Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Novembre 30th, 2012
30° Torino film Festival – I.D. di Kamal K.M. (India, 2012) – Concorso

Di

Presentato ai Festival Internazionali del Cinema di Abu Dhabi e Mumbay, I.D. è nato da un progetto collettivo, Phase One Collective, di produttori e artisti come il tecnico del suono Resul Pookutty, il fotografo Rajeev Ravi, lo scenografo Sunil Babu, l’editore e direttore della fotografia B. Ajithkumar Madhu Neelakandan.
Sceneggiato e diretto da Kamal K.M., cresciuto al Cinema e Televisione Institute of India, è un film sull’identità e la sua perdita, una straordinaria presa diretta sulla globalizzazione postindustriale in India e su realtà tragicamente somiglianti in tutti gli emisferi. Cambiano i nomi, se non si perdono nell’anonimato, come nel film, ma la sostanza rimane identica. Divisioni di casta e antiche tradizioni sacre (ricordiamo lo straordinario viaggio di Rossellini negli anni sessanta) tutto sembra ingoiato da giungle di cemento omologate, chiuse dentro un anello di discariche dove sorgono baraccopoli per un’immigrazione interna di uomini senza nome, masse ostaggio di caporalato che assegna il lavoro ai gruppi,  divisi per categorie, in attesa agli angoli delle piazze.
Cinema lontano anni luce dalla fabbrica di sogni bollywoodiana, si gira a basso costo, digitale o 16mm, s’inventano storie minime che aprono scenari su un filone neorealista di forte impatto.
Bombay Boys
di Kaizad Gustad, Hyderabad Blues di Nagesh Kukunder, Mango Soufflé di Mahesh Dattani o English August di Dev Benegal sono titoli che cominciano a circolare: “E’ un tentativo di fare cinema non di mercato nè orientato al profitto – dicono ID è realizzato in Hindi solo perché la storia si svolge a Mumbay e a molti di noi nel collettivo capita di lavorare lì. Tutti noi lavoriamo nel mainstream e questo è ciò che ci ha aiutato a fare un film come ID. A seconda del risultato del film, speriamo di annunciare un progetto entro la fine dell’anno. Ogni giorno, a Mumbay, vediamo centinaia di immigrati che arrivano a frotte da luoghi diversi dell’India. Scompaiono il giorno successivo. In una megalopoli come Mumbay nessuno sa o se ne frega se questi immigrati scompaiono. Attraverso il nostro film e la protagonista Charu  prendiamo come modello gli abitanti di Mankhurd, uno dei luoghi abitati da questa forza lavoro migrante. Per inciso, è una delle più grandi discariche di rifiuti in Asia e questi lavoratori si guadagnano da vivere con la spazzatura che viene scaricata lì “.

Immersione  nello spazio profondo della forza lavoro migrante, gli autori raccontano che le riprese live sono costate alla troupe una vera e propria guerriglia. Le carrellate con steady cam semi impazzita fra i rumori assordanti del traffico e la frenesia dello stile di vita cittadino  diventano vere discese agli Inferi quando si arriva in periferia, mondo brulicante di miserabili senza nome, non c’è casellario o database che li contenga, vere fogne a cielo aperto ad alta densità demografica.
Charu (Geetanjali Thapa) è l’eroina della storia, uno smart phone la sua spada. Divide con due amiche un appartamento in un grattacielo di Mumbay (nome hindi di Bombay)
Graziosa, buona famiglia, studi giusti, buone prospettive di carriera nel marketing, avrà un colloquio di lavoro domani, stasera una festa di compleanno in casa con amici, ma ecco che alla porta suona qualcuno. E’ l’imbianchino (Murari Kumar) chiamato per pulire una parete del salotto. Doveva venire il giorno prima, un disguido del “caporalato” e Charu, indaffarata e sbrigativa, con lo smart phone incollato all’orecchio, amici o lavoro, appuntamenti o chiacchiericcio futile, non perde tempo. Ormai l’uomo è lì, cerchi solo di fare in fretta. Nell’attesa gira per casa, si prepara un megapanino ipercalorico, si siede sul divano col succo d’arancia e lui lavora. All’improvviso l’imbianchino le chiede un po’ d’acqua. Il tempo di andare in cucina e tornare, l’uomo non c’è più. Sul muro una mano stampata nella tempera bianca, uno strano sgocciolamento e lui, steso a terra, dietro il divano.
Kamal
ha il senso del tempo cinematografico. Questa prima sequenza sembra al rallenty, è un segmento temporale molto breve ma c’è l’attesa, il tempo sospeso, sentiamo che sta per accadere qualcosa mentre la mdp si muove fra le stanze, focalizza dettagli, ci fa vedere solo per pochi secondi il viso un po’ sudato dell’uomo e quello sguardo remissivo.
Tre macrosequenze: la prima, a casa di Charu, la seconda è l’odissea della ragazza con un corpo senza nome in giro per Mumbay in cerca di un ospedale, quindi ricovero e morte dell’imbianchino. La terza è il viaggio di Charu alla ricerca del’I.D., l’identità negata, affogata nelle luride pozzanghere della baraccopoli dell’hinterland brulicante di uomini e spazzatura.
Charu parte per una ricerca che potrebbe non fare, al commissariato le hanno detto che sistemeranno tutto loro, il padre al cellulare le fa predicozzi inascoltati, le amiche sono troppo prese da affari di corna e di cuore per darle retta. Ma c’è qualcosa che la costringe ad andare avanti, con lo smartphone aperto sulla foto dell’uomo presa all’obitorio.
La  macchina da presa è il suo occhio, incapace di fermarsi nella ricerca di quel nome, agglomerati urbani e suburbi desolati sono il set di un horror che finirà con lo smartphone in una pozzanghera.
L’ultima immagine di quell’uomo finisce così, irrecuperabile nell’acqua sporca. La realtà torna ad imporre le sue leggi ad un mondo incanaglito e sconfitto, la storia di Charu e dell’imbianchino senza nome era solo una favola.

Paola Di Giuseppe


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