Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Nella circolarità del tempo l’uomo viaggia ai confini dello spazio e della psicosi per tornare in se stesso e alla propria immagine ideale, uccidendo l’immagine proiettiva, la maschera che indossava per abitudine mimetica. Ad Astra di James Gray in concorso a Venezia 76, la recensione 

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Cementificata nella parola, l’immagine di Ad Astra non respira, non brilla, non si espande. È chiusa in un corridoio verbale bidimensionale, in una forma di continua autogiustificazione esplicativa direzionata verso traguardi di trasparenza e forte comunicatività. È quindi tenuta in uno stato di cattività che non le permette di esprimersi se non per vie traverse, inconsce, laterali. Tutto nel primo film hollywoodiano di James Gray sembra dichiararlo: dall’uso della voce over del protagonista interpretato da Brad Pitt – pensato come un contro bilanciamento correttivo per qualsiasi forma di diversificazione formale e contenutistica, per i guizzi contemplativi – alla struttura della trama – allineata a un punto di fuga lieto ed evasivo. Bisogna spezzare questa sovrastruttura rigida e compatta, pensata forse per garantire un ritorno sicuro di budget, e sbirciare dentro alla scatola di contenimento dell’estro per osservare (anche solo intuendo) la proporzione potenziale del magma, l’impennata teorica assopitasi nella dilatazione dello schermo. Guardando (scomponendo e riposizionando quanto di prodotto, come in un’ucronia delle intenzioni autoriali) si intravede la danza con cui una riflessione sfuma nell’altra potenziandola: la suggestione della circolarità ricorsiva dei destini, già inscritti in una bolla a forma di lens flare, precipita nel discorso sull’eredità dell’immagine identitaria – padri che fuggono da figli che li rincorrono per fuggire dagli errori dei padri – e poi si sublima in una contemplazione della solitudine come porta della coscienza, come chiave della risposta alla morte – siamo tutto ciò che abbiamo, l’unica forma di vita complessa. Dentro alla corteccia dello sproloquio descrittivo (un film di fantascienza pauroso dell’immagine è un film che non sa sognare il futuro) infine è possibile scorgere un’ultima intuizione a punctum che somma tutte le altre: nella circolarità del tempo l’uomo viaggia ai confini dello spazio e della psicosi per tornare in se stesso e alla propria immagine ideale, uccidendo l’immagine proiettiva, la maschera che indossava per abitudine mimetica. Si riappropria del proprio punto di vista grazie a un viaggio interplanetario che è sguardo sul mondo a riconquista di una soggettiva. È però questo solo un immaginare incantato, legittimato solo da alcuni momenti rivelatori e non un constatare fattuale ancorato alla superficie del testo. Peccato davvero.

James Gray
Ad Astra
USA, Brasile - 2019

Con Brad Pitt, Donald Sutherland, Tommy Lee Jones, Ruth Negga, Greg Bryk, Jamie Kennedy, Jamie Kennedy, John Ortiz, Kimberly Elise, Elisa Perry, Loren Dean

 

Leonardo Strano

Leonardo Strano

Leonardo Strano studia Filosofia e scrive di cinema e serie tv. Il suo primo film è stato "Spirit - Cavallo Selvaggio", ama il jazz, la pizza e il cinema noir e deve smetterla di parlare in terza persona