Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Paolo e Vittorio Taviani hanno risposto alle domande dei giornalisti in occasione della conferenza stampa per Maraviglioso Boccaccio tenutasi presso la sede della Mediateca Regionale Toscana a Firenze. Il film riprende cinque novelle del Decameron e approfondisce con un nuovo e intenso capitolo la riflessione sul senso della storia e sul rapporto con il tempo presente. 

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Il ritorno al cinema di Paolo e Vittorio Taviani, dopo il grande successo di Cesare deve morire, si preannuncia uno degli eventi cinematografici più attesi dell’anno. Maraviglioso Boccaccio riprende cinque novelle del Decameron e approfondisce con un nuovo e intenso capitolo la riflessione sul senso della storia e sul rapporto con il tempo presente.

Alla conferenza stampa svoltasi presso la sede della Mediateca Regionale Toscana a Firenze, Paolo Taviani risponde così alle domande del pubblico e dei giornalisti.

Nel film il paesaggio toscano ha un ruolo centrale, come spesso accade nei vostri film

Abbiamo scoperto una nuova Toscana, di una bellezza che lascia senza fiato. Noi tutti abbiamo un compito, quello di conservare le nostre bellezze, rispettarle e tramandarle alle future generazioni. La Toscana rappresenta proprio questo perché crea un’armonia tra natura e uomo.

In Maraviglioso Boccaccio c’è uno stile nuovo rispetto ai vostri film precedenti. Uno stile quasi silenzioso, più attento alle gesta dei personaggi.

Abbiamo pensato che in molti momenti del film bastasse il contesto a spiegare le cose. Non servivano né le parole né il nostro intervento autoriale. C’è un elemento che si ripete nei film, i dialoghi sussurrati, quasi nascosti all’orecchio dello spettatore. Non è la prima volta che succede questo nei nostri film, anche in Sotto il segno dello Scorpione c’erano dialoghi che potremmo definire silenziosi. Ma se nel film del ’68 il nostro intento era sperimentale, adesso è un discorso legato al sentimento, alla volontà di conservare il bello.

Avete confrontato due tipi di recitazione. Uno più teatrale, legato ai novellatori, ai dieci ragazzi che si chiudono nella villa; l’altro, quello delle novelle, più cinematografico.

Abbiamo usato un doppio registro, cercando di integrare il racconto con le novelle. Le sequenze dei novellatori sono fondamentali, ci abbiamo insistito molto perché il rischio, concentrandoci troppo sulle novelle, era quello di realizzare un film a episodi. Lo stesso procedimento è stato usato per la musica. Nelle scene dei novellatori la musica è moderna mentre nelle novelle abbiamo attinto alla tradizione operistica.

Come si è svolto il procedimento per la scelta delle novelle?

Abbiamo scelto le novelle legate alla contemporaneità, quelle in cui abbiamo potuto riscontrare maggiori rapporti con il presente.

Qual è il ruolo della donna nel vostro film?

Le donne sono protagoniste più degli uomini. Sono loro che decidono di andare via da Firenze, sono loro il filo conduttore delle varie novelle. C’è questo rapporto stretto tra donna e amore, un amore amorale, concepito nella libertà, senza regole prestabilite. Anche senza volerlo, ci siamo accorti che la forza di Boccaccio è che le storie affondano ancora nel presente: il nostro è un film sull’amore e sono proprio le donne a pilotare queste storie d’amore.

 

 

Michele Nardini