Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Dietro la parvenza di un thriller psicologico, The Butterfly Room nasconde un dramma intimista dalle diverse variabili interpretative e simboliche: fossero esse frutto del senso della perdita, dell’assenza, della solitudine dell’abbandono o di uno sguardo che osserva come anche i rapporti umani siano sviliti, deformati, dall’egoismo e dall’opportunismo, in cui anche i sentimenti rispondono a regole di potere contrattuale ed al denaro è disposta ogni concessione 

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All’origine di The butterfly Room c’è  Alice dalle 4 alle 5, bel cortometraggio dello stesso regista, dove una ragazzina vendeva letteralmente il proprio affetto filiare ad una donna, che solo alla fine si scopre non essere la vera madre, lasciandosi sottoporre anche a sgrida e maltrattamenti, in cambio di una mancetta. Le stesse sequenze vengono riproposte da Zarantonello in questo che, dietro la parvenza di un thriller psicologico, nasconde un dramma intimista dalle diverse variabili interpretative e simboliche: fossero esse frutto del senso della perdita, dell’assenza, della solitudine dell’abbandono o di uno sguardo che osserva come anche i rapporti umani siano sviliti, deformati, dall’egoismo e dall’opportunismo; in cui anche i sentimenti rispondono a regole di potere contrattuale ed al denaro è disposta ogni concessione. Uno sguardo che si posa sul disfacimento sociale di un mondo in cui chi dispone vorrebbe i suoi abitanti come bambini: ingenui, inesperti, totalmente impossibilitati a capire le dinamiche del sistema ma già pronti per essere usati, già perfetti per esserne fagocitati (ed in questo, ma non solo, la pellicola può dirsi davvero fulciana, al pari del poco compreso I Bambini di Cold Rock di Laugier con cui mostra qualche sottile assonanza). L’osservazione sulla stessa condizione materna, su cui è impostato l’intero racconto, svela un cuore alterato e malato (Ann e Dorothy), distaccato e sterile (Claudia e Julie), compromesso dalle amare esperienze della vita (ancora Dorothy e William) ed irrimediabilmente corrotto (Monika ed Alice); cosicché, anche laddove l’elemento prettamente thriller prende il sopravvento, è sempre un sentore di triste, desolante, amarezza ad emergere. Lo stesso personaggio di Ann, malgrado l’aspetto sulfureo ed i temibili istinti omicidi, nasconde un’emotività fragilissima, divisa tra una dissociazione psichica ed una struggente ricerca d’amore. La sua ossessione per l’infanzia, quella per la tassidermia, il rifiuto per l’inevitabile crescita della figlia, la freddezza con cui affronta la propria quotidianità, creano disagio ma anche una profonda, eccezionalmente empatica, compassione. Emozioni contrastanti che la grande Barbara Steele riesce perfettamente ad esprimere con l’inarrivabile classe che le è propria da sempre.
Ann, una signora matura ed inquietante, vive una vita solitaria nel suo appartamento all’interno di un palazzo che ha l’aspetto ed in corvi sul tetto di un maniero di Corman. L’incontro con Julie, la figlioletta della vicina di casa, è il pretesto per svelare, attraverso la sovrapposizione dei piani temporali, il recente ed il più remoto passato della donna che nasconde in sé (abbastanza prevedibilmente) l’anima dell’assassina. Attraverso le continue analessi, viene rivelato poco per volta lo strano sviluppo del suo rapporto con la piccola Alice, bambina dai tratti altrettanto inquietanti, dall’atteggiamento equivoco ma dalla vita disperata; rapporto che influenzerà, ora più ora meno direttamente, il corso degli eventi sino all’epilogo che svelerà la natura di rifugio dalla realtà che realmente è la fantomatica stanza delle farfalle. Le farfalle, insetti simbolici per eccellenza, che qui divengono la metafora della mutazione; di quello sviluppo della vita che, così come vorrebbe interrompere nella realtà, Ann sublima nella cupa pratica dell’imbalsamazione degli stessi colorati animali. Pratica che la donna svolge con un’attenzione maniacale e perversa; la stessa che usa nell’impartire lezioni alle sue piccole ospiti.
La regia di Zarantonello, dall’esordio delirante di Medley–Brandelli Di Scuola (non a caso acquistato dalla Troma) s’è fatta misuratissima ed essenziale. Questo stride parecchio con la tendenza ad imporsi eccessivamente sulla visione, calcando la mano su certi sensazionalismi superflui o del tutto fuori luogo (i fastidiosi rewind). La stessa frammentazione temporale, espediente già di per sé logoro, non viene gestita al meglio dall’autore vicentino e rischia di deviare troppo la linearità della narrazione, rischiando il disordine. Di contro, l’estrema pacatezza, la mancanza di un clima autenticamente teso, tende a rallentare troppo l’azione sino alla stasi. Mentre il finale appare un po’ gratuito ed anche gli omicidi della Steele abbastanza forzati (anche un po’ goffi…).
Malgrado ciò, The butterfly Room, forte di una bella trama complessa ed articolata, riesce ad emergere proprio per la sua natura anomala, originale e ricercata, che ne fa comunque un ottima e godibile prova di genere.
Zarantonello, oltretutto, dispone di un’ottima capacità nella direzione degli attori, tra i quali fanno capolino poi, per via dell’abitudine ormai invalsa (vedi Le Streghe Di Salem) per il cameo di lusso, una serie di facce note dell’immaginario horror cinefilo: oltre alla sempiterna Steele: Heather Langenkamp (Nightmare), Ray Wise (Twin Peaks), P.J. Soles (Halloween), persino la Camille Keaton di Non Violentate Jennifer e Adrienne King di Venerdì 13.
Distribuito in poche copie ma da cercare, da tentare di scoprire, perché nonostante qualche difetto, rimane un prodotto di buona fattura che s’inserisce con grande dignità nel contesto dell’odierno rinato cinema nero europeo.

Jonathan Zarantonello
The Butterfly Room - La stanza delle farfalle
Italia, USA - 2012

Con Barbara Steele, Ray Wise, Erica Leerhsen, Heather Langenkamp, Ellery Sprayberry
Durata 87 min.
Titolo originale The Butterfly Room

 

Alessio Bosco

Alessio Bosco

Alessio Bosco - Suona, studia storia dell'arte, scrive di musica e cinema.