L’age d’or di Bérenger Thouin: recensione – Cannes 2026

Nel film di Bérenger Thouin, i corpi riesumati dalla Storia oscillano continuamente tra presenza documentale e reinvenzione melodrammatica. Note su "L'age d'or", presentato come evento speciale a Cannes nella sezione Cannes Classics

Nella congiuntura storica epocale in cui il rapporto tra immagini di repertorio e intelligenze artificiali è diventato un tema teorico dalle enormi conseguenze, il film di Bérenger Thouin presentato a Cannes 2026 nell’ambito del contenitore Cannes Classics, potrebbe attivare un dibattito interessante, al di là dei giudizi qualitativi sull’opera.
L’Âge d’or, il cui titolo reintroduce uno shock bunueliano noto sul passato e il futuro del novecento, ha richiesto dieci anni di lavorazione e un complesso processo di ibridazione organica tra il materiale d’archivio proveniente dal fondo Gaumont-Pathé e un impianto fiction artatamente costruito.
Per Thouin, le immagini documentali sono tessuto vivo entro cui attivare la circolazione dei personaggi, secondo un principio di porosità che fa dialogare i due livelli del reale.
Questa scelta, fondata principalmente sulla ricontestualizzazione narrativa delle immagini, cerca di delineare una storia del secolo passato, attraverso la figura di Jeanne Lavaur, donna eccentrica ed ostinata interpretata da Souheila Yacoub, il cui percorso si sdipana tra le due guerre mondiali e le trasformazioni socio-politiche europee, tanto da definire il profilo di un’anima inquieta, tesa a raggiungere ad ogni costo la propria autodeterminazione.

Jeanne trapassa la storia cercando di piegarne gli effetti in funzione dei legami affettivi che insegue, dal nobile Guillaume de Barante, al profilo rivoluzionario e sfuggente di Céleste, con la quale a un certo punto sfiorerà la possibilità di costruire una nuova idea di famiglia, contro le aspettative del tempo.
Ogni evento sembra essenziale al processo metamorfico della donna, soprattutto le catastrofi, entro cui Thouin riattiva un’impressionante prossimità al dettaglio, come nelle sequenze che assemblano dentro la cornice finzionale, l’azione degli angeli del fango dopo l’alluvione di Firenze del 1966, con Jeanne impegnata nel recupero dei documenti, in un avvitamento tra Storia e costruzione drammaturgica, che assume una qualità metadiscorsiva.

Emerge allora una controstoria del novecento, laterale rispetto alle occorrenze dei grandi eventi e scritta nuovamente dal punto di vista del desiderio femminile, quasi per ribaltare alcune consuetudini del feuilleiton storico.

In questa impressionante condensazione, l’attenzione al dettaglio e il lavoro di restauro dei segmenti storici, fanno pensare per certi versi alla vertigine semantica nel cinema di Miguel Gomes, ma con un’intenzione più immersiva, rispetto alla capacità critica del regista portoghese di far reagire per contrasto dialettico il frammento.

Anche Thouin non cerca la sutura ad ogni costo nell’utilizzo di corpi filmici eterogenei, lasciando inalterati i difetti, la grana e le incongruenze cromatiche, per evidenziare una forte componente espressiva, ma il suo tentativo è quello di restituire potenza narrativa a quei frammenti, staccandoli dall’origine documentale, per ricostruire un insieme drammaturgico dove la funzione figurativa, per esempio in alcune sequenze di massa, contribuisce a creare risonanze affettive ed emozionali con le vicende dei personaggi.

Un’operazione che anche analizzata dal punto di vista squisitamente ed esclusivamente tecnico, suggerisce questa lettura, se si pensa che il regista francese e la direzione della fotografia di Martin Roux, oltre a mimare la prassi e i movimenti degli operatori dell’epoca, hanno girato in bianco e nero per elaborare successivamente con la colorizzazione e raggiungere quindi la massima similarità con le immagini di repertorio.

Se quindi la vibrazione e l’instabilità percettiva del materiale viene in qualche modo lasciata intatta, questa entra nell’orbita dell’artificio finzionale.

Rimane un punto di fuga, molto forte, ed è probabilmente offerto dalla fluidità della scrittura drammaturgica, capace di assorbire le vicende e i volti che gravitano intorno a Jeanne, nel riflesso fantasmatico della Storia minima, quella delle masse, delle folle, della quotidianità simile alla realtà filmata dai Lumière, dove i volti di un’umanità che anche antropologicamente riconosciamo a stento, sembrano rivelare la sofferenza, il dolore e l’euforia che attraversano il racconto.

La crisi della civiltà borghese che Buñuel / Dalí mettevano in relazione alla portata esplosiva e incontenibile del desiderio, viene riallocata da Thouin in una dimensione quotidiana e privata, dove l’età dell’oro è il tentativo di Jeanne di inseguire la costruzione di uno spazio emotivo assoluto.

Il film dischiude una qualità narrativa che si sbriciola a poco a poco nella dimensione contemplativa degli oggetti, dei volti e della relazione impossibile tra il ritratto della donna e un immaginario che sembra basato sull’esumazione della storia.

Vicini, ma distanti, riconosciamo l’emozione e ci facciamo attraversare da essa quando i corpi escono, per un attimo, dalla prigione della memoria.

[ Immagine dell’articolo – L’age D’or, fotogramma dal film di Bérenger Thouin – immagine stampa ( Playtime) concessa da ufficio stampa Alibi Communications (Gary Walsh – Brigitta Portier) per copertura stampa Cannes 2026 ]

L’age d’or di Bérenger Thouin (Francia, Italia, Brasile – 2026 – 113 min.)
Interpreti: Souheila Yacoub, Vassili Schneider, Yale Yara Vianello
Fotografia: Martin Roux
Montaggio: Rémi LANGLAD

Michele Faggi
Michele Faggihttps://www.indie-eye.it/cinema
Michele Faggi è il fondatore di Indie-eye. Videomaker e Giornalista regolarmente iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana, è anche un critico cinematografico. Esperto di Storia del Videoclip, si è occupato e si occupa di Podcast sin dagli albori del formato. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato per 20 anni di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e nuovi media.

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