martedì, Ottobre 20, 2020

Cosmopolis di David Cronenberg: la realtà de-codificata

 

Non c’è tempo per non farlo”. Spiega Packer (Robert Pattinson) alla moglie semi-sconosciuta (Sarah Gadon). Nella N.Y. post-capitalista l’amplesso è un impegno, il denaro una forma d’arte e il tempo è agli sgoccioli. Anzi, peggio. E’ un “bene aziendale”. Ma Eric Packer è un giovane squalo della finanza: sa quello che vuole, sa quando lo vuole e anche da chi. Sa persino il futuro. Fino a prova contraria…

A un anno di distanza dall’uscita di A Dangerous Method, Cronenberg accoglie la sfida di Paulo Branco e porta sullo schermo il Cosmopolis di DeLillo. Ma il romanzo non è che il punto di partenza per un film perfettamente inserito nella poetica del regista.

Ci aveva lasciato con Jung e Freud persi nell’impossibile mappatura della psiche ed ecco che ne è stato di un secolo di Occidente. La realtà di Cosmopolis è un’entropia malamente filtrata da rappresentazioni inadeguate e fallaci. Eric Packer la vive soltanto per interposta persona, con un intero staff cha fa da tramite con l’esterno, raccoglie i dati e li riferisce. Per l’universo asfittico della limousine i mercati sono numeri sui monitor, le minacce la faccia di un bodyguard al finestrino e la rivolta sociale nient’altro che stilemi tracciati con lo spray sulle fiancate.  Nell’alienazione del suo abitacolo si consuma l’odissea capitalista, si mischiano e si accavallano sesso e affari, ispezioni mediche e commiati funebri, perle di saggezza e brandelli di cultura. Ma non il taglio dei capelli. Quello è il “rito” per cui Eric è disposto a rischiare la vita e attraversare da una parte all’altra una Manhattan in piena sommossa.

In una realtà codificata dai simboli- dove persino immaginare il futuro è immaginarne i titoli e gli slogan-“aggiustare il taglio” è scolpire l’immagine che definisce identità. Il barbiere è allora il sacerdote investito del potere di farlo, l’unico depositario del passato di Eric, il solo rapporto con le radici che conservi un approccio cultuale. Ma anche questo non è che un feticcio illusorio e quando il mondo di Eric si sgretola, fatalmente fiaccato dall’imprevedibile, il taglio ne riflette l’irrimediabile dissesto.

Trincerato dietro gli occhiali scuri e un’automobile insonorizzata Packer è l’emblema dello scollamento tra capitalismo e mondo reale, totalmente assorbito nei codici di un sistema ormai prossimo al collasso e corroso dalle psicosi contemporanee. Prima tra tutte, quella dell’interpretazione della realtà attraverso i segni per prevedere e anticipare il futuro, che all’ossessione divinatoria per l’andamento dei mercati unisce l’ansia preventiva tipica delle crisi- e degli Stati Uniti post 11/9.

La presa di coscienza della cellula degenere- sia questa l’errata previsione di mercato o l’asimmetria “endemica” della prostata- determina il crollo delle certezze di Packer e l’implosione del suo universo. Nella proliferazione del caos (di cui il ratto è il simbolo) Eric fa fronte alla propria incapacità di comprenderlo. Vi si immerge progressivamente spogliandosi di ogni filtro intermedio, dagli occhiali fino alla scorta personale. La sua parabola discendente è un disperato affrancarsi dai suddetti codici, dalla loro ripetizione identica e autoreferenziale: appropriarsi del codice che dà accesso all’agire– nella fattispecie quello della pistola- per poi tentare di superarlo alla ricerca del gesto imprevedibile, dell’azione anomala e quindi unica, il prototipo originale (“Cosa stai facendo?” “Non lo so”).

Cronenberg mette in scena la migliore rappresentazione cinematografica dell’instabilità contemporanea, traducendola nella dissociazione tra linguaggio ipertrofico e messa in scena essenziale. La macchina da presa incombe sui volti come memento mori, incollando i personaggi in perimetri claustrofobici in cui il contesto è solo sfondo fuori fuoco. La nemesi di Packer, il suo doppio speculare (Paul Giamatti) è l’ultima, delirante illusione di equilibrio. Ma non c’è alcun ritorno all’ordine, nessuna ottimistica speranza di armonia.

 

 

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Lisa Cecconi
Lisa Cecconi
Lisa Cecconi è nata a Firenze nel 1984. Si è laureata all’Università di Bologna in Cinema, televisione e produzione multimediale con una tesi sulla strumentalizzazione dell’immaginario apocalittico nel cinema hollywoodiano. Ha seguito numerosi festival collaborando talvolta all’organizzazione, alla stesura dei cataloghi critici e alla presentazione dei film in rassegna. Attualmente coltiva la sua passione per il cinema scrivendo recensioni on-line.

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