La filmografia di Sean Byrne ci ha abituati ad una costante deterritorializzazione degli stereotipi horror, individuando spesso un punto di convergenza tra la loro esasperazione e un palese sabotaggio, proprio in quello spazio dove l’ibridazione tra generi può sortire effetti sorprendenti.
Non fa eccezione Dangerous Animals, realizzato a ben dieci anni di distanza dal precedente The Devil’s Candy e rispetto a quel film ancorato ad una superficie cromatica tipica di alcuni blockbuster, progressivamente sostituita da colori più lividi e da un espressionismo acceso e brutale.
La casa, centro ideologico del cinema del regista australiano, diventa il ventre instabile di una grande imbarcazione da pesca, ancorata in un punto dell’oceano dove proliferano gli squali.
I luoghi della sopravvivenza e dell’avventura coincidono con quelli di un serial killer, il cui scopo è sbarazzarsi della contaminazione turistica mordi e fuggi, per dare in pasto ignari escursionisti al Selachimorpha di turno, immortalando il tutto con brevi e cruenti snuff movies, girati rigorosamente in formato VHS. La collezione predatoria viene confezionata all’interno di custodie trasparenti, dove una ciocca di capelli della vittima rappresenta un piccolo artwork vivo.
Una dimensione che non si riferisce solo ai catalizzatori mnestici raccontati dalla criminologia più comune, ma che unifica tutti i villain del cinema di Byrne attraverso l’impiego di vere e proprie liturgie teatralizzate, che traducono qualsiasi ossessione in una vera e propria performance del dolore.
La contrazione del set, che forse stupisce solo chi ha fatto finta di vedere i film precedenti del regista, serve anche in questo caso a sviluppare una drammaturgia tesa e molto vicina ai corpi.
Ambientato nella Gold Coast contemporanea, quell’idea di estate perenne viene sovvertita dal progetto macabro di Tucker con l’impiego maniacale di nastri analogici per filmare l’orrore. Una prassi anacronistica, ma squisitamente fisica, legata all’esibizione di un estetismo lurido e meno mediato, che sembra collocarsi di traverso rispetto alla fotografia di Shelley Farthing-Dawe, dove la fauna acquatica è filmata in 4k, i colori della cultura surf sono quelli saturi e i droni spesso disegnano ampie panoramiche per rivelare la posizione della barca in mezzo alla vastità dell’oceano.
Tucker si serve di un feticcio che lo blocca nella coazione a ripetere del proprio tempo, tanto da creare uno scarto temporale e narrativo perturbante, rispetto alla cronometria turistica e successivamente alla fugace storia d’amore tra Moses e Zephyr. Quest’ultima è un’anomalia rispetto all’overtourism di massa, vera e propria outsider ancorata alla libertà del rock, fugge dal mondo e associa la musica dei Creedence Clearwater Revival al respiro aperto e anarchico del Surf, senza altri orizzonti che non siano quelli della strada e del mare.
Quando cadrà nella rete del pescatore, figura già caratterizzata come una via di mezzo tra l’australiano chiassoso fuori dalle convenzioni sociali e un pericoloso assassino, lo spirito larrikin di questo coinciderà e allo stesso tempo si infrangerà culturalmente con quello della giovane donna americana.
Ecco che il film si delinea come un vero e proprio duello tra queste due versioni del trauma, con il repertorio rock a fare da collante più della partitura originale scritta da Michael Yezerski.
Tucker il lato oscuro, costretto a moltiplicare lo shock della propria formazione infantile, Zephyr ferocemente attaccata alla vita e alla libertà, cerca nella musica come tempo del movimento, tutte le opportunità per rinascere da sofferenze mai confessate.
Ma non è una simmetria così semplificata, e a suggerircelo è il modo in cui Byrne, da sempre, ricorre ai classici del rock australiano per cambiarne senso e percezione, in un percorso culturale a ritroso che evidenzi l’autodistruzione, l’ossessione e il lutto travestito con i suoni dell’euforia.
E se quando si allontana con il furgone dopo aver rapito Zephyr, Tucker solo nella notte ascolta The Real Thing di Russell Morris, piegando il senso di un anthem generazionale al compimento di un destino auto-allucinatorio, non sarà meno oscuro il ballo etilico sulle note di Evie, dove una tragica storia di disillusione divisa in tre parti da Steve Wright nei primi anni settanta, descrive ancora la fase dell’innamoramento senza freni.
Un corpo a corpo cruento che lega in modo perverso la ferocia di Tucker alla resistenza di Zephyr, fino a quello splendido confronto sulla spiaggia antistante alla barca, dove la ragazza viene riacciuffata dal pescatore, mentre una romanticissima “At last” suonata da una festa lontana, azzera qualsiasi altra percezione sonora a parte quella della lotta.
Alla giocosa e feroce ribalderia di Rob Carlton, un Jeffrey Lebowski molesto e crudele, si frappone la forza fisica di Hassie Harrison, che insieme all’attore australiano catalizza tutta l’energia del film in una performance davvero notevole, tutta basata sulla forzatura estrema del set da parte dell’attrice americana, nelle continue effrazioni, evasioni, rotture dello spazio obbligato della tortura fino a martoriare il proprio corpo; un ribaltamento tra l’altro già praticato da Byrne nei termini della collocazione soggettiva dello sguardo femminile all’interno dei meccanismi narrativi dello slasher.
Più del divertimento ad orologeria, costruito in parte secondo le traiettorie di Dead Calm di Phillip Noyce, ma con un orizzonte più combinatorio e caciarone, è questo contrasto tra i due personaggi che trascina il film in una zona d’ombra indicibile, con la storia romantica tra Moses e Zephyr, non a caso caratterizzata da un salvataggio fallito, spinta in una posizione del tutto collaterale insieme al senso esplicito di tutta l’operazione in parte veicolato dalla promozione del film, quello che nell’innesto inedito tra slasher e “shark movie”, identificherebbe gli animali come esseri disinteressati alla violenza e l’uomo come unica creatura veramente pericolosa.
Più di questo mi sembra che Byrne punti a comprendere la presenza della fauna come elemento che, nel bene e nel male, caratterizza in modo anti apologetico l’interiorità dei suoi personaggi.
Squali che cercano di sopravvivere, tra il dolore e la libertà, la reiterazione del trauma e la scelta di guardare oltre.
Dangerous animals di Sean Byrne (Australia 2025, 93 min)
Interpreti: Hassie Harrison, Josh Heuston, Rob Carlton, Ella Newton, Liam Greinke, Jai Courtney, James Munn, Jon Quested (I), Michael Goldman (IV), Ryland Pearson-McManus, Teah Fraser
Fotografia: Shelley Farthing-Dawe
Musica: Michael Yezerski





