martedì, Febbraio 10, 2026

Berlinale 2026, tutti i film del concorso ufficiale

Tutti i film del concorso ufficiale della Berlinale 2026

Rivelati finalmente i titoli dei 22 film selezionati per il concorso della Berlinale 2026. Una selezione apolide, ricca di rimandi sotterranei che attraverso diverse tradizioni cinematografiche, disegna una vera e propria idea di soglia e attraversamento.

Uno dei film più interessanti e che conferma il tentativo di ibridazione è un’opera prima d’animazione intitolata A New Dawn (Giappone/Francia). Il film del giapponese Yoshitoshi Shinomiya è ambientato in una fabbrica di fuochi d’artificio prossima alla chiusura e utilizza le tecniche di animazione come un vero e proprio dispositivo della memoria. La ricerca di Keitaro, determinato a ricostruire l’ultimo, mitico fuoco d’artificio ideato dal padre scomparso è una riflessione sull’eredità e sulla trasmissione. L’autore si chiede cosa rimanga quando un intero mondo produttivo, affettivo e simbolico rischia l’estinzione.

Una domanda che sembra simile anche in Dust di Anke Blondé (Belgio/Polonia/Grecia/Regno Unito). Il film osserva il collasso tecnologico alla fine degli anni Novanta e racconta quindi il boom economico europeo nel momento del suo sfaldamento morale. Dialoga potenzialmente anche con il presente e sulla carta con altri film del concorso che sembrano sviluppate a partire da stimoli simili. Altrettanto politico, ma con una prospettiva apparentemente più intima è l’opera di Eva Trobisch che con Etwas ganz Besonderes (Home Stories) definisce il corpo femminile come spazio di proiezione sociale. Il contesto è quello di un talent show televisivo, dove una giovane donna cresciuta tra le foreste dell’ex Germania Est non è in grado di rispondere ad una domanda che mette in discussione la sua stessa identità.

Tema, quello dell’identità in crisi, che sembra centrale anche in At the Sea (USA/Ungheria), dove Kornél Mundruczó prosegue qui il suo percorso sul trauma come esperienza incarnata. Nel suo nuovo film, una ballerina torna nella casa dei genitori dopo aver affrontato un percorso di riabilitazione. Dai famigliari è costretta a confrontarsi con la vanificazione progressiva della propria identità professionale. Mundruczó, con film come Pieces of a Woman ed Evolution aveva già analizzato il corpo come luogo in cui si sedimentano le fratture tra passato e presente.

Individuo e pressione sociale sono al centro di Gelbe Briefe (Yellow Letters) (Germania/Francia/Turchia), dove İlker Çatak mette in scena una coppia di artisti improvvisamente sorvegliati dallo Stato. Dopo l’acclamato Das Lehrerzimmer, il regista amplia il suo discorso sull’etica e sulla responsabilità, spostando il contesto da quello scolastico al mondo dell’arte.

À voix basse (In a Whisper) di Leyla Bouzid (Francia/Tunisia) racconta il ritorno di una donna a Tunisi per partecipare ad un funerale. La sua presenza riattiverà segreti familiari e affettivi; una dimensione drammaturgica che conosciamo bene nella filmografia della regista, dove la spaccatura tra le aspettative sociali e quelle individuali, è sempre stata al centro.

Dao (Francia/Senegal/Guinea-Bissau) di Alain Gomis intreccia un’occasione celebrativa allestita in Francia, con una commemorativa in Africa. Nel cinema del regista nato da padre senegalese e madre francese, la circolarità ritmica e fisica, sono da sempre occasioni per narrare un’appartenenza mai riconciliata.

In Kurtuluş (Salvation) (Turchia/Europa), Emin Alper ritualità cultuali e faide locali entrano in cortocircuito, mettendo in discussione la leadership di un paese isolato.
Apparentemente diversa la cosmologia africana di Soumsoum, la nuit des astres (Francia/Ciad) di Mahamat-Saleh Haroun, dove il percorso di una ragazza dotata di poteri misteriosi si sovrappone ai codici del racconto di formazione.

Markus Schleinzer, con Rose (Austria/Germania), ambienta il suo film nel XVII secolo e costruisce una parabola sull’identità e sul sospetto collettivo. Al centro l’arrivo di uno straniero in una comunità protestante, innesca una spirale paranoide che potrebbe dialogare con alcune dimensioni sociopolitiche più vicine ai nostri giorni.

Warwick Thornton, in Wolfram (Australia), dopo Sweet Country bazzica nuovamente il Western coloniale che lo ha reso famoso. Nel suo nuovo film gli anni trenta di un’Australia violentissima fanno da sfondo alla fuga di tre bambini aborigeni.

Karim Aïnouz, con Rosebush Pruning (Italia/Germania/Spagna/Regno Unito), descrive l’epopea di una famiglia americana isolata in una villa spagnola, dove l’eredità economica diventerà propellente di una crisi profonda.

Lance Hammer, in Queen at Sea (Regno Unito/USA), affronta il tema della demenza, mentre Angela Schanelec, con Meine Frau weint (My Wife Cries) (Germania/Francia) cerca di definire quello che in una relazione sentimentale non è possibile esprimere.

Josephine (USA) di Beth de Araújo osserva il trauma di una bambina testimone di un crimine, mentre Nina Roza (Canada/Italia/Bulgaria/Belgio) di Geneviève Dulude-de Celles mette in scena l’incontro tra un mercante d’arte e una giovanissima pittrice, interrogando il confine tra talento e sfruttamento. Il film della talentuosa regista canadese è tra quelli che attendiamo di più dopo lo splendido esordio con Une colonie, Orso di Cristallo a Berlino 69 e l’intensissimo documentario Les Jours.

Anche Fernando Eimbcke con In Moscas (Flies) (Messico) costruisce un racconto legato all’infanzia, dove la presenza clandestina di un bambino in un appartamento affittato dal padre, crea inattese connessioni emotive con la proprietaria.

Everybody Digs Bill Evans (Irlanda/Regno Unito) di Grant Gee ritrae il noto pianista jazz lavorando sulla sua interiorità. Descrive infatti la perdita del suo sodale bassista, scomparso tragicamente a causa di un incidente di macchina, all’apice delle loro rispettive carriere.

The Loneliest Man in Town (Austria) di Tizza Covi e Rainer Frimmel segue invece un anziano musicista blues la cui casa sta per essere demolita.

Anthony Chen, con Wo Men Bu Shi Mo Sheng Ren (We Are All Strangers) (Singapore) intreccia crisi generazionali e ridefinizioni familiari, apparentemente in linea con i temi del suo cinema.

Lutto ed elaborazione della perdita sono al centro di YO Love is a Rebellious Bird (USA), il documentario di Anna Fitch e Banker White, dove una casa in miniatura e un pupazzo diventano strumenti per continuare un dialogo con chi non c’è più.
Infine, Yön Lapsi (Nightborn) (Finlandia/Lituania/Francia/Regno Unito) di Hanna Bergholm elabora un Horror domestico che mette al centro maternità e natura, come luoghi di profonda alterità. La regista è al suo secondo lungometraggio dopo il bizzarro e inquietante Hatching – La forma del male.

[L’immagine principale dell’articolo è “The Festival Poster of the 76th Berlinale Key Visual 2026” © Internationale Filmfestspiele Berlin / Claudia Schramke, Berlin, concesso da Ufficio Stampa Berlinale per l’utilizzo stampa e ai fini della copertura del festival]

Redazione IE Cinema
Redazione IE Cinema
Contatta la redazione di indie-eye: info@indie-eye.it Per comunicati stampa: cs@indie-eye.it Materiale promozionale: INDIE-EYE | VIA DELLA QUERCIOLA N. 10 | 50141 | FIRENZE

ARTICOLI SIMILI

CINEMA UCRAINO

Cinema Ucrainospot_img

INDIE-EYE SU YOUTUBE

Indie-eye Su Youtubespot_img

FESTIVAL

ECONTENT AWARD 2015

spot_img