giovedì, Settembre 24, 2020

Girl di Lukas Dhont: la recensione

Quando ti trovi davanti a una delle ballerine di Degas hai l’immediata sensazione che quell’immagine sia l’incarnazione o il faticoso conseguimento della perfezione sempre desiderata. La danza è simbolo di equilibrio, di femminilità, ma allo stesso tempo ha in sé un elemento di destabilizzazione, uno sciagurato alone di insicurezza e di angoscia.
Girl, opera d’esordio del regista belga Lukas Dhont, procede su due piani narrativi paralleli, il primo riguarda la giovane Lara, quindicenne, ammessa alla Royal Ballet School di Anversa, alla ricerca della realizzazione e all’adempimento del suo sogno di adolescente. Il secondo è uno scorcio di quotidianità, medici e psicologi che preparano questa giovane a poter diventare ciò che vuole davvero, una ragazza, un intervento chirurgico che le permetta la transizione fisica. Lara è una transgender, una figura angelica e magnetica che non riconosce il suo organo maschile. Queste due narrazioni si incrociano, si sovrappongono, mondi che entrano in contatto e si sbriciolano, quando Lara prova a sentirsi a suo agio nella propria pelle.

L’umiliazione che prova a essere incastrata in quel corpo e la crudeltà di essere travisata per quello che cerca di essere. Il dramma è nella sua testa, è nell’immagine che vede riflessa nello specchio.

Le ragazze non hanno problemi a condividere lo spogliatoio, le docce, ma ciò non impedisce a Lara di nascondersi in un angolo. I suoi insegnanti non riconoscono mai in lei una trans, anche la muscolatura diversa che influenza spesso i suoi movimenti diventa motivo per farla impegnare più a fondo. Ma Lara sente un disagio continuo e profondo, prima di ogni lezione in un rituale masochistico e disperato, nasconde il suo pene sotto delle bende elastiche che la portano ad avere un’infezione. Non ci sono fonti o pressioni che le arrivano dall’esterno. Il padre Mathias, interpretato da Arieh Worthalter, è amorevole e solidale, una figura che ricorda il personaggio di Michael Stuhlbarg in Call Me by Your Name.

Questa adolescente introversa è sola con i suoi demoni, lotta per un auto-accettazione.
Un senso di tranquilla disperazione si insinua dall’inizio, in quei sorrisi accennati che l’attore Victor Polster fa davanti a una cinepresa che non lo abbandona mai, attratta morbosamente da ogni dettaglio, scava in ogni solco di quel corpo giovane, indugiando sul collo e il torace che Lara guarda riflesso per scorgere qualche mutamento, un accenno di seno che non arriva.

È un film silenzioso, il regista si affida al linguaggio del corpo, agli sguardi e alle immagini piuttosto che al dialogo con la durezza naturalistica che appartiene ai fratelli Dardenne. I piedi che sanguinano come quelli di ogni ballerina diventano la metafora del modo con cui Lara compromette il suo stato di salute, abusando degli ormoni e smettendo di mangiare. Gli spettatori come occhi indiscreti attendono, sentono crescere l’imbarazzo, il malessere, il fastidio di Lara che culminano in un finale incredibilmente violento.
Girl ha una forma ellittica, elude il passato, l’infanzia, il riconoscimento di un desiderio, l’approdo alla certezza, delimita il tempo, racconta una storia in divenire e gli audaci passi necessari ad arrivare.

Francesca Fazioli
Francesca Fazioli
Laureata nelle discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo, ha frequentato un Master in Critica Giornalistica all'Accademia d'arte drammatica Silvio D'Amico e una serie di laboratori tra cui quello di scrittura cinematografica tenuto da Francesco Niccolini e Giampaolo Simi. Oltre che con indie-eye ha collaborato e/o collabora scrivendo di Cinema e Spettacolo per le riviste Fox Life, Zero Edizioni, OUTsiders Webzine

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