La traiettoria che conduce Aina Clotet a debuttare dietro la macchina da presa con Viva è molto specifica ed è il risultato di una formazione teorica e pratica che le ha consentito di costruirsi innanzitutto una solida carriera come interprete tra cinema, televisione e teatro.
La scrittura, la produzione e la regia, arrivano in progressione e hanno anche a che fare con le diverse percezioni, lungo vent’anni di percorso, che hanno caratterizzato la posizione femminile all’interno dell’industria spagnola.
Viva è effettivamente un esordio alla regia, ma va contestualizzato all’interno di un’evoluzione creativa che include Això no és Suècia, la serie che ha creato, sceneggiato e diretto in cooperazione, già premiata al Prix Europa e al Canneseries, dove lei stessa ha ottenuto un riconoscimento come miglior interprete. Quel lavoro intrecciava già linguaggio e toni della commedia, con una disamina delle fragilità identitarie e corporee individuali, di nuovo al centro in questo “Viva”.
In una Catalogna del futuro prossimo venturo, fiaccata da una desertificazione climatica e da una crisi ormai standardizzata nelle sue caratteristiche quasi apocalittiche, Nora affronta il deterioramento psicologico e cognitivo della collettività, da sopravvissuta ad un dramma oncologico.
Il tumore al seno, sconfitto grazie ad una mastectomia che introduce il film con una sequenza estrema e dolorosa, è in primo piano rispetto ad uno sfondo sociale dove le paranoie per il decadimento fisico, psicologico e ambientale alimentano la ricerca per nuove soluzioni biotecnologiche.
Nonostante la donna sia al centro di questo stesso sistema scientifico, la prossimità con la morte appena sperimentata la mette a contatto ogni giorno con la necessità bruciante di assaggiare e toccare nuovamente la vita. Da una relazione sicura, che le ha offerto protezione nel momento del bisogno, sperimenta l’avventura con un uomo molto più giovane di lei, attraverso la rinascita di un erotismo incontrollabile, che le consente di ridefinire i confini del suo stesso corpo e le mutazioni subite, interne ed esterne.
Questa ricerca vitalistica è il centro del film e dell’interpretazione stessa di Clotet, che affida al corpo la responsabilità di descrivere una nuova epifania.
Pur non essendo dalle parti del Doillon di Mes séances de lutte, c’è una comunanza con il film del grande cineasta francese, nello scavalcamento di quel limite troppo pudico tra morte e vita, sondato attraverso una salvifica e immoralistica lotta tra corpi.
Non è un caso che la distopia sia maggiormente annunciata dai materiali preposti per la stampa e molto più fragile come presenza nel film, dove la costruzione sociologicamente visuale del futuro, rimane opacizzata sullo sfondo ed è descritta solamente dalla persistenza del paesaggio desertico, dagli insetti che pullulano, dalle coltivazioni idroponiche che falliscono.
C’è la percezione di un mondo esausto e affaticato, ma questo agisce in modo laterale come proiezione materiale dello stato emotivo di Nora.
Questo senso di precarietà biologica che Clotet elabora serve a creare una risonanza della protagonista con un ecosistema collettivo in seria difficoltà. Invece di espandere il mondo ai danni del soggetto, Viva lavora in una direzione opposta, restringendolo all’interno dell’esperienza sensoriale della donna.
Questa esternalizzazione psicogeografica, lascia spazio a Clotet per un cinema che sovrappone alcuni elementi della commedia situazionale all’estrema impudicizia dei corpi, con una sfrontatezza tutta spagnola, e grazie ad un racconto fortemente sensoriale.
Un cortocircuito a tratti interessante, che ricaccia in gola la risata con la centralità delle manifestazioni organiche nascoste nel quotidiano.
Non sono solo gli amplessi con il giovane Max e la descrizione capillare di un desiderio che fortunatamente non ha niente di razionale, ma il limite che Nora supera con lui, dove il gioco, la voglia di rinascere, la lotta a base di zolle di fango, il contatto con le cicatrici visibili, supera quel limite cautelativo che la paura di soffrire confina spesso nei recessi di un desiderio represso.
Ed è sempre il corpo invece della parola o della costruzione drammaturgica affidata alla scrittura del testo, che delinea i momenti più potenti del film, come in quella sequenza dove la donna vomita il frutto di una fellatio sul corpo dell’uomo che non riesce più ad amare, rivelando una brutale verità sensoriale che precede coscienza e sentimenti.
Con una società medicalizzata da una parte e una natura che sembra non rispondere più alle stimolazioni esterne, rimane la luce e l’energia estrema del sole, tonalità anche cromatica in cui il film sembra perennemente immerso, come segnale evidente di una scomparsa dell’umano, per come lo abbiamo conosciuto sino ad ora, e una resistenza altra degli epifenomeni naturali ai sogni fallimentari delle utopie.
Nora, equidistante dallo spegnimento assoluto dei desideri e dal rischio che questi assumano una qualità distruttiva, si riappropria del suo corpo, e senza alcuna paura, come fosse parte della pedofauna, lo espone finalmente al flusso delle radiazioni solari.
[Immagine dell’articolo, sequenza di VIVA – Concessa a Indie-eye da international.loco.films, via Alibi Communications (Brigitta Portier e Gary Walsh ufficio stampa) per copertura Cannes ]
VIVA / ALIVE di Aina Cloter (Spagna 2026 – 112 min)
Interpreti: Aina Clotet, Naby Dakhli, Marc Soler, Willy Toledo, Lloll Bertrán
Fotografia: Nilo Zimmermann
Musica: Clara Aguilar





