A forza di parlar contro, ci si dimentica che sarebbe stato più utile raccontare per. Non ho trovato nel contesto dei volenterosi difensori della Storia e delle ragioni Ucraine, soprattutto quelli attivi in politica, un solo commento su “Deer“, l’opera di Zhanna Kadyrova che alla Biennale arte 2026 rappresenta l’Ucraina.
Parte di quella generazione di artisti emersa nello spazio post-sovietico, che spesso ha trasformato il paesaggio urbano, i residui industriali e i simboli del potere in materiale plastico e politico, ha operato nell’ambito R.E.P. (Revolutionary Experimental Space), collettivo che insieme ad altri ha rappresentato il fervore e la creatività che alimentavano lo spirito della Rivoluzione Arancione del 2004. Quel tipo di esperienza è centrale per comprendere la relazione tra spazio pubblico, memoria e conflitto, che il cervo/origami esposto a Venezia concentra in forma simbolica, anche per il percorso che ha materialmente attraversato.
Nell’arte di Kadyrova i materiali edilizi e industriali legati alle trasformazioni traumatiche delle citta ucraine sono al centro del suo discorso. Deer nasce nel 2019 a Pokrovsk, nel Donec’k, in un sito altamente simbolico, costituito dal basamento di un ex caccia sovietico capace di trasportare ordigni nucleari. Il cervo sostituiva in quel caso un simbolo militare con una figura fragile e pacifica. Inizialmente concepita come arte fruibile pubblicamente e quindi di natura affettiva per gli abitanti di Pokrovsk, ha subito trasformazioni radicali a causa dell’invasione russa, tanto da assumere il ruolo in transito della reliquia di una città perduta. C’è un bel pezzo su Liga.life 1 che definisce il cervo come un “artefatto bellico”, capace di spingere l’opera in quella dimensione di fragilità causata dal venir meno delle garanzie di sicurezza. Per Kadyrova, che ha ovviamente una posizione militante e disillusa sul ruolo dell’arte come strumento per fermare la violenza, emerge una posizione che condivido pienamente e che non è illusoria, ovvero l’idea che l’arte rimanga l’unico strumento valido per impedire la scomparsa simbolica di un popolo e del suo spirito. “Ogni gesto artistico – ha dichiarato in un’intervista pubblicata su Vogue Ukraine – ci rende visibili“.
Ed è secondo me il senso stesso della presenza Femen alla Biennale, se spostassimo per un attimo il piano di realtà dal “contro” al “per”. È dal 2022 che l’arte di Kadyrova ha modificato alcune prassi e pur mantenendo scelte riconoscibili in tutto il suo percorso, molte delle sue opere nascono direttamente dalle macerie e dalle condizioni materiali dei territori colpiti. Il progetto Palyanytsia, uno dei più noti, utilizzava per esempio pietre di fiume trasformate in imitazioni del pane tradizionale ucraino, mettendo in relazione il dramma della sopravvivenza, con i materiali “crudi” del territorio, parte di un’identità culturale incisa nei resti del paesaggio.
Va da sé che in parallelo, artisti come lei, siano direttamente impegnati ad alimentare il meccanismo della difesa, con una partecipazione qui dimenticata e che ricorda l’operosità di altre storie resistenziali. Kadyrova ha sostenuto numerose iniziative di fundraising per l’esercito ucraino, tanto da da aver raccolto attraverso le sue opere oltre 200.000 euro destinati alle forze armate.
Sottolineo questo per definire concretamente un impegno che il pacifismo olistico italiano spesso dimentica e ha dimenticato dai tempi ormai lontani della resistenza. Sul piano espressivo la sua opera si è trasformata in un’articolata avventura di salvataggio degli oggetti dalla cancellazione operata dal conflitto, dove lo spostamento degli stessi è un tentativo di traghettare, letteralmente, la memoria collettiva fuori dalle zone dove impera distruzione.
L’evacuazione del cervo da Pokrovsk, raccontata a Venezia con una video installazione che affianca l’esposizione del manufatto, ha seguito le tappe di un vero e proprio salvataggio umanitario. Corpo sospeso, il cervo non ha più un suolo stabile, proprio come milioni di sfollati ucraini. Si potrebbe parlare a lungo della decostruzione ironica che l’opera di Kadyrova opera sul monumentalismo pseudo-mistico dell’architettura Sovietica, pur nella permanenza fisica dell’oggetto che è centrale nei suoi lavori. Da una parte, sembra che cerchi di costruire una nuova memoria pubblica ucraina, partendo dai resti e dai segni lasciati dal modernismo sovietico. Se tragicamente il cervo è l’ultima cosa rimasta della città di Pokrovsk, Kadyrova spinge a riflettere sulla perdita dei luoghi, sulla distruzione del paesaggio e sull’impossibilità di tornare alla normalità.
L’arte ancora una volta non fermerà la guerra ma può salvare durante e dopo, trapassando il tempo e lo spazio. A me fa pensare all’unicorno / origami lasciato da Gaff in Blade Runner, immagine ambigua, sospesa tra dimensione onirica e impianto mnestico, dove il residuo di umanità, oppure la prova della sua stessa sostanza simulacrale rimane irrisolta. Segni fragili entrambi, l’unicorno e il cervo, tracciano la posizione precaria e fluttuante delle identità. E c’è una bella inversione, perché nel film di Scott l’origami è leggerissimo ma carico di implicazioni metafisiche, mentre il cervo di Kadyrova sembra di carta ma è un oggetto pesante di cemento armato. La leggerezza del simbolo per come lo percepiamo non corrisponde al peso, che diventa reale e storico. Ovvero, ciò che appare effimero, incorpora il trauma materiale della guerra. E se nel film di Scott gli animali artificiali sostituisco quelli estinti, in un modo molto simile, il cervo di Kadyrova rappresenta un’altra sparizione, quella del territorio abitabile, traccia mobile e post-apocalittica di un mondo che non esiste più.
[Immagine dell’articolo: Prompt e concept ideato da Michele Faggi, realizzato con strumenti generativi AI. © indie-eye 2026 ]
- Kateryna Tryfonenko «“Origami Deer” from Pokrovsk: How a Sculpture About Peace Became an Artifact of War at the Venice Biennale» Liga.life, 8 maggio, 2026. Disponibile: https://life.liga.net/en/culture/article/origami-deer-from-pokrovsk-how-a-sculpture-about-peace-became-an-artifact-of-war-at-the-venice-biennale[↩]


