sabato, Settembre 19, 2020

Venezia 68 – Fuori Concorso – The Sorcerer and the white snake di Tony Ching Siu Tung (Cina – Hong Kong, 2011)

Tony Ching Siu Tung, in questa sua ultima pellicola   rivisita La leggenda del Serpente Bianco, una storia desunta dal folklore cinese che ha già ispirato innumerevoli libri, spettacoli teatrali, serie televisive e film. In questo senso, uno degli esempi più significativi e riusciti e’ stata di certo la magnifica versione cinematografica del ’93, firmata da Tsui Hark ed interpretata da due delle piu grandi dive asiatiche, Maggie Cheung e Joey Wong.  L’operazione di Ching Siu Tung, però, va nel senso opposto rispetto a quella di Tsui Hark.  Se il secondo aveva dato vita ad un’opera dal fascino ambiguo, un incantesimo visivo che esaltava la forza abbacinante ed oscura dell’erotismo, il primo ha preferito le cadenze della fiaba solare ed ottimista – al posto dell’erotismo,  l’«amor romantico» che trascende le differenze di genere – all’insegna della più scatenata spettacolarità. Jet Li, interpreta Fah Hai, un monaco, da sempre a caccia di demoni, arrivato in un villaggio sconvolto da strani accadimenti. Ben presto scoprirà che Su, la donna amata dall’erborista Xu Xian, altri non è che il Serpente Bianco, un demone millenario che riesce ad assumere forma umana. Sarà l’inizio di una lotta fino allo stremo delle forze, fra la rigida disciplina di Fah Hai, che non crede all’amore fra umani ed esseri soprannaturali, e gli inaspettati sentimenti che rivelerà il Serpente Bianco. Noto per essere uno dei più grandi martial arts director dell’ex colonia britannica, Ching Siu Tung, è stato un vero e proprio rivoluzionario degli standard coreografici. Il suo straordinario barocchismo, l’infiammata visionarietà e l’inimitabile senso dell’azione, hanno segnato in modo cruciale la storia del cinema hongkonghese. Da regista, non è stato da meno: sempre attento alle nuove possibili alchimie del «supergenere» e particolarmente interessato alle dimensioni del fantasy, come ben dimostra il film chiave della sua carriera, il celebre A Chinese Ghost Story (1987) . The Sorcerer and The White Snake ritorna su questo terreno, mettendo al centro del discorso filmico la CGI.

Si vedono monasteri rasi al suolo e poi ricostruiti in un attimo, metamorfosi a gogò, corpi risucchiati, battaglie acquatiche all’ultima magia tra umani ed enormi serpenti. Peccato che le tecnologie impiegate per questo affresco fantasmagorico, piuttosto che aprire nuovi scenari espressivi, si rivelino in realtà una trappola. Le idee di grande spettacolarità di Ching Siu Tung, deragliano, purtroppo, a causa di un utilizzo ancora acerbo della CGI, la quale, in aggiunta, introduce una disomogeneità di registri che lascia piuttosto perplessi. Non convincono nemmeno le rappresentazioni dei vari spiriti e animali parlanti, scaturiti da cascami di diversi mondi cinematografici, occidentali ed orientali. E’ palese l’intenzione di creare un prodotto d’intrattenimento internazionale: il problema è che a voler far contenti proprio tutti si rischia di ottenere l’effetto opposto.

Diego Baratto
Diego Baratto
Diego Baratto ha studiato filosofia all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Si è laureato con una tesi sulla concezione del divino nella “Trilogia del silenzio di Dio” di Ingmar Bergman. Da sempre interessato agli autori europei e americani, segue inoltre da vario tempo il cinema di Hong Kong e Giappone. Dal 2009 collabora con diverse riviste on-line e cartacee di critica cinematografica. Parallelamente scrive soggetti e sceneggiature.

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