sabato, Agosto 15, 2020

Schlafkrankheit di Ulrich Köhler – Berlinale 61, Concorso

La tripanosomiasi africana umana, volgarmente detta malattia del sonno, dà il titolo al film battente bandiera tedesca che più di tutti si candida all’Orso d’oro. Ulrich Köhler è il marito di Maren Ade (Orso d’argento nel 2009 per Alle Anderen) e insieme a lei fa parte di quell’ampia graffa chiamata Berliner Schule, cioè a dire i registi formatisi alla dffb di Berlino che usano la rivista «Revolver» come megafono ufficiale. Il film collettaneo Deutschland 09, di due anni fa, è un ottimo biglietto da visita per l’idea di cinema della Berliner Schule così come per quella del gruppetto X-Filme Creative Pool (Tykwer, Levy, Becker), ma se Tykwer & Co. puntano alla “sensazione” e allo sberleffo, la Berliner Schule è il regno della sobrietà e del distacco, un cinema rigoroso e rinunciatario, trattenuto, quasi con velleità scientifiche.

La Berliner Schule è una discreta fucina di talenti – citiamo almeno Benjamin Heisenberg, Christian Petzold e Angela Schanelec – ma finora le è mancata la svolta, il riconoscimento internazionale. Quando si parla di Nuov(issimo) Cinema Tedesco, con riferimento agli anni che vanno da Lola corre in poi, nessuno dei “pool” creativi la spunta sull’altro, del resto le personalità attualmente in campo sono tante, diversamente talentuose e variamente alleate – oltre ai succitati, mettiamoci dentro anche Matthias Glasner, Oskar Roehler, Andreas Dresen e Fatih Akin. Che con la BS non hanno pressoché nulla a che spartire. Orbene, sulla carta Schlafkrankheit ha tutta l’aria di un’Opa targata Berliner Schule al massimo premio della Berlinale, in quanto si parla d’Africa, Europa, rapporti umani in crisi e il film vanta una costruzione spiazzante, “da festival” per intenderci.

Memorabili, questo sì, i titoli di testa, che si compongono pian piano sullo schermo come un puzzle (a cominciare dalle voci “luce” e “suono”), scompaiono lasciando solo le lettere del titolo e quest’ultimo viene spazzato via da un camion rugginoso nella notte. Canovaccio di massima: il dottor Ebbo Velten (Pierre Bokma) intende lasciare il Camerun dopo molti anni per fare ritorno in Germania, dove l’attendono la moglie Vera (Jenny Schilly) e la figlia Helen (Maria Elise Miller). La moglie, anch’ella medico, lo ha a lungo affiancato nel lavoro di monitoraggio delle epidemie.

Esattamente a metà film arriva un nuovo personaggio, il dottor Alex Nzila (Jean-Christophe Folly), francese di origini congolesi, che viene spedito in Camerun per valutare l’andamento della missione affidata a Velten. Lo spettatore si rende conto – non subito – che tra i due blocchi narrativi vi è uno iato di tre anni, e che a Velten è successo qualcosa. Invece di tornare in Europa, si è lasciato andare a una sorta di sonno della professionalità, dell’etica famigliare e della ragione… Senza indugiare in spoiler, è evidente che il titolo del film ha un valore metaforico e che il tema principale è la vita africana vissuta con occhi da straniero.

Velten è un europeo in Africa, una mosca bianca con una posizione elitaria e la possibilità di affrontare con la giusta misura (almeno inizialmente) la corruzione dilagante e i malcostumi sociali di uno Stato che non vive della propria economia, ma degli aiuti provenienti dall’estero. Nzila è un europeo d.o.c., un “piedidolci” che fatica a interiorizzare la cruda realtà di un continente problematico e dormiente su cui girano voci fin troppo edulcorate. L’incontro tra i due non genera le scintille sperate ed è più che un altro un breve periodo di affiancamento tra un uomo che sta affondando, alla fine di un lungo percorso, e un uomo che quel percorso l’ha appena cominciato. Sulla carta, Schlafkrankheit ha dalla sua un soggetto coraggioso che affronta il tema degli aiuti all’Africa senza peli sulla lingua, una serie di location capaci di attirare l’attenzione di noi turisti per caso e una scansione narrativa che lancia il guanto della sfida allo spettatore.

In concreto, Köhler butta tutto alle ortiche scambiando l’indolenza della messa in scena con il distacco da entomologo e prediligendo l’ellissi alla chiarezza. Il regista sostiene di essersi ispirato a un classico della letteratura africana, Season of Migration to the North (1986: il titolo originale è in arabo), che a sua volta riscrive Cuore di tenebra in salsa africana con un giovane protagonista omosessuale. Ebbene, Nzila lo è, ma la cosa non ha alcun rilievo nella trama, mentre l’accento viene posto su Velten, prima marito affettuoso poi bigamo distratto, che finisce immolato – o semplicemente tolto di torno – verrebbe da pensare, proprio per via del suo comportamento fedifrago.

A togliere ogni dubbio è l’apparizione (molto probabilmente digitale) di un ippopotamo, animale estraneo alla fauna camerunense, che nel corso del film era stato citato come una specie di ripristinatore dell’ordine morale. Il film s’interrompe con questa epifania poco plausibile e sui titoli scorre Moments in Love degli Art of Noise. Due scelte opinabili che equivalgono a tagliare la corda con un fumogeno invece di chiudere, con la nettezza di cui si sente il bisogno, i tanti circuiti aperti dal film.

Simone Buttazzi
Simone Buttazzi è nato a Bologna nel 1976 e ora vive in Germania. Si è laureato con una tesi sull’immagine-pulsione di Gilles Deleuze e le sue occorrenze cinematografiche. Dal 2002 lavora in campo editoriale come traduttore (dall’inglese e dal tedesco), redattore e consulente. In rete, oltre che su Indie-eye Network scrive per numerose testate di Cinema e Letteratura.

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