Con dieci titoli da nove Paesi – il programma più ampio dalla nascita della sezione – Berlinale Classics 2026 propone u una riflessione sul restauro come pratica critica: riportare un film allo stato proiettabile significa intervenire sulla sua materialità, sulla storia delle forme e sul modo in cui il canone viene continuamente riscritto. Non è un caso che l’edizione introduca per la prima volta Marocco e Ucraina, né che accolga per la prima volta un anime: la filologia dell’immagine diventa qui anche politica della memoria.
L’apertura cronologica risale al muto con Geheimnisse einer Seele (Secrets of a Soul) di Georg Wilhelm Pabst (Germania, 1926), restaurato e presentato con una nuova partitura di Yongbom Lee, in un dispositivo performativo che traduce in luce e suono l’attività neurale di un musicista. Il film mette in scena una fobia dei coltelli risolta attraverso la psicoanalisi. La sua importanza storica è duplice: da un lato l’innesto della psicoanalisi nel linguaggio cinematografico; dall’altro la capacità di Pabst di coniugare oggettività della messa in scena e visualizzazione dell’inconscio. La critica internazionale ha a lungo sottolineato come Pabst elabori una forma di realismo analitico che anticipa una “cinematografia del pensiero” (si veda, tra gli altri, Thomas Elsaesser sul modernismo weimariano e la lettura psicoanalitica delle immagini). La presentazione berlinese, che rende “visibile” il processo cognitivo durante l’esecuzione musicale, esplicita questa vocazione del film: non illustrare la psiche, ma mettere in forma l’atto stesso del pensare.
Il secondo titolo per datazione, Kryshtalevyi Palats (Crystal Palace) di Hryhori Hrycher (URSS ucraina, 1934), è una scoperta capitale: un dramma politico influenzato tanto dall’espressionismo tedesco quanto dall’avanguardia ucraina, scomparso subito dopo la prima e mai conservato in patria. La trama – un artista accusato di omicidio dopo che un’opera pacifista ha irritato le autorità – incarna il conflitto tra immaginazione e totalitarismo. Il progetto di restauro, avviato da Amherst College e realizzato a Varsavia, restituisce un tassello decisivo di una modernità “periferica” che la storiografia occidentale ha spesso marginalizzato. Gli studi sulla “transnazionalità” delle avanguardie (da Elsaesser a Mette Hjort) aiutano a comprendere perché questo film non sia un’eco, ma una variante autonoma della modernità europea, in cui l’estetica dell’ombra e della deformazione è strategia di resistenza simbolica.
Con La kermesse héroïque (Carnival in Flanders) di Jacques Feyder (Francia/Germania, 1935), il programma entra negli anni Trenta attraverso una commedia in costume ambientata nelle Fiandre del 1616: una città minacciata dall’arrivo delle truppe spagnole viene “salvata” dall’astuzia delle donne, mentre gli uomini appaiono inetti. Oltre al rovesciamento dei ruoli di genere, il film è celebre per la messa in quadro pittorica. La critica ha mostrato come Feyder traduca la tradizione fiamminga in una regia che usa il colore, la profondità e la disposizione dei corpi come dispositivo narrativo.
Il percorso prosegue con Erogotoshi-tachi yori: Jinruigaku nyûmon (The Pornographers) di Shōhei Imamura (Giappone, 1966), restaurato in 4K dal negativo 35mm. Imamura, figura centrale della Nūberu Bāgu, usa la storia di un regista pornografico che giustifica i propri vizi come “atto democratico” per smascherare ciò che, nel Giappone del dopoguerra, muove realmente la società: istinto, avidità, sopravvivenza. Storici come Donald Richie e David Desser hanno insistito sulla poetica “anti-umanista” di Imamura: l’uomo non come portatore di valori astratti, ma come animale sociale immerso in pulsioni materiali. La grana restituita dal restauro renderà visibile una fisicità dell’immagine che è parte integrante dell’estetica di Imamura, dove il grottesco è conoscenza.
Con Assarab (Mirage) di Ahmed Bouanani (Marocco, 1979) Berlinale Classics presenta un’opera fondativa del cinema post-coloniale marocchino: un villaggio povero, un ritrovamento fortuito di denaro, il viaggio in città e l’incontro con predicatori, indovini, giocolieri, tutti in cerca di un futuro migliore. La critica post-coloniale ha mostrato come i film che emergono dalle periferie del sistema-cinema non si limitino a “rappresentare” l’alterità, ma ne ridefiniscano i codici. Il restauro 4K, attento alle qualità visive e sonore originali, restituisce la dimensione allegorica del film: la città come miraggio, la modernità come promessa ambigua, la narrazione come spazio in cui l’eredità coloniale viene interrogata più che superata.
Nello stesso anno, Hukkunud Alpinisti hotell (Dead Mountaineer’s Hotel) di Grigori Kromanov (RSS Estone, 1979) rilegge il noir con elementi fantastici a partire da un soggetto dei fratelli Strugatskij: un delitto in un hotel isolato, forse spiegabile con forze soprannaturali. L’ibridazione diventa strategia allegorica per aggirare i vincoli ideologici. Il nuovo scan 4K rende percepibile una messa in scena fatta di spazi claustrofobici e temporalità sospese, dove il giallo è un dispositivo per interrogare la verità in un sistema che la controlla.
Sempre del 1979 è Panelstory, aneb jak se rodí sídliště (Prefab Story) di Věra Chytilová (Cecoslovacchia): una satira sociale sulla vita in un quartiere prefabbricato alla periferia di Praga, rimasta senza approvazione ufficiale per due anni. Chytilová, figura chiave del Nuovo Cinema Ceco, usa il montaggio episodico e la frantumazione narrativa per mostrare come l’utopia urbanistica produca alienazione comunitaria. La storiografia femminista del cinema ha messo in luce come la sua estetica non sia “sperimentale” in astratto, ma una politica della forma: il disordine visivo come critica della razionalità pianificatrice.
Dieci anni dopo, In Which Annie Gives It Those Ones di Pradip Krishen (India, 1989) – con sceneggiatura e interpretazione di Arundhati Roy – porta in scena una commedia universitaria divenuta di culto: uno studente di architettura bocciato ripetutamente perché osteggiato dal preside. La critica internazionale sul cinema indiano “indipendente” ha evidenziato come il film traduca l’esperienza biografica in una poetica della marginalità: ironia, coralità e ibridazione linguistica come strumenti per mettere in discussione l’autorità accademica e, per estensione, quella istituzionale. Il restauro 4K, realizzato con la Film Heritage Foundation e L’Immagine Ritrovata a partire dal negativo 16mm e da una stampa 35mm, restituisce la materialità mista di un cinema nato ai margini dell’industria.
Con Jubei Ninpucho (Ninja Scroll) di Yoshiaki Kawajiri (Giappone, 1993), Berlinale Classics accoglie per la prima volta un anime: il viaggio di un giovane ninja attraverso un Giappone feudale popolato da avversari demoniaci. Titoli come questo hanno ridefinito la percezione globale dell’anime, coniugando azione, erotismo, splatter e mitologia in una sintesi stilistica che ha influenzato il cinema di genere occidentale. Il restauro 4K, condotto con la partecipazione del regista, affronta problemi specifici della cel animation: preservare la saturazione dei colori e la stratificazione dei livelli senza “modernizzare” l’immagine. È un caso emblematico dove più che migliorare, si cerca di rendere nuovamente leggibile un’estetica storica.
Il titolo più recente è Leaving Las Vegas di Mike Figgis (USA, 1995), presentato in versione restaurata 4K dal negativo Super 16 alla presenza dell’autore. La storia di un uomo deciso a bere fino alla morte, e dell’incontro con una prostituta, è spesso ricordata per l’Oscar a Nicolas Cage, ma la critica ha insistito soprattutto sulla sperimentazione formale: macchina a mano, luce naturale, improvvisazione controllata, montaggio musicale come struttura emotiva. La grana del Super 16 è una scelta poetica che traduce l’instabilità psicologica dei personaggi in precarietà visiva. Il restauro, affidato a Silver Salt, conferma come la fedeltà alla texture originale sia condizione per comprendere il senso del film.
Nel loro insieme, questi restauri dimostrano che Berlinale Classics è un vero e proprio laboratorio di storia del cinema. Ogni intervento sulla pellicola è un atto interpretativo: decide cosa del passato rendere presente, quali genealogie riattivare, quali margini riportare al centro. Dall’espressionismo psicoanalitico di Pabst al post-colonialismo di Bouanani, dalla satira modernista di Chytilová all’anti-umanesimo di Imamura, fino all’ibridazione globale dell’anime e al realismo sporco di Figgis, la sezione costruisce una mappa in cui estetica e politica sono inseparabili.
[Foto dell’articolo: Geheimnisse einer Seele (Secrets of a Soul) by Georg Wilhelm Pabst – Berlinale Classics 2026 // fonte: Friedrich-Wilhelm-Murnau-Stiftung // concesso per l’utilizzo e la diffusione a mezzo stampa da Ufficio Stampa Berlinale]





