza di Roma, dove ha conseguito un dottorato di ricerca. Ha tradotto le opere di Viktor Pelevin. Ha lavorato come consulente e addetta stampa per alcune produzioni cinematografiche russe e italiane. Ha pubblicato uno studio sull’immaginario letterario russo nel cinema gotico di Mario Bava. Vive a Milano.

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