Ho ascoltato con molta attenzione e rispetto l’intervento di Pietrangelo Buttafuoco per la conferenza stampa dello scorso 6 maggio, con gli unici mezzi che ritengo validi, quelli dello studio alla luce dell’esperienza soggettiva. Se la seconda diventa predominante e chiusa al necessario processo di verifica, il rischio è quello di una torsione compulsiva dove, per esempio, le ragioni dei detrattori finiscono per coincidere con quelle dei sostenitori. Sembra impossibile, da quel che leggo ogni giorno, mettere sulla stessa bacheca le proteste contro un padiglione russo definito da un’assertiva dimensione statale e l’inclusione di artisti israeliani illuminati. Costretti a scegliere se attaccare alla giugulare oppure applaudire, ci si colloca dove l’affetto o la militanza suggeriscono, compiendo un piccolo peccato veniale molto diffuso, per aggiustare il racconto della realtà tramite una rimozione necessaria a sostenere la propria tesi.
La censura è esattamente questo, l’addomesticamento o l’amputazione delle eccedenze quando queste cominciano a far male. C’è una sequenza illuminante in una delle opere più belle di Atom Egoyan, uscita nel 1991 e intitolata “The Adjuster”. Nel film, Arsinée Khanjian interpreta Hera, un funzionario statale della commissione censura sui film ritenuti a rischio pornografico. Mentre ha il privilegio, per prassi, di sedere in una sala adibita e di vedere per prima le opere da sforbiciare, non vista tiene in grembo una piccola videocamera, con la quale cattura le scene più bollenti che passano sullo schermo, per portarsi a casa un pezzo del lavoro e trasformarlo in consumo. C’è lo sguardo e l’appropriazione del testo cinematografico, nel tentativo legittimo di costruire la propria esperienza come evento unico, mentre si nega illegittimamente agli altri la vertigine di poter scegliere.
Buttafuoco ricorda la libertà e l’autonomia de La Biennale attraverso le parole di Giorgia Meloni e aggiunge l’audacia a queste qualità, tutte alla radice dello Iure, la civiltà del diritto “quella di cui – aggiunge il presidente – Sergio Mattarella, il capo dello Stato, è maestro“.
Le richieste di esclusione e di boicottaggio sarebbero quindi il letto di Procuste del laicismo contemporaneo, teso nel nome di Voltaire ad amputare e stirare manufatti dell’ingegno in base ai propri standard ideologici. Buttafuoco non ha esitato a chiamarlo “laboratorio di intolleranza“, dove “chiudere a qualcuno significa rendere più fragile l’apertura verso altri“. Eppure, l’autonomia simbolica dell’arte rispetto alle contingenze politiche, se mira a costruire una legittimazione universalista de La Biennale come spazio attraversabile anche da ciò che è conflittuale, rischia di rimuovere il rapporto materiale tra immagine, potere e corpi.
Evocavo Egoyan, forse l’artista di Cinema che più di altri ha anticipato i rischi delle un-speaking parts all’alba delle società ricombinate nell’esperienza digitale. Hera, nel film citato, esercita una forza libidinale del controllo ed esprime una pulsione proprio nell’atto di incorporare ciò che pubblicamente sarà vietato. La censura è allora una forma violenta di appropriazione del reale, ma non può essere evocata in modo così didascalico per confutare le ragioni di chi si è opposto all’allestimento del Padiglione Russo alla Biennale. L’apparato che popola i significati di quello spazio è già il frutto di un’operazione brutalmente censoria e ne incorpora tutti i livelli. Buttafuoco dovrebbe ricordare a chi lo ascolta che dal 2022, il sistema culturale contemporaneo russo ha drasticamente ridotto il margine tra produzione autonoma e compatibilità con il potere, e quando la necessaria distanza per creare uno spazio critico di osservazione si verifica, questo accade ai margini dell’impero, come in Kazakistan per esempio. Chi conosce la sconcertante e violentissima filmografia di Adilkhan Yerzhanov, autore che sto studiando da tempo con attenzione, sa bene che la libertà di ritrarre un mondo brutale come quello russificato, passa attraverso un impianto fortemente metaforico e ibrido, dove l’alternanza tra autonomia e dipendenza fa parte di quelle strategie di sopravvivenza rispetto alle minacce permanenti di un regime; difficile pronunciarsi sul coraggio del singolo, perché è una categoria difficilmente misurabile con metodo scientifico. Questo dovrebbe chiarire che un padiglione nazionale come quello russo, non possa essere considerato il frutto di un collettivo spontaneo, perché in virtù degli attori coinvolti, si situa dalle parti di quei dispositivi diplomatico-culturali che è necessario mettere in discussione, prima di tutto come osservatori critici che rilevano l’appropriazione e il controllo totale dei corpi da parte del potere.
Nel luogo dove tutte le eccedenze devono convivere, secondo il nobile proposito di Buttafuoco, siamo di fronte ad un dispositivo che le ha già stroncate prima di proporsi al mondo libero dell’arte nella zona franca de La Biennale. Cita quindi le democrazie che reintroducono la pena di morte, come cortocircuito flagrante da opporre alla logica delle esclusioni, ma dimentica, per parlare di arte popolare, che al momento, nel raggio d’azione della Russia di Vladimir Putin, non ci sono esempi simili a quelli di Bruce Springsteen o di David Broza, per parlare ovviamente dei grandi numeri dell’arte di massa.
Ma dall’altra parte del guado da cui si osserva un dispositivo complesso come La Biennale, non credo sia possibile negare il rischio di una deriva moralistica, spesso dettata da alcuni automatismi tribali e da pericolose semplificazioni binarie.
Sono altrettanto pericolose e discutibili certe linee di accessibilità normativa alle opere dell’ingegno. Se ne sente subito la puzza per chi come me è cresciuto in una famiglia ultra-cattolica e con l’ansia di uscire dal recinto di sicurezza preventivo, cercando di vedere il più possibile film vietati, estremi ed amorali a partire dai 14 anni d’età, quando una censura ancora attiva come organismo statale, consentiva, come in tutti i sistemi proibizionisti, di ottenere dosi di “proibito” con modalità avventurose ed emozionanti, del tutto dimenticate nell’era delle immagini trapelate come forma oscena di abuso.
Chi ha la mia età, ha vissuto nel fiorentino e ha una buona dose di ironia tagliente come risorsa critica, ricorderà la straordinaria avventura di RTV38, emittente locale attiva durante gli anni ottanta, che in mancanza di una regolamentazione statale chiara, trasmetteva pornografia trucida dalle 24:00 in poi, dalla sede vicina a Figline, ricavata in alcuni locali di un convento dei frati. La mattina andavano in onda le registrazioni delle Feste del Perdono, a notte fonda porno non stop. Di li a poco sarebbe esploso un piccolo scandalo da manuale.
Molti di noi registravano, come la Hera di Egoyan ma dalla parte opposta della barricata, per evitare il maglio delle censure culturali, famigliari e statali.
La scelta de La Biennale di includere artisti israeliani non allineati al governo Benjamin Netanyahu dovrebbe essere letta come un gesto di coraggio nel clima contemporaneo, soprattutto perché introduce una distinzione fondamentale tra Stato, popolazione, dissidenza interna, tradizione religiosa e produzione culturale. In un momento in cui molte discussioni polarizzate e veicolate attraverso i mezzi della disattenzione automatica favorita dai social, si assiste ad una riduzione etnica o simbolica del conflitto, difendere la presenza di artisti israeliani impegnati da decenni in una direzione contraria rispetto alla lunga deriva della destra israeliana, significa riaffermare che l’arte “audace” non coincide con l’apparato nazionale, nonostante la fisiologia del contenitore “Biennale”, ancora legato ad un modello specifico.
Possono convivere nella stessa persona, nella stessa curatela, nello stesso sistema organizzativo di una mostra, asimmetrie e contraddizioni? Evidentemente per alcuni no, se si esaminano gli schieramenti affettivi dopati dai mezzi di comunicazione diffusi, che la Simone Weil di “Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale”, avrebbe liquidato con adamantina precisione. Così ciascuna parte seleziona “il proprio Buttafuoco”. Chi lo sostiene enfatizza l’apertura verso artisti israeliani dissidenti e rimuove il problema a mio avviso strutturale del padiglione russo; chi lo attacca compie un’operazione opposta e coincidente. Entrambi costruiscono un’immagine politica semplificata, funzionale alla propria architettura morale.
Cos’è allora “censura”, se non la traduzione operativa di una tentazione interiore che esercita l’eliminazione delle eccedenze incompatibili con il proprio percorso? Per questo trovo molto più interessante il rapporto del centro, ovvero il dispositivo imponente e sussidiato de La Biennale basato anche architettonicamente sul paradigma auto-rappresentativo dello stato-nazione, con l’arte autonoma che esplode dai margini e racconta attraverso i corpi delle Femen, delle Pussy Riot e delle iniziative Ucraine collaterali di questi giorni, un’amputazione dolorosa subita dai nuovi Damastếs. Si mostrano impudicamente le cicatrici, senza tagli al montaggio di stato, ma proponendo un vero e proprio fuori-campo che volutamente o meno, ha favorito la circolazione del dibattito.
“Il luogo dove il mondo si incontra […] a maggior ragione quando è lacerato“, è la definizione che Buttafuoco offre de La Biennale, anche all’interno della tradizione apolide veneziana, come contenitore che espone conflitti e contraddizioni.
Sul coraggio e la curiosità eretica della sua presidenza non ho alcun dubbio, se penso alla splendida edizione de La Biennale Musica e alla rottura definitiva di certi schematismi dopo aver affidato la guida ad un’artista eccentrica come Caterina Barbieri. La terra comune è quella della ricerca spirituale e della riappropriazione delle dinamiche rituali interne alla performatività.
Voglio quindi sperare, assumendo il ruolo dell’avvocato del diavolo, che la scelta di includere un omaggio a Pavel Florenskij nel corpo de La Biennale arte, proprio per introdurre una compensazione controfattuale, si riferisca alla storia della sua introduzione italiana negli anni settanta, grazie alle traduzioni di Elémire Zolla, proprio quando “il conoscitore di segreti” subiva in patria le violente censure del monopolio culturale marxisteggiante, perché veicolava per la prima volta un serbatoio vitale di intuizioni spirituali e scientifiche, contro il razionalismo cieco e autoritario di quegli “intellettuali” di cui aveva sancito l’eclissi.
I motivi per cui ancora leggo i testi del filosofo, matematico e presbitero russo sono questi e altri, pur nella consapevolezza che oggi siano negativamente sfruttati, insieme alla ricombinazione di altre figure, dalla squallida propaganda putiniana euroasiatista e dai deliri panslavisti di Aleksandr Dugin. Pericoli da cui lo stesso Zolla metteva in guardia, sarà bene ricordarlo per chi è abituato a volgari approssimazioni, per esempio nelle 600 pagine di “Uscite dal mondo”, volume pubblicato per la prima volta nel 1992: “Purtroppo la reazione al progressismo fu spesso deviata nei sogni panslavisti, più o meno alleati alla politica autocratica, non meno esiziali d’ogni altra utopia: in disonesti millenarismi” E più avanti: “E giusto che venga ora in primo piano l’interesse per Florenskij filosofo della scienza e in genere per quello posteriore al 1914, quando, bruciate tutte le scorie «panslaviste», raggiunse il piano dove si accerta l’unità trascendente dei culti […] riuscì a mantenersi intatto fra insidie assai diverse. Non permise alle fantasticherie messianiche che avvolgevano la Russia di contaminarlo […] basò il suo sistema sull’antinomicità della vita spirituale, senza mai esporre progetti teocratici; si direbbe che consentisse alla lettera che Merezkovskij scrisse a Berdjaev, chiamando la teocrazia imperiale un errore politico, storico, filosofico e religioso, capace soltanto di inaugurare il regno dell’Anticristo […] respingeva perfino l’unitotalità della vita proposta da Solov’èv, attenendosi al principio della transrazionalità antinómica. Escludeva evoluzionismo, storicismo e meccanicismo. La percezione stessa era per lui il risultato di una reazione antinómica, che le illusioni ottiche mettevano chiaramente in luce. Era per lui decisiva la scoperta della scienza moderna, che il mondo non è continuo. Elencava le prove di discontinuità: […] la scoperta dei quanta, lo sviluppo discontinuo delle specie, la vita creativa“
Quando leggo, da una parte e da altre, approssimazioni molto becere sul pensiero “tradizionale”, provo profonda irritazione. Credo sia molto offensiva la “reductio ad Evola” usata per descrivere sui social, non certo con un saggio critico, le scelte e il percorso di Pietrangelo Buttafuoco, nello stesso modo in cui trovo demenziale definire i confini della ricerca sapienziale, spirituale, esoterica, conoscitiva, sincretista o come vi pare entro una cornice “ontologicamente” legata alle destre.
A questo proposito, mi piaceva molto la prima ipotesi per la direzione de La Biennale Musica proposta da Buttafuoco, a quanto pare indirizzata ad una figura inintegrabile come Giovanni Lindo Ferretti, che ha declinato. Piani che andrebbero studiati a fondo e che intrecciano, pur senza sovrapporli, i percorsi di Citati, Cattabiani, Calasso, Zolla, Ceronetti, Campo, Jesi, Praz, Del Noce, De Martino, Pettazzoni, Palamidessi, fino agli eretici Pasolini, Fortini, Pavese e per quanto mi riguarda la difficile e tragica avventura letteraria di Guido Morselli. Il suo postumo “Il grande incontro”, dialoga in modo ravvicinato con “Minuetto all’inferno”, primo dei due romanzi di Zolla pubblicato nel 1956, ed entrambi si immaginano la sulfurea e disastrosa sintesi tra ortodossia religiosa e dittature, con una forza visionaria che non può non far pensare alle liaisons dangereuses tra Putin e Kirill.
Non ho paura dei luoghi dove si “discute e si ascolta”, anche quando il potere si inserisce per sfruttare spazi di libertà negati in casa propria. Ho sempre ritenuto il boicottaggio artistico un sistema fallace, non foss’altro per la pervasiva diffusione dei dispositivi Apple, le cui politiche di delocalizzazione della produzione in Cina, hanno generato un cortocircuito tra libero mercato e sfruttamento della manodopera, grazie alla collaborazione del regime locale. Alzi la mano il liberale che ha gettato il suo Mac Pro dalla finestra per sostenere il Tibet, Taiwan e altre battaglie di libertà nei confronti dei popoli oppressi dal regime di Pechino.
Siamo schizofrenici, o lo accettiamo facendo del nostro meglio per definire i confini di un abuso ed evidenziare gli slittamenti di senso, oppure l’insulto costante per stigmatizzare le contraddizioni altrui è semplicemente uno strano modo di abitare il flusso transnazionale della modernità.
[Immagine dell’articolo: Prompt e concept ideato da Michele Faggi, realizzato con strumenti generativi AI. © indie-eye 2026 ]


