Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Il nuovo album dei Death And Vanilla esce il prossimo 4 maggio e si intitola "To Where the Wild things are" come un noto libro di Maurice Sendak, ma non è la sola influenza visionaria del trio svedese sotto contratto con Fire Records. Per capire da vicino i segreti di una delle rivelazioni più suggestive e coinvolgenti del panorama internazionale, tra pop e sperimentazione, abbiamo incontrato i fondatori del progetto, Marleen Nilsson e Anders Hansson per una lunga intervista 

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I Death And Vanilla cominciano in due, quando Marleen Nilsson e Anders Hansson esordiscono nella città natale di Malmö in Svezia per una netlabel misconosciuta come la Beko; il loro pop psichedelico si evolve attraverso altre piccole realtà come la Hands in The Dark e la Moon Glyph per la quale nel 2013 pubblicano Vampyr, rimusicazione dell’omonimo film di C. T. Dreyer distribuita in formato audio-cassetta, e che anticipa parte dei suoni che confluiranno nel nuovo To Where The Wild Things Are, primo album dei Death And Vanilla pubblicato per un’etichetta importante come Fire Records e che sancisce l’inserimento ufficiale di Magnus Bodin, già collaboratore della band per gli interventi con il Moog in Vampyr.

Del nuovo album dei Death And Vanilla, in uscita il prossimo 4 maggio 2015, abbiamo già parlato approfonditamente con una recensione curata da Bianca Greco; To Where the Wild things are ci ha colpito moltissimo, per la capacità di attingere dai suoni del passato in modo originale, senza cadere nella trappola di un’estetica vintage e retrò. Le fonti di ispirazione del trio Svedese spaziano dalle colonne sonore italiane di musica per il cinema alla musica surf, passando per tutta quella “fantascienza” sonora che ha attraversato parte della lounge music più bizzarra, del kautrock e di una psichedelia senza luogo ne tempo.

Per poter approfondire il mondo dei Death And Vanilla abbiamo rintracciato Marleen e Anders; ne è venuta fuori una ricca e interessante intervista che proponiamo ai lettori di indie-eye

Prima di parlare del nuovo lavoro a nome Death and Vanilla, mi piacerebbe sapere qual è la vostra relazione con il cinema. Sembra un aspetto molto importante per la vostra musica, penso alla ri-musicazione che avete fatto per Vampyr di Dreyer, potete raccontarci quest’esperienza e che tipo di approccio avete usato?

Il cinema ha una grossa influenza sul progetto Death And Vanilla; in genere dopo aver guardato un film importante, questo rimane con te per giorni e non smetti di pensarci. In questo senso, ci piace pensare che la nostra musica possa essere una sorta di fuga dalla realtà, qualcosa che ti consenta di aprire le porte per un mondo parallelo dove sia possibile viaggiare con la mente. Lavorare sul film di Dreyer è stata davvero una grande esperienza. Abbiamo lavorato portando un proiettore nella nostra sala prove, riproducendo il film sulla parete e suonando mentre questo procedeva. Avevamo alcuni elementi già pronti, brevi melodie più che altro, ci sono servite come appigli per poterci improvvisare intorno, mentre il film scorreva. Abbiamo fatto una cosa simile lo scorso febbraio per il film di Polanski “The Tenant” (N.d.r. L’inquilino del terzo piano), in occasione di un’esibizione al Cinemascore Festival in Spagna

Death And Vanilla – Vampyr OST

La musica dei Death And Vanilla trattiene il lato fantascientifico della lounge music; in questo senso mi sembra che il vostro approccio sia molto meno vintage e più orientato a impostare una riflessione sul tempo e sullo spazio, che cosa ne pensate?

Si, siamo d’accordo. Si potrebbe dire che c’è un senso di vuoto nelle nostre canzoni e anche nei testi che scriviamo, è come una sospensione al posto della descrizione di un tempo specifico o di un luogo preciso, proprio per questo forse quello che viene in mente è il riflesso di un tempo o uno spazio qualsiasi. La fantascienza fa la stessa cosa. I libri e i film di fantascienza per la maggior parte si ambientano in un tempo imprecisato o nel futuro, ma si relazionano sempre con i sentimenti umani rispetto al presente. È l’eternità che rende il tempo un tema interessante.

L’artwork di “To where the wild things are” mi ha fatto pensare ad alcune suggestioni legate all’optical art; cosa avevate in mente per il concept?

Optical art, il design della scuola Bauhaus, il surrealismo, le copertine di alcuni vecchi libri, il lavoro di Reid Miles per la Blue Note, giusto per citare alcune influenze. La copertina dell’album è stata realizzata in un modo molto simile alla musica. Una sorta di cut-up per vedere come reagivano insieme cose diverse tra di loro. Non c’è una narrazione dietro tutto questo, quello che sapevamo era che l’artwork non doveva assomigliare ad una qualsiasi copertina pop.

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Per registrare l’album vi siete serviti di un sistema di registrazione analogico, utilizzando un solo microfono. Ci potete raccontare il perché di questa scelta?

Non è stata una scelta pre-determinata, avevamo semplicemente un solo microfono! Non ci consideriamo abilissimi nelle tecniche di registrazione, quindi l’approccio è stato quello del margine progressivo di miglioramento rispetto agli errori sul campo. Per noi la scrittura e la registrazione sono essenzialmente la stessa cosa. Per noi non è come sedersi e scrivere una canzone dall’inizio alla fine; il processo di registrazione e di scrittura va di pari passo, cominciamo sempre registrando qualcosa, potrebbe essere una linea di basso come il sample di un film, la traccia nasce e cresce mentre proviamo a registrare e a far interagire cose molto diverse tra di loro. Dopo interveniamo tagliando, e registrando ancora, fino a quando non siamo soddisfatti.

Molti degli strumenti che utilizziamo sono analogici e provengono dagli anni sessanta e settanta. Non ci interessa apparire retrò, amiamo semplicemente quei suoni, non ci interessa se generano rumore, fruscio o se sono lievemente scordati, per noi aggiungono presenza e carattere alla nostra musica; semplicemente hanno un’allure reale.

Nella vostra musica le influenze che provengono dagli anni sessanta e dai settanta sono moltissime: dalla psichedelia alla lounge music, fino ai suoni per il cinema ideati da John Barry e alle bizzarrie di artisti come Raymond Scott o Barry Gray; per voi qual è il crocevia perfetto dove questi elementi si incontrano, quello che porta vera originalità al vostro progetto?

Amiamo tutti i musicisti che hai citato, e amiamo i suoni della sperimentazione combinati con uno spiccato senso per la melodia. Alcune tracce vengono dal nulla e alcune sono state influenzate direttamente da certi suoni e canzoni specifici. “Arcana” per esempio è un mix di quattro canzoni: la versione de “La ballata di Sacco & Vanzetti” interpretata da Scott Walker, “Hung Upon a Dream” di The Zombies, “L’uomo con se stesso” di Romolo Grano (N.d.r. tratto dalla bellissima e misconosciuta colonna sonora di Arcana, scritta da Grano per il film di Giulio Questi, pubblicata su vinile Pegaso escluso dal commercio e di cui abbiamo parlato approfonditamente qui su indie-eye) e la versione interpretata da Mina di “Se Telefonando”. Sono ispirazioni diversissime che sono confluite nel brano; ma al di là della provenienza, il crocevia perfetto di cui parli, per noi si realizza quando melodie convincenti sono combinate con suoni per noi interessanti.

…allo stesso tempo però è impossibile non pensare ad altre band ascoltando la vostra musica, come per esempio gli Stereolab, gli Opal, i Mazzy Star, i Portishead del primo periodo; sembra che ciclicamente si verifichi l’interesse per il passato secondo un’attitudine retro-futurista, una sorta di rifiuto dei suoni della contemporaneità per puntare a qualcosa che stia fuori dal tempo, che cosa ne pensate?

Credo tu abbia colto perfettamente il punto quando dici che ci interessa prendere elementi dal passato per cercare qualcosa di nuovo; come dicevamo prima, usare vecchi strumenti non significa che il nostro scopo sia quello di apparire retrò, si tratta realmente di inventarsi nuove cose partendo dal passato. Se pensi a questo periodo in cui proliferano i software che cercano di emulare suoni vintage, pensi a qualcosa di piatto e monotono, aspetto che non ci interessa. Stiamo molto attenti ai suoni che utilizziamo per i nostri lavori, questo interesse per il passato ci porta ad utilizzare il più possibile strumentazione originale. Allo stesso tempo non è la replica di un percorso già battuto che ci interessa, il nostro progetto non suona come le band degli anni ’60 o quelle dei ’70.

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Il titolo del vostro ultimo album è ispirato al libro omonimo di Maurice Sendak; che cosa amate di quel libro e in che modo ne ha ispirato le canzoni e i suoni?

Marleen: quando ero bambina era uno dei miei libri preferiti ed è rimasto con me fino a quando non ho visto quelle immagini per la prima volta. Il mondo creaturale in cui Max si immerge riuscivo a vederlo con i miei occhi da bambina, come se fosse una cosa fantastica, era un luogo  mai visto prima in cui avrei desiderato vivere. Il libro è splendido per il modo in cui descrive l’immaginazione e il diritto che si ha nel crearsi un mondo parallelo per le nostre fughe immaginarie. Proprio in questo senso il libro ha una stretta correlazione con l’album. Entrambi abbracciano il mondo dell’immaginazione dove tutti quanti vogliamo evadere. Ma al di là di questo, il disco non è un’interpretazione diretta del libro, rappresenta solamente un’influenza ad un livello più sottile.

“To where the wild things are” è ricco di interessanti stratificazioni, come si sviluppa questo approccio minimale ma allo stesso tempo, ben orchestrato, nei vostri set live?

Ovviamente non possiamo ricreare l’atmosfera di tutte le canzoni dell’album. Alcune sono nate cosi come sono, ma altre hanno seguito un processo completamente diverso, tra queste alcune non vengono eseguite dal vivo, ma come hai detto tu stesso, è difficile riprodurre l’approccio stratificato delle composizioni, per questo ricorriamo ad alcuni samples durante i live, senza compromettere il modo di suonare direttamente lo strumento, è una sorta di sfida. Per esempio non possiamo portarci dietro in aereo vibrafoni, organi e altri strumenti simili, e individuare un noleggio di strumenti vintage situato nelle località dove andiamo ci crea una serie di difficoltà che preferiamo comunque affrontare, quindi cerchiamo anche soluzioni di questo tipo invece di sostituire quei suoni di cui abbiamo bisogno con emulazioni o synth di vario genere, in questo senso cerchiamo di attenerci ai suoni originali anche per quanto riguarda i live

Mi fa piacere sentire questo, credo che l’originalità del vostro suono risieda proprio nel metissage tra numerosissime influenze anche nello spazio di un solo brano, per esempio “Hidden reverse” è una traccia molto particolare, immerge il suono di Dick Dale in una sorta di racconto visionario, tanto da potersi immaginare dei surfers che viaggiano nell’iperspazio! Da dove avete preso ispirazione per una visione come questa? Ci avete pensato oppure è semplicemente il risultato di un’improvvisazione free-form?

Anders: ahahah (ride di gusto). Mi piace moltissimo Dick Dale e il surf rock in genere, ho sempre pensato che il surf fosse un’influenza abbastanza ovvia nel nostro suono, anche in alcuni brani del nostro primo Ep come “Run Rabbit Run” ma sei la prima persona che ce lo dice! la chiave interpretativa del suono della mia chitarra risiede davvero nell’idea dello stile Surf che si intreccia con il vibrato di “I had too much to dream” dei The Electric Prunes. Ci piace sperimentare con i suoni e non abbiamo l’ambizione di scrivere semplicemente canzoni pop. Ascoltiamo moltissima musica, da Archie Shepp ai Throbbing Gristle, da David Axelrod a Francoise Hardy, non ci piace limitarci ad una sola cosa. Onestamente non ricordo da dove viene fuori “Hidden Reverse”, è venuta così. Abbiamo abbassato il pitch di un loop di batteria in modo da farlo suonare come un treno e ci abbiamo improvvisato sopra.

In questo senso allora il vostro approccio è più vicino al versante sperimentale del Jazz rispetto alla musica pop, anche se utilizzate moltissimi suoni dalla storia del genere stesso…

Ci piace sia il pop che la sperimentazione, la melodia è l’elemento chiave nelle nostre canzoni. Combinare melodie dal forte impatto con feedback, suoni bizzarri provenienti da samples, è una prassi che ci diverte molto. Comporre canzoni pop semplicemente “carine” per noi sarebbe davvero molto noioso, abbiamo bisogno di sporcarle un po’ per far si che le cose siano più interessanti.

Anders: ricordo di aver letto questa cosa sui Velvet Underground, ovvero che erano soliti suonare Sister Ray per 40 minuti e poi eseguire direttamente “I’ll be your mirror”; è una cosa che mi ha sempre attratto, spostarsi dall’improvvisazione più rumorosa ad una nenia gentile, e fare in modo che le due cose possano funzionare insieme.

Per i vostri videoclip, per esempio “California Owls” usate spesso footage di film degli anni ’70 (Veruschka, Kusama’s self obliteration). Mi interessava molto l’uso che fate dei frammenti, dove lasciate invariata la bassa qualità del supporto di provenienza, quasi sempre un trasferimento su o da VHS, come se fosse una visione che proviene da un vecchio televisore; è quello che velete fare, e comunque, qual è l’intenzionalità di questo processo, se c’è?

Amiamo l’estetica e i colori di quei film. Hanno una qualità ultramondana e sognante, che troviamo molto carina e originale. Entra in sintonia con l’atmosfera delle canzoni, mentre i nuovi film tendono ad avere un look più digitalmente pulito dove tutto deve apparire brillante, chiaro e splendente, aspetti che non hanno niente da condividere con il nostro suono.

Death And Vanilla – California Owls, videoclip

Come spettatori, qual è il cinema che preferite?

Tra i film che preferiamo ci sono Don’t Look Now (n.d.r. “A Venezia un dicembre rosso shocking” di Nicolas Roeg)  Picnic At Hanging Rock, Repulsion di Roman Polanski e naturalmente i gialli, come “L’uccello dalle piume di cristallo” di Dario Argento. L’italia ha prodotto moltissimi film straordinari. Altri due film che amiamo sono “Le orme” (N.d.r diretto da Luigi Bazzoni) e anche “The Innocents” (N.d.r. diretto da Jack Clayton). Ci piacciono moltissimi generi, ma forse quelli che hanno maggiormente ispirato i nostri suoni sono l’Horror, il cinema del mistero, quello d’autore, i cult movies.

Progetti per il futuro, e sopratutto, visto che si parla di cinema, avete mai pensato di comporre una colonna sonora originale per un film?

Stiamo pianificando alcuni show in Europa, allo stesso tempo cerchiamo di mettere insieme nuove idee per future registrazioni, alle quali cominceremo a lavorare molto presto. Per quanto riguarda la colonna sonora, ovviamente sarebbe splendido. Comporre colonne sonore è differente rispetto a registrare canzoni, devi porre al centro il film stesso, che è una sorta di cornice entro la quale lavorare e che ci piace molto. Ci piacerebbe davvero poter registrare una colonna sonora per un nuovo film!

 

Michele Faggi

Michele Faggi

Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip ed è un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.