sabato, Settembre 26, 2020

Joe di David Gordon Green a Venezia 70: l’America di Larry Brown

Matrimonio fallito, figli abbandonati e vita alla deriva, Joe è il campione/modello di Larry Brown, autore del romanzo da cui è tratto il film.
Romanziere del Mississippi, quasi sconosciuto da noi ma acclamato cantore del profondo sud nel suo paese, morì prematuramente nel 2004, affogando definitivamente nell’alcool la sua scrittura incandescente e ossessiva.

Non c’era nulla che potessi fare se non andare avanti. Avevo già fatto tutte le mie scelte” dice Brown in 92 giorni, romanzo breve sul suo alter ego, una summa in cui sembrano convergere i mondi estremi di Mc Carthy, Faulkner e Crews, gli interni famigliari senza speranza di Carver e Bukowski, e, soprattutto, gli uomini soli di Dan Fante.

Joe, romanzo del ’92, vinse il Book Award per la narrativa meridionale e Gordon Green ne ricava un film che gira in Texas, in una di quelle piccole città inospitali che gli ricordano l’infanzia perché ci è cresciuto e che ci ha già mostrato in George Washington, All the Real Girl e Pineapple Express.

Joe è la storia di Joe Ransom (Nicolas Cage), un ex detenuto che ha scelto di dedicarsi, per dimenticare il passato, ad una specie di caporalato che dà lavoro ai neri. Devono “uccidere”, dice lui, filari di alberi nel bosco per piantarne altri più redditizi per conto terzi. Infiltrano, cioè, veleno sotto la corteccia e l’albero muore. Joe dirige il lavoro, trasporta gli operai col suo pick up e alla fine della giornata li paga. Al fianco di Joe arriverà ben presto, come comprimario, Gary (Tye Sheridan) un quindicenne in cerca di lavoro per aiutare la famiglia. Il padre di Gary è un bruto alcolizzato che lo picchia e gli ruba i soldi, maltratta la moglie pressochè catatonica e non esita a vendere la figlia autistica.

Dunque la strada per il ragazzo sarebbe già segnata se non ci fosse Joe, che decide di diventarne il padre putativo e proteggerlo da quel mondo brutale in cui si è trovato a nascere. Con Gary da aiutare ed in cui identificarsi, in un mondo dove, dai poliziotti al padre alcoolizzato, passando per gli amici del bar e le signore del bordello, sembra che non ci sia niente per cui valga la pena di esistere, Joe vivrà una di quelle svolte a 360° che ti cambiano i connotati.

In un ruolo a metà strada tra angelo sterminatore e giustiziere della notte, riscatterà una vita in cui non era esattamente uno stinco di santo neppure lui, ma aveva una sua onestà di fondo e un’umanità sepolte sotto ettolitri di acquavite che prima o poi dovevano riemergere. Nello sviluppo di trame e sottotrame del romanzo di Larry Brown il regista pesca dunque a piene mani, Joe è “un personaggio iconico della letteratura contemporanea del Meridione”, afferma.

Ed è vero, è un’America che va raccontata, ha un fascino profondo, ma tutto quello che Gordon Green riesce a fare del libro di Brown è metterlo in scena privo di mordente, con una rappresentazione piatta e prevedibile della sua brutalità.
Una storia crudele, fornita di una buona dose di straziante tenerezza, da raccontare muovendosi dall’interno dei personaggi e arricchendola con pennellate espressionistiche per uno sfondo che è miseria, sfruttamento, vuoto morale e deprivazione, finisce così pesantemente penalizzata. Non collabora neppure la presenza di una star a redimere il tutto.

Cage è particolarmente irsuto, perfino nella voce che, non doppiata, risulta semi-incomprensibile. Si agita in una recitazione muscolare per un buon novanta per cento delle scene del film, diventando così una presenza ossessivamente incombente.
Il suo processo di redenzione è appena abbozzato, abbondanza di déja-vu da un lato e frastornante rappresentazione della brutalità dall’altro sono la cifra costante del film. L’ossessiva incandescenza dello stile di Larry Brown si è persa in una sorta di artificio narrativo che non lascia alcun segno nella post-visione. Un vero peccato.

Paola Di Giuseppe
Paola Di Giuseppe
Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.

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