Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Paul Thomas Anderson riformula la lotta drammatica del potere in un processo che supera polifonia e monologo e trova compimento nel dialogo tra due estremi. Una sintesi che si manifesta anche sui piani dimensionali dello spazio e del tempo. The Master abbatte il fondo ambientale dei precedenti film e si sviluppa per buona parte come dramma da salotto all’interno del quale gli spazi limitano – dunque fanno coesistere – i due opposti protagonisti 

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Per quanti nutrono nel cinema un interesse del tutto casuale, The Master di Paul Thomas Anderson, resterà una versione romanzata della genesi di Scientology. Eppure, nel caso di questo film, svincolarsi dai limiti dell’attualizzazione forzata non è impresa ardua, soprattutto se ci si lascia catturare dall’impianto figurativo che sovrasta la pellicola: la storia del cinema americano è disseminata di esempi di apologeti, finti o illuminati che siano, e i massimi interpreti di quest’arte, da Griffith a Welles passando per Huston, hanno scolpito figure di comunicatori drogati di individualismo. Il senso edonistico del potere è un idolo dell’America di ogni tempo e rappresenta anche il punto di raccordo tra una tradizione infinitamente parcellizzata e quest’ultima prova di Anderson. L’immagine di un potere psicologico e corporale è tanto più vivida e condizionante, quanto più affiorano dubbi di attendibilità. Ecco dunque che Anderson, ambientando la storia nella fase premitica di questa presunta epopea su Scientology, adotta uno scenario aprioristico e un approccio antidogmatico, in grado cioè di demonizzare i preconcetti del culto o della detrazione. Il film è ambientato nell’America del secondo dopoguerra e narra dell’incontro e del successivo allontanamento tra Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman), fondatore del gruppo teosofico The Cause, e Freddie Quell (Joaquin Phoenix), uno sbandato reduce dalla guerra e temporaneo adepto del movimento. Le semplici definizioni non sono sufficienti alla caratterizzazione dei personaggi: Dodd non gioca solo a fare il santone, ma è un rispettato, per quanto stravagante, membro dell’alta società; Quell non è affatto un veterano di guerra, ma un selvaggio che vive nel disperato tentativo di ammansirsi. La specificazione è necessaria a livello prefigurale perché The Master è fondamentalmente la storia del rapporto tra questi due uomini che non sono ascrivibili ad un prontuario di maschere e tipi cinematografici. Il nerbo del racconto di Anderson sta invece nel distacco che si dipana tra l’immagine civile e l’accezione spirituale dei due protagonisti. Al di là dello sfondo narrativo costituito dalla nascita e l’ascesa di The Cause, il tema effettivo del film è la coesistenza necessaria di due opposti che si attraggono: la razionalità sofistica ed esaltata di Dodd e l’animalità ferale e distruttiva di Quell. L’idea dello sdoppiamento che tende costantemente al ricongiungimento è il criterio che muove Anderson alla ricerca di adeguamenti scenici: frequenti sono infatti le sequenze nelle quali i due personaggi si appaiano, fronteggiano e scacciano. Il dualismo dicotomico, motivo cardinale di The Master, permette di aprire una parentesi sul percorso di Anderson: considerando due importanti produzioni, Magnolia (1999) e There Will Be Blood (2008) si ha come l’impressione di una mediazione espressiva. Anderson riformula la lotta drammatica del potere in un processo che supera polifonia e monologo e trova compimento nel dialogo tra due estremi. Una sintesi che si manifesta anche sui piani dimensionali dello spazio e del tempo. The Master abbatte il fondo ambientale dei precedenti film (Los Angeles in Magnolia e la prateria americana in There Will Be Blood) e si sviluppa per buona parte come dramma da salotto all’interno del quale gli spazi limitano – dunque fanno coesistere – i due opposti protagonisti. Il tempo, lontano dalla contemporaneità di Magnolia e dalla continuità di There Will Be Blood, vive delle interruzioni cronologiche determinate dai flashback di Quell. Queste analessi, lungi dall’essere una mera invenzione strutturale, divengono anche sintomi di tematismo: Anderson non permette a Quell di ricordare spontaneamente ed anzi lo induce tramite le terapie ipnotiche di Dodd, conferendo così un’aura di straniante misticismo indispensabile allo sviluppo del film. A questo punto risulta chiaro come l’impianto articolato e debordante di The Master abbia bisogno di strumenti coercitivi che ne equilibrino l’andamento: Anderson si affida soprattutto alla musica (curata ancora una volta da Johnny Greenwood), che diluisce lo scorrere del film tra contrappunti jazzistici e incursioni desunte dalla musique concrète che penetrano e non commentano soltanto la vicenda. Altro mezzo trainante per il regista americano è rappresentato dall’involuzione della forma tragica: se i precedenti film erano la celebrazione del processo drammatico (che culminava in eventi di straordinaria meraviglia o efferatezza), The Master inverte questo percorso emozionale, partendo da un incipit nervoso e tormentato (la fine della guerra) per poi culminare nel sarcasmo. Accade dunque che Quell si distacca da The Cause e dimostra a modo suo l’inconciliabilità di una natura forse non così folle. È questa, se proprio si vuole, la vera stoccata a Scientology.


 

Davide Minotti

Davide Minotti

Davide Minotti nasce a Frosinone nel 1989. Dopo un'esperienza alla John Cabot University di Roma, si occupa ora di Germanistica e Scandinavistica tra l'Università degli Studi di Firenze e la Rheinische-Friedrich-Wilhelms-Universität di Bonn, dove vive. Appassionato di letteratura e cinema, spera che un giorno questi interessi possano diventare qualcosa di più concreto. Nel frattempo scrive e progetta cortometraggi nel perenne tentativo di realizzarli.