martedì, Settembre 22, 2020

Una fedina violenta: A History of Violence di John Wagner

Through the jungle, very softly flits a shadow and a sigh – He is Fear, O Little Hunter, he is Fear!Fear, di Rudyard Kipling, citato da John Wagner in esergo al secondo capitolo di A History of Violence, Vertigo, 1997.
ìAl festival di Cannes del 2005 concorsero due film-fumetto. Sin City di Robert Rodriguez (& Tarantino), tratto da sua maestà Frank Miller, e A History of Violence, di David Cronenberg, dalla graphic novel scritta da John Wagner, illustrata da Vince Locke e letterata da Bob Lappan. History è il primo “romanzo grafico” di Wagner, fumettista britannico trasferitosi negli Stati Uniti la cui fama è legata soprattutto a Judge Dredd. Vince Locke, illustratore di Sandman, si trovò a collaborare con Wagner per la prima volta. Il risultato piacque alla critica ma ebbe scarse ricadute commerciali; la versione cinematografica ha contribuito in maniera decisiva a riportare in auge una delle migliori narrazioni a fumetto degli ultimi anni, che fa di Wagner un autore paragonabile al succitato Miller, ad Alan Moore, a Chris Claremont – solo per citarne alcuni. Ne Il motore degli eventi (2001) Max Gazzè e Carmen Consoli cantano: Sensi di colpa / studiare fumetti / come minore / letteratura. Opere come A History of Violence sono letteratura tout-court. Impossibile negarlo oggi, come già negli anni ’90.

A History of Violence è l’ottavo film di Cronenberg tratto da un’opera letteraria. Vale la pena di listare gli altri: La zona morta (1983, da King), La mosca (1986, dal racconto di George Langelaan del 1957 già portato sullo schermo nel ’58), Inseparabili (1988, dal romanzo Twins di Bari Wood e Jack Geasland), Il pasto nudo (1991, da Burroughs), M. Butterfly (1993, dalla splendida pièce di David Henry Hwang), Crash (1996, da Ballard), Spider (2002, da McGrath). Nell’adattare il fumetto di Wagner & Locke, lo sceneggiatore Josh Olson ha scelto di sfrondare, semplificare, ridurre il plot a una traiettoria lineare e impietosa. La regia di Cronenberg, snella, pulita, precisa e spietata come la sequenza dell’hammam di Eastern Promises (2007), ha fatto il resto. E dopo la visione della Promessa dell’assassino è impossibile ignorare l’inseparabilità delle ultime due pellicole di Cronenberg. Non solo per la presenza di Viggo Mortensen… e nonostante Eastern Promises prenda le mosse da uno script originale di Steve Knight, l’autore di Dirty Pretty Things (2002), di Stephen Frears. Questo per dire che il marchio del regista – un autore, davvero, letterario – ha fatto sì che History e Promises vadano a comporre un dittico sorprendente sui temi dell’identità, della vita criminale e del ricorso alla violenza. In History abbiamo un ex mafioso sotto copertura costretto a uccidere ancora per salvaguardare la sua (nuova) famiglia, una volta che la mala l’ha scovato. In Promises, [spoiler] abbiamo un poliziotto della FSB (ex KGB) infiltrato nel girone della mafia russa londinese costretto a uccidere per salvare la pelle e le apparenze. Entrambi i film si concludono con un quadro che sottolinea integrazione: Tom / Joey è accettato dalla sua famiglia per quel che è (veramente), Nikolai assurge a nuovo capo della mafia russa cittadina nonostante ciò che è (veramente). Due storie speculari di identità nascoste, carsiche, in subbuglio. Non è un caso che in entrambi i film il personaggio femminile innamorato del protagonista gli rivolga la più basilare delle domande: chi sei (veramente)?
La graphic novel di John Wagner è divisa in quattro capitoli. È lunga: quasi 300 tavole. Un autentico romanzo, che trova anche lo spazio per una lunga analessi che ci riporta nella New York della gioventù di Joey, una Grande Mela vecchio stile che non può non ricordare classici filmici della mafia italoamericana come Il Padrino parte seconda e C’era una volta in America. Nel film, invece, Joey viene da “Philly” ed è colluso con la mafia irlandese. Wagner e Locke ci raccontano i primi passi di Joey nella mala, lungo le mean streets di Brooklyn, in compagnia del fratello Richie: trovano una pistola, imparano a usarla, architettano il colpaccio ai danni del boss Manzi, cavano un occhio al feroce Torrino col filo spinato. Lo stesso Torrino che, tuttavia, riesce 1) a mozzare un dito a Joey 2) a rapire Richie, destinato a restare suo ostaggio per anni, e anni, anni, mentre si scatena la caccia a un Joey in fuga e sotto copertura. Sono tutte importanti differenze rispetto al film. Il fumetto vanta una narrazione molto più stratificata e complessa, sicuramente più “a effetto” – l’abbondare di sangue fa la sua parte – ma non per questo più banale. La graphic novel ha infatti dalla sua la solida magniloquenza e l’afflato tragico delle migliori “grandi narrazioni” letterarie, compreso un finale vecchio stile che trancia la storia dopo il redde rationem. It’s over. It’s all over. La cena famigliare di cui ci rende testimoni Cronenberg è quindi un escamotage pensato appositamente per lo schermo. Il tratto filiforme, essenziale e nervoso di Vince Locke dà a A History of Violence un fascino out of time, estraneo alle mode passeggere che spesso ancorano i fumetti americani al momento della prima pubblicazione. Anche per questo il romanzo di John Wagner si configura, davvero, come una storia naturale, e universale, della violenza.

Simone Buttazzi
Simone Buttazzi è nato a Bologna nel 1976 e ora vive in Germania. Si è laureato con una tesi sull’immagine-pulsione di Gilles Deleuze e le sue occorrenze cinematografiche. Dal 2002 lavora in campo editoriale come traduttore (dall’inglese e dal tedesco), redattore e consulente. In rete, oltre che su Indie-eye Network scrive per numerose testate di Cinema e Letteratura.

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