Con 37 film provenienti da 36 Paesi, la sezione Panorama si conferma nel 2026 come il luogo più esposto della Berlinale, quello in cui il cinema interroga il mondo frontalmente, attraverso la rinegoziazione dello stesso dispositivo cinema. Ad aprire il programma è Only Rebels Win di Danielle Arbid, con Hiam Abbass: ambientato in una Beirut attraversata da crisi e fratture, il film racconta l’amore inatteso tra Suzanne, vedova di origini palestinesi, e Osmane, giovane sudanese senza documenti in cerca di futuro. È un gesto politico e sentimentale insieme, che mette in gioco desiderio, disparità e ostinazione a vivere.
Il direttore della sezione, Michael Stütz, parla di un programma “pieno di contrasti”, visivamente eterogeneo ma coerente per densità emotiva e rigore compositivo: il cinema come mediatore di trasgressione, narrazione ed espressione di autodeterminazione. È un principio che attraversa le storie d’amore – lette come diagnostica del presente – e le opere in cui migrazione, lavoro, potere e violenza ridefiniscono i confini dell’esistenza. In Lali di Sarmad Sultan Khoosat, Zeba e Sajawal sono legati da una passione che scivola tra superstizione, desiderio e paura in una commedia nera dove i vivi convivono con i fantasmi. In Iván & Hadoum di Ian de la Rosa, l’amore nasce in una serra del sud della Spagna ma viene messo alla prova da una promozione attesa da una vita: Iván deve scegliere che tipo di persona vuole essere, prima ancora che che tipo di partner. In Allegro Pastell di Anna Roller (adattamento del romanzo di Leif Randt), una coppia a distanza ha perfezionato l’equilibrio tra intimità e separazione, finché l’idea di un futuro “stabile” incrina la loro costruzione affettiva.
La sezione intreccia le traiettorie intime con i conflitti materiali del presente. El jardín que soñamos (The Garden We Dreamed) di Joaquín del Paso racconta una famiglia in terra straniera che ritaglia un fragile giardino di tenerezza in una foresta in declino, dove l’amore prova a mettere radici.
Enjoy Your Stay di Dominik Locher e Honeylyn Joy Alipio segue Luz, filippina senza documenti in un resort svizzero: per non perdere la custodia della figlia a Manila è costretta a guadagnare “a ogni costo”, anche oltre i propri limiti morali. In Geunyeoga doraon nal (The Day She Returns) Hong Sangsoo riflette con sottigliezza sull’atto stesso della recitazione: una giovane attrice, chiamata a rievocare tre interviste appena rilasciate, scopre di non riuscire più a ricordarle, come se l’identità professionale si dissolvesse nel momento in cui viene messa in scena.
Accanto alle storie di sopravvivenza, Panorama propone forti prospettive femministe. Árru, esordio della coreografa sámi Elle Sofe Sara, segue Maia, allevatrice di renne che difende le terre ancestrali da un progetto minerario mentre affronta traumi familiari sepolti: il corpo, il territorio e la memoria diventano un unico campo di resistenza. In Roya di Mahnaz Mohammadi, un’insegnante iraniana incarcerata per le proprie idee politiche deve scegliere tra una confessione televisiva forzata e l’isolamento in una cella di tre metri quadrati: un dramma teso sulla dignità e sul costo della verità. Lady di Olive Nwosu porta a Lagos una protagonista inedita, una tassista indipendente che entra in contatto con una comunità di sex worker: sorellanza, pericolo e gioia innescano una trasformazione identitaria.
Il documentario è uno dei pilastri dell’edizione e traduce in immagini poetiche le urgenze del nostro tempo. In Im Umkreis des Paradieses (Around Paradise) di Yulia Lokshina, Paraguay ed Europa diventano specchi di utopie in auto-esilio: studenti in cerca di “oro e di un uccello magico” e vicini europei in fuga dall’Armageddon mostrano come ogni paradiso abbia un prezzo. Tristan Forever di Tobias Nölle e Loran Bonnardot racconta un’amicizia trentennale tra un medico parigino e un pescatore di Tristan da Cunha, l’isola abitata più isolata del mondo: il desiderio di isolamento si misura con la tentazione del controllo totale. The Other Side of the Sun di Tawfik Sabouni riporta cinque sopravvissuti nella prigione siriana di Saidnaya per rimettere in scena ciò che hanno vissuto: la testimonianza come atto di riappropriazione della voce. In Traces delle ucraine Alisa Kovalenko e Marysia Nikitiuk, donne ucraine sopravvissute a violenze sessuali e torture da parte delle truppe della Federazione Russa, trasformano trauma e stigma in una pratica collettiva di resistenza.
Panorama costruisce anche una mappa delle arti e delle identità. Douglas Gordon by Douglas Gordon di Finlay Pretsell è un ritratto intimo dell’artista vincitore del Turner Prize, dove il confine tra realtà e performance si sfuma fino a mettere in crisi l’autorialità stessa del film. Siri Hustvedt – Dance Around the Self di Sabine Lidl segue il percorso della scrittrice americana tra femminismo, pensiero e relazione con Paul Auster, indagando la potenza dell’intelletto come gesto politico.
La Face cachée de la Terre (The Hidden Face of the Earth) di Arnaud Alain trasforma la pratica fotografica in un atto di cura dello sguardo: raccogliere “luce e corpi” per invitare a osservare ciò che resta nascosto.
Il cinema queer occupa, come da tradizione, uno spazio centrale. Two Mountains Weighing Down My Chest di Viv Li racconta con ironia una giovane artista cinese sospesa tra la scena alternativa berlinese e la famiglia a Pechino, alla ricerca di un’appartenenza in un mondo globalizzato e polarizzato. Narciso di Marcelo Martinessi torna al Paraguay del 1958: un carismatico musicista diventa simbolo di libertà sotto un regime militare soffocante, prima di una morte enigmatica che apre una ferita nella memoria collettiva. The Education of Jane Cumming di Sophie Heldman ambienta nell’Edimburgo del 1810 lo scandalo che travolge due insegnanti accusate di una relazione amorosa: un dramma su pregiudizio, sopravvivenza e coraggio civile. The Moment di Aidan Zamiri, con Charli xcx e Alexander Skarsgård, usa il mockumentary per riflettere sui meccanismi dell’industria musicale: è al tempo stesso autoritratto, gesto femminista di autodeterminazione e meta-commento ironico sul successo.
Il programma include anche ritratti sociali e geografici che interrogano l’Europa e il mondo. London di Sebastian Brameshuber segue un uomo che offre passaggi tra Vienna e Salisburgo: conversazioni minime che compongono un affresco di intimità e anonimato. Isabel di Gabe Klinger racconta una sommelier di San Paolo che sogna un bar tutto suo e deve decidere se fermarsi o “stappare” il proprio destino. Mouse di Kelly O’Sullivan e Alex Thompson osserva l’amicizia spezzata tra due liceali e la nascita di un rapporto ambiguo con la madre dell’amica, interpretata da Sophie Okonedo. In Paradise di Jérémy Comte, un capitano enigmatico di una nave in fiamme lega i destini di due famiglie tra Accra e una cittadina canadese, facendo del mare un dispositivo di connessione globale.
La memoria storica e politica ritorna in opere di grande forza. Rumaragasa (Raging) di Ryan Machado ambienta nelle Filippine degli anni Novanta il percorso di un giovane che, dopo una violenza subita, cade nel silenzio finché un incidente aereo non riaccende la ricerca di giustizia. Safe Exit di Mohammed Hammad costruisce un thriller psicologico intorno a un giovane guardiano segnato da traumi familiari in un Medio Oriente lacerato da violenze religiose ed etniche. Shanghai Daughter di Agnis Shen Zhongmin porta una donna di Shanghai in una piantagione di gomma nel sud-ovest della Cina, sulle tracce del padre mandato lì durante la Rivoluzione Culturale: il viaggio diventa incontro con estranei e con una memoria irrisolta. Shibire (Numb) di Takuya Uchiyama segue un ragazzo cresciuto sotto un padre tirannico che, senza più voce, torna nel nord del Giappone per affrontare il proprio passato. Staatsschutz (Prosecution) di Faraz Shariat mette al centro una procuratrice che, sopravvissuta a un attacco razzista, porta in tribunale il proprio caso, sfidando un sistema giudiziario che chiude gli occhi sull’estremismo di destra.
Il versante documentario si spinge fino alla cronaca estrema: Trop c’est trop (Enough is Enough) di Elisé Sawasawa immerge nella Goma del Nord Kivu dopo trent’anni di guerra, milioni di sfollati e morti; Un hiver russe (A Russian Winter) di Patric Chiha segue un gruppo di giovani costretti all’esilio dalla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina, sospesi tra paesi in cui non si sentono davvero a casa. Chiude la sezione una tragedia privata che diventa parabola universale: Vier minus drei (Four Minus Three) di Adrian Goiginger racconta Barbara e Heli, clown professionisti che avevano costruito con i figli una vita “alternativa e gioiosa”, spezzata da un incidente: la fede nell’umorismo e nell’umanità viene messa alla prova in modo definitivo.
[Foto dell’articolo – Inside the Palast by Michele Faggi]





