sabato, Novembre 27, 2021

Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders: la recensione

Wenders torna in Europa dopo la parentesi americana e inserisce Il cielo sopra Berlino, premio alla regia a Cannes 1987, in una corrente cinematografica “berlinese” che vede in quella città un simbolo di storia e di futuro per la Germania e per l’Europa:

Berlino, oggi, è il luogo in cui senti davvero di essere arrivato alla fine del Ventesimo secoloè una città che rimanda continuamente al futuro, che ci spinge in avanti … Berlino è una città che reclama sempre un seguito … è l’ultimo atto. Il resto è preistoria. Se storia ci sarà, Berlino sarà l’inizio“.

Città infinita, luogo di transito, città-viaggio, paesaggio di passaggio-passeggio tra il “materiale” del passato e l’“immateriale” del futuro-presente, Berlino, come il cinema, è spazio delle infinite possibilità, territorio in cui nulla è rimasto esperibile se non l’idea della “sconfinatezza”.
Sconfinato è volare, e allora il film racconta  una storia di angeli che scrutano la città dall’alto dei suoi monumenti, quindi scendono fra gli uomini, perché “guardare non è guardare dall’alto, ma ad altezza d’occhi”.
Damiel (Bruno Ganz) e Cassiel (Otto Sander), i due angeli, camminano per strada, affiancati ed eleganti nella loro lunga redingote nera, in un sogno molto reale in cui la vertigine del volo si annulla, alto e basso si conciliano e gli sguardi possibili si moltiplicano nell’orizzontalità della visione/cinema.
Camminando ascoltano il vocìo confuso dei pensieri umani. Invisibili a tutti, solo i bambini li vedono e sorridono.

Quando il bambino era bambino, su niente aveva un’opinione.
Non aveva abitudini. Sedeva spesso a gambe incrociate, e di colpo sgusciava via.
Aveva un vortice tra i capelli, e non faceva facce da fotografo…

I versi di Peter Handke, Lied vom Kindsein, sorta di recitar/cantando che accompagna il vagare degli uomini e degli angeli, segnano il confine tra realtà e fiaba e la fotografia di Henry Alekan vira al seppia le scene viste dalla parte degli angeli, ridanno colore a quelle dove il punto di vista è umano.
Scorrono sullo schermo i luoghi simbolo della città e gli spazi di normale attività di una comunità variegata e frenetica. Il passato, traumatico e mai rimosso, torna in brevi squarci nei filmati d’epoca; il presente, vivo e dinamico, si legge sui volti e nelle storie che sfilano in una lunga teoria davanti ai due angeli, coinvolti sempre più da un desiderio tutto umano di vedere, ascoltare, capire.
A Postdammer Platz accompagnano il vecchio poeta Homer (Curt Bois) che ricorda affranto il gran centro di vita e di arte che era una volta quella radura oggi deserta; nella luminosa biblioteca piena di lettori e di angeli che sorridono al loro passare si fermano, ammaliati da quel candore e dal silenzio fertile che ascoltano fra gli scaffali colmi di libri.
Uno studente di musica sta trascrivendo lo spartito di Hans Werner Henze, Das Ende einer Welt, “la fine del mondo”, e sembra un auspicio, forse si può dimenticare l’onnipresenza ossessiva del Muro. O forse no, a Berlino “in ogni caso non ci si può perdere, alla fine si arriva sempre al Muro“, dice Marion (Solveig Dommartin), la trapezista che vola leggera sulla sua corda. Dopo tanti anni ci si è abituati a quella ferita grigia nel cuore della città, e se i graffiti colorati ci scrivono sopra tutta la rabbia dei berlinesi, immaginare com’era il mondo prima sembra impossibile.

Damiel e Cassiel appaiono allo snodo di una svolta definitiva nella vita d’Europa, protagonisti di un viaggio metropolitano che mette insieme le anime opposte di una città che ha segnato la Storia, nel bene e nel male, e su cui si addensano presagi di nuovi cambiamenti epocali.
Attenti ad ogni particolare, ne esplorano tutti gli angoli, scendono nelle cantine underground dove si fa musica, di quella buona, si affacciano dai ponti sulla Sprea, guardano sfrecciare la S-Bahn lungo sopraelevate che si incrociano aeree, si fermano ai chioschetti di caffè e Imbiss, dove capita di incontrare il tenente Colombo, un sorprendente e sornione Peter Falk che ricorda a tutti che siamo al cinema.

Nulla in Damiel e Cassiel che somigli agli angeli di Rilke, troppo grandi e lontani per occuparsi degli uomini.
Chi, se io gridassi, mi udirebbe mai dalle sfere degli angeli?
Se l’esperienza della solitudine costringe l’uomo a rivolgersi a loro, tuttavia la loro possente bellezza li tiene lontani. Lo inebriano, ma possono distruggerlo:
E se pure d’un tratto uno mi stringesse al suo cuore: perirei della sua più forte esistenza.”

L’hic et nunc è solo dell’uomo, immerso nella Storia. L’angelo di Rilke può amare il genere umano, curarne le ferite, placarne i dolori, ma non può “stringerlo al suo cuore”.
Ma Damiel e Cassiel sono angeli molto umani, forse non appartengono alle gerarchie celesti, o forse dal cielo sopra Berlino si può solo desiderare di scendere a terra.
“Vorrei sentire un peso dentro di me – dice Damiel al compagno – che mi levi questa infinitezza legandomi in qualche modo alla terra, non fluttuare così in eterno, vorrei poter dire ora, e ora, e ora, e non più da sempre… ritornare a casa dopo un lungo giorno, dar da mangiare al gatto come Philip Marlowe, avere la febbre, le dita nere per aver letto il giornale…

Damiel diventerà finalmente uomo quando l’attrazione si farà incontenibile e il volo della bella trapezista sancirà l’ancoraggio della terra al cielo.
La prenderò tra le mie braccia, lei mi prenderà tra le sue braccia ...”

Vivere come gli uomini che finora ha osservato, seguito, ascoltato, anche aiutato e consolato, sarà amare qualcuno di un amore diverso, esclusivo, e, soprattutto, sarà ascoltare e capire la loro lingua.

Damiel sa che la parola è il filtro, il medium insostituibile di ogni convivenza umana:
Non dirò una parola. Starò solo a sentire. Capirò ogni lingua. Ecco, ecco: così sarà il mio primo giorno!

In un incomparabile ribaltamento dell’eterno tendere della terra al cielo, è il cielo che sceglie ora di farsi terra, e Damiel imparerà il sapore del sangue, la ruvidezza del vivere quotidiano, la necessità di “sbrogliarsela da solo”, come gli dice Peter Falk, anche lui una volta angelo.
Come Truffaut, Ozu e Tarkovskij, angeli tutelari a cui Wenders dedica il film alla fine.
Visibili solo agli occhi di un bambino.

Quando il bambino era bambino, se ne andava a braccia appese.
Voleva che il ruscello fosse un fiume, il fiume un torrente, e questa pozza il mare…
Per lui tutto aveva un’anima, e tutte le anime erano tutt’uno …”

Paola Di Giuseppe
Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.

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