Tra le sezioni più eterogenee del Festival di Berlino, Berlinale Special conferma nel 2026 la propria identità come luogo di attraversamento dove convivono il piacere del genere, la serialità d’autore e il documentario politico, il cinema di culto e le opere pensate come occasioni di confronto pubblico.
Con 19 titoli provenienti da 15 Paesi – tra cui sei documentari e un programma di serie in sei titoli – la sezione costruisce un perimetro poroso che tiene insieme pubblico nuovo e spettatori fedeli, intrattenimento e urgenze culturali, offrendo “spazio per il dialogo” attorno a temi sensibili e questioni del presente.
Il cuore glamour della sezione passa dalle Gala, che ospitano anteprime mondiali e grandi lanci internazionali. Ulrike Ottinger firma Die Blutgräfin (The Blood Countess), un horror ironico e colto, scritto con Elfriede Jelinek e interpretato da Isabelle Huppert accanto a Birgit Minichmayr, Lars Eidinger e Thomas Schubert: la Contessa e la sua cameriera inseguono un elisir rosso e un libro capace di minacciare il regno dei vampiri, tallonate da un ispettore, due vampirologi, un nipote vegetariano e la sua terapeuta. Un gioco cinefilo e teatrale che intreccia mito, parodia e riflessione sulla narrazione del potere. Accanto a Ottinger, Teodora Ana Mihai presenta in prima mondiale Heysel 85, dramma che torna alla tragedia dello stadio Heysel del 1985: mentre la violenza esplode prima della finale di Coppa dei Campioni a Bruxelles, la figlia del sindaco e un giornalista vengono risucchiati nel cuore dell’evento, stretti tra dovere professionale, lealtà familiare e responsabilità morale. Il Gala accoglie anche l’anteprima internazionale di The Only Living Pickpocket in New York di Noah Segan, con John Turturro e Steve Buscemi: Harry, borseggiatore in declino in una New York mutata, ruba per errore una chiavetta USB di enorme valore e si trova in una corsa contro il tempo con una famiglia criminale sulle tracce.
Le anteprime europee portano due titoli di grande richiamo: The Weight di Padraic McKinley (opera prima), con Ethan Hawke e Russell Crowe, ambientato nell’Oregon del 1933, dove un padre separato dalla figlia viene costretto a contrabbandare oro attraverso una natura ostile in cambio di una possibile libertà; e Good Luck, Have Fun, Don’t Die di Gore Verbinski, commedia sci-fi con Sam Rockwell, Juno Temple, Zazie Beetz e Michael Peña, in cui un uomo dal futuro entra in un diner di Los Angeles per reclutare la combinazione “esatta” di persone necessarie a una missione notturna per salvare il mondo. Completa il fronte Gala la prima tedesca di The Testament of Ann Lee di Mona Fastvold, musical storico che racconta la fondatrice degli Shakers (Amanda Seyfried), predicatrice di uguaglianza di genere e sociale, mettendo in scena – attraverso canto e movimento – la tensione tra utopia e istituzione.
La vocazione pop e notturna di Berlinale Special emerge con Monster Pabrik Rambut (Sleep No More) dell’indonesiano Edwin, un body horror dal respiro industriale dove in un mondo che spinge gli esseri umani al lavoro incessante, una figura oscura prende possesso dei corpi quando il sonno viene sacrificato in nome della produttività. Saccharine di Natalie Erika James, presentato in prima europea, radicalizza l’orrore corporeo attraverso una metafora disturbante: una studentessa di medicina, in cerca di amore, viene perseguitata da una forza sinistra dopo aver aderito a una moda dimagrante che prevede l’ingestione di ceneri umane. A completare il segmento più notturno di Berlinale Special, il documentario The Ballad of Judas Priest di Sam Dunn e Tom Morello che ripercorre mezzo secolo di storia dei pionieri dell’heavy metal, dalle origini operaie in Inghilterra fino all’ingresso nella Rock & Roll Hall of Fame, con un’energia celebrativa che dialoga con la cultura pop.
Accanto allo spettacolo, Berlinale Special rivendica una forte centralità del documentario come forma di interrogazione del reale. In TUTU di Sam Pollard (presentazione speciale, prima mondiale), materiali d’archivio inediti e testimonianze ricostruiscono l’ascesa di Desmond Tutu come voce degli oppressi, guidata da fede, speranza e dalla pratica del perdono. Maite Alberdi firma Un hijo propio (A Child of My Own), ritratto di una donna che, spinta dal desiderio di maternità e dalla pressione sociale, finge una gravidanza: la menzogna si complica fino a diventare uno scandalo mediatico che rende impossibile sostenere la finzione. Ruth Beckermann, con WAX & GOLD, parte da un hotel di Addis Abeba costruito ai tempi di Hailé Selassié per intrecciare memorie personali e storie incrociate tra Etiopia ed Europa. L’indagine politica torna in Who Killed Alex Odeh? di Jason Osder e William Lafi Youmans: l’assassinio di un attivista palestinese-americano in California innesca una ricerca quarantennale che porta alla luce le radici di un movimento pericoloso tuttora attivo.
Un altro asse portante della sezione è la serialità, intesa come terreno di sperimentazione autoriale e racconto lungo. House of Yang (prima mondiale), serie tedesca ideata da Stefanie Ren e diretta da Mia Spengler, costruisce un mistero a cavallo di tre tempi: una ragazza scompare nella Foresta Nera nel 1949, un’altra cinquant’anni dopo, e nel presente i fantasmi del passato riemergono in una struttura a sei episodi. L’adattamento di La casa de los espíritus (The House of the Spirits), firmato da Francisca Alegría, Fernanda Urrejola e Andrés Wood, rilegge il romanzo di Isabel Allende seguendo tre generazioni di donne Trueba in una nazione sudamericana tra sconvolgimenti, disastri e magia. Marc Munden porta in prima europea la prima trasposizione televisiva de Il signore delle mosche, sceneggiata da Jack Thorne, dove l’innocenza di un gruppo di ragazzi inglesi naufraghi scivola verso la ferocia. In Mint, Charlotte Regan racconta una “love story” dentro una famiglia criminale senza sparatorie né traffici: tutto passa dallo sguardo e dall’immaginazione della figlia, in cerca disperata di amore. Dalla Spagna arriva Ravalear (Ravalear: Not For Sale) di Pol Rodríguez e Isaki Lacuesta, ambientata nel quartiere Raval di Barcellona: la battaglia di una famiglia contro lo sfratto imposto da un fondo immobiliare cresce fino a spingerli oltre ogni limite. Chiude il programma seriale The Story of Documentary Film di Mark Cousins, che prosegue la sua mappatura storica del cinema documentario, intrecciando capolavori, opere dimenticate e una riflessione su come il genere abbia modellato il nostro modo di vedere il mondo.
[Foto dell’articolo – Inside Berlinale Palast by Michele Faggi]





