venerdì, Agosto 14, 2020

Jack di Edward Berger: Berlinale 64 – Concorso

Un bambino a Berlino. Berlino, la cruda Berlino, vista con gli occhi di un bambino. L’idea è brillante, e la memoria torna al classico per l’infanzia Emil e i detective di Erich Kästner, più volte portato sullo schermo (la prima, e la migliore, nel 1931 a cura di Gerhard Lamprecht e Billy Wilder). Stavolta però Emil non piomba nella grande città dalla profonda provincia, affrontandone le spire mascalzone in un crescendo di grottesco. Il novello Emil (Jack, Ivo Pietzcker) è un Berliner, nato e cresciuto, di nove anni circa, con un fratellino di cinque (Manuel, Georg Arms) e una giovane madre (Sanna, Luise Heyer) né buona né cattiva, semplicemente sola, egoista, vittima del peggior randagismo umano tipico di Berlino. Mamma non c’è mai, e Jack è costretto a fare le sue veci nei confronti del fratellino, barcamenandosi tra casa, scuola e la ridda di uomini che mamma, quando c’è, si porta a letto e presenta ai due figlioli in termini azzurri e principeschi. Jack non ci casca e quando il troppo stroppia prende i vestiti del marcantonio di turno e li butta dal balcone. Mamma, invece, non la incolpa mai. Perché anche se assente, bugiarda e recidiva, è sempre mamma.

Il film di Edward Berger, formatosi in televisione, segue Jack con dardenniana pervicacia: dall’insostenibile quotidianità in veste di «uomo di casa» alla residenza per ragazzi con problemi famigliari dove viene spedito in seguito a un incidente domestico, fino al vagabondaggio per Berlino in compagnia del fratello, alla (parrebbe vana) ricerca della madre fattasi di nebbia proprio quando arrivano le vacanze. L’idea, vale la pena ribadirlo, è valida, e lo stile messo in campo da Berger ricorda la sobrietà laconica della Berliner Schule (Arslan, Schanelec). Oltretutto, alcune sequenze notturne ricordano vagamente Fuori Orario, se non fosse che il registro di Jack resta drammatico dall’inizio alla fine, senza ironie, barlumi di speranza né, va detto, svarioni retorici.

Malgrado tutti questi elementi, Jack non funziona. Per l’esattezza s’inceppa nel finale, e non è una panne da poco. Forse obnubilato dal sogno della Sobrietà, Berger scambia il ragionamento per sottrazione con l’inadempienza drammaturgica, l’ellissi col vuoto. Il film perde per strada dei pezzi di trama importanti, si rifiuta di chiudere alcuni circuiti narrativi e l’esito è monco, alla fin fine inutile. Che un lavoro del genere sia finito in concorso invece che in una sezione collaterale, meglio se prettamente crucca, come Perspektive Deutsches Kino, la dice lunga sull’aria di vacche magre che tira quest’anno al festival.

Simone Buttazzi
Simone Buttazzi è nato a Bologna nel 1976 e ora vive in Germania. Si è laureato con una tesi sull’immagine-pulsione di Gilles Deleuze e le sue occorrenze cinematografiche. Dal 2002 lavora in campo editoriale come traduttore (dall’inglese e dal tedesco), redattore e consulente. In rete, oltre che su Indie-eye Network scrive per numerose testate di Cinema e Letteratura.

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