Alla Berlinale 2026 la sezione Generation conferma il proprio ruolo di laboratorio privilegiato per un cinema che osserva l’infanzia e l’adolescenza non come territori “minori”, ma come luoghi politici, emotivi e immaginativi in cui il presente si misura con il passato e con ciò che deve ancora venire. Lo fa con 18 lungometraggi e 23 corti provenienti da 31 Paesi, tra cui 30 anteprime mondiali e dieci opere prime, distribuendo i film tra le due tradizionali diramazioni: Generation Kplus, dedicata ai più giovani, e Generation 14plus, rivolta a un pubblico adolescente.
Ad aprire la competizione Generation 14plus è Sunny Dancer di George Jaques, commedia consapevole dei codici di genere che mette al centro Ivy, diciassettenne interpretata da Bella Ramsey. Sopravvissuta a un tumore, la ragazza viene mandata controvoglia in un campo estivo per adolescenti con esperienze simili: quello che doveva essere un “chemo camp” si trasforma in un’estate di amicizie impreviste e scoperte emotive, in cui la differenza tra il sopravvivere e il vivere davvero diventa la vera posta in gioco. Il film, presentato come opera prima in prima mondiale, annuncia già il tono della sezione: un cinema che non evita la malattia, il trauma e il lutto, ma li attraversa con ironia, empatia e una sorprendente leggerezza.
La competizione Generation Kplus si apre invece con il documentario A Fabulosa Máquina do Tempo (The Fabulous Time Machine) di Eliza Capai, ambientato nell’arido entroterra brasiliano. Qui un gruppo di ragazze cresce sospeso tra il peso di un passato segnato dalle storie delle madri e la potenza delle proprie aspirazioni. Il film, in cui le protagoniste partecipano attivamente alla costruzione dell’immaginario, fa della “macchina del tempo” una metafora politica: il cinema come strumento per comprendere il presente e rendere pensabile un mondo diverso.
È proprio il tempo il grande filo rosso che attraversa la selezione 2026. Il tempo che si piega e si immobilizza nell’animazione giapponese Entotsumachi no Poupelle – Yakusoku no Tokeidai (Chimney Town: Frozen in Time) di Yusuke Hirota, dove il giovane Lubicchi, dopo la perdita dell’amico Poupelle, entra in un mondo sospeso alle 11:59 e deve riavviare un orologio per poter tornare a casa, ritrovando la capacità di credere.
Il tempo che si dilata in Atlasul universului (The Atlas of the Universe) di Paul Negoescu, in cui un bambino rumeno, dopo aver acquistato per errore due scarpe destre, attraversa la campagna alla ricerca della scarpa mancante: una quest quotidiana che si trasforma in racconto di formazione, amicizia e coraggio.
Generation costruisce inoltre le proprie narrazioni attraverso sguardi multipli e mondi intimi. A Family di Mees Peijnenburg racconta il divorzio dei genitori attraverso le prospettive speculari dei fratelli Nina ed Eli, facendo emergere come lo stesso evento possa essere vissuto come frattura e, al tempo stesso, come possibilità di ricomposizione affettiva. Feito Pipa (Gugu’s World) di Allan Deberton ci porta invece nell’universo di Gugu, quasi dodicenne brasiliano cresciuto dalla nonna, libero di esprimere sé stesso nonostante il confronto con un padre severo: l’immaginazione come spazio di resistenza identitaria.
Accanto ai registi storicamente legati alla sezione – come Rima Das, che con Not a Hero torna al proprio personale cinema dell’infanzia ambientando la storia di un ragazzo esiliato dal comfort cittadino in un villaggio ancestrale, dove tra un cavallo, una zia amareggiata e le avventure con i coetanei scopre una bellezza inattesa della vita – emergono opere prime di forte personalità.
Chicas Tristes (Sad Girlz) di Fernanda Tovar segue due amiche inseparabili, campionesse di nuoto, costrette da un evento traumatico a scegliere tra il silenzio e la parola: un racconto sul consenso, sull’amicizia e sui limiti della lealtà. In The lights, they fall di Saša Vajda, sedicenne alla periferia di Berlino, Ilay attraversa un’estate sospesa mentre una infermiera palliativa accompagna la madre negli ultimi giorni: un film stratificato sul tempo dell’attesa e del commiato.
La sezione dedica ampio spazio a un cinema di genere riletto come dispositivo politico e personale. In Black Burns Fast di Sandulela Asanda, la commedia ambientata in un collegio sudafricano diventa il terreno di una scoperta queer nera, brillante e dolorosa al tempo stesso. No Salgas (Don’t Come Out) di Victoria Linares Villegas, dal titolo già programmatico, rielabora l’horror come metafora della violenza sociale: dopo la morte della compagna, Liz reprime la propria identità fino a quando un weekend tra amici riattiva desideri proibiti, scatenando paranoia e distruzione.
Matapanki di Diego “Mapache” Fuentes utilizza invece la cornice del film di supereroi per costruire un manifesto punk: un ragazzo dei sobborghi cileni ottiene poteri sovrumani grazie all’alcol e tenta di “cambiare la società”, innescando però una spirale di conseguenze politiche impreviste.
Tra i documentari, What Will I Become? di Lexie Bean e Logan Rozos assume un peso etico particolare: intrecciando le storie di due ragazzi trans morti per suicidio e della comunità transmaschile+, il film affronta senza mediazioni la perdita, ma difende con forza la vita e la necessità di costruire immaginari di futuro.
Sulla stessa linea di un cinema che osserva il presente attraverso le sue fratture, Memories of a Window di Mehraneh Salimian e Amin Pakparvar parte dalle proteste in Iran documentate da dietro le finestre, interrogandosi su cosa significhi fare rivoluzione quando lo spazio pubblico viene negato.
La ricchezza del programma si riflette anche nella costellazione dei cortometraggi, dove la sezione esplora con la stessa radicalità i temi del passaggio all’età adulta, della differenza e della disobbedienza gentile. In Abracadabra di Amay Mehrishi, un viaggio in autobus diventa il teatro di un conflitto silenzioso su identità e colpa; Allá en el cielo (Nobody Knows the World) di Roddy Dextre racconta l’infanzia spezzata di un bambino peruviano coinvolto, suo malgrado, nel traffico di droga del fratello, aprendo uno spiraglio di umanità dopo la violenza. C’est ma soeur di Zoé Pelchat affronta con delicatezza la disabilità e il pregiudizio attraverso l’audizione di una ragazza con sindrome di Down e lo sguardo protettivo della sorella.
Tra le animazioni Kplus, Bats & Bugs di Lena von Döhren gioca con il rapporto tra natura e predazione in una giungla notturna, mentre En, ten, týky! (Eeny, Meeny, Miny, Moe!) di Andrea Szelesová segue un bambino mitico dalla testa luminosa che, caduto sulla Terra, rinegozia la propria identità. Papaya di Priscilla Kellen trasforma una minuscola semente amazzonica in figura politica: la scoperta delle proprie radici come atto di rivoluzione. Sul versante più intimista, Öömõtted (A Serious Thought) di Jonas Taul mette in scena un bambino che, insonne, riflette sul senso della propria esistenza in un universo vastissimo.
Non mancano i ritratti di comunità e appartenenza: Riding Time di Roopa Gogineni e Farhaan Mumtaz segue un ragazzo ossessionato dai cavalli nelle brughiere dello Yorkshire, intrecciando tradizione, migrazione e identità; Spî (White) di Navroz Shaban racconta una classe di villaggio nel Kurdistan iracheno che trasforma un gesto simbolico in atto collettivo; Yercekimi (Gravity) di Dalya Keleş osserva una bambina esclusa dai ruoli di genere che, grazie a un sogno infantile, trova un nuovo significato per la propria differenza.
Nel complesso, Generation 2026 si conferma come una sezione in cui il cinema diventa davvero una “macchina del tempo”: non per evadere dal presente, ma per rivelarne le stratificazioni, le ferite e le possibilità. Dalla malattia alla scoperta di sé, dalle comunità queer alle memorie politiche, dall’infanzia come territorio poetico alla giovinezza come campo di conflitto, i film selezionati mostrano come l’immaginazione cinematografica possa non solo raccontare il mondo, ma anche renderne pensabile uno migliore.
[Foto dell’articolo – Berlin bearview by Michele Faggi]





