Gli esperimenti di manipolazione biogenetica su embrioni umani, collocano la missione del giovane ricercatore Fred Williams davanti ad un vero e proprio tribunale dell’inquisizione allestito dalla comunità medica. L’ipotesi di poter eliminare difetti congeniti e malattie gravissime non è un prezzo sacrificabile sull’altare della morale e il patto luciferino per rivelare i misteri della specie, deve essere reciso.
Prima ancora di innescare i meccanismi drammaturgici della vendetta, Jess Franco recupera uno dei tropi horror più frequentati, per sollecitare una sottile riflessione metacinematografica sul periodo più prolifico della sua carriera, alimentatato dal produttore tedesco Artur Brauner e al sicuro dalla persecuzione censoria del suo paese.
Rispetto al vicino Vampyros Lesbos, She killed in ecstasy sembra eliminare la componente fantastica, in realtà mai abbandonata se la si intende come capacità di messa in scena di una temporalità incongrua e non lineare.
Soledad Miranda, nuovamente indicata nei crediti con il nome di Susann Korda, è la sposa in nero decisa a vendicare il suicidio del marito, colpito da una depressione distruttiva dopo il netto rifiuto della sua comunità professionale. Lo spirito ossessivo di Cornell Woolrich, nelle mani di Franco diventa un ennesimo esperimento sulla visione psichica, in accordo con quella perdita di centralità identitaria che aveva caratterizzato l’adesione al rovesciamento del Bildungsroman di derivazione sadiana, che attraversa molti dei suoi film a partire dalla seconda metà degli anni sessanta.
E nel dialogo costante che nella filmografia del regista spagnolo si stabilisce da un film all’altro, tra citazioni, ri-scritture, ribaltamenti narrativi e ideologici, recupera anche alcune suggestioni da Miss Muerte, il film interpretato da un’intensa Mabel Karr.
La fabula, per Franco elemento modulare, ripetibile e combinatorio, è ancora una volta un pretesto per innescare l’esperienza della visione, qui concepita sulla relazione di Soledad Miranda con uno spazio architettonico osservato da una prospettiva paradossale. Come una diva del muto, è il corpo e la sua estensione nel gesto a determinare la connessione tragica con una realtà spaziotemporale irrisolvibile, sospesa tra passato e presente, dove la via d’uscita è in quel precipitare improvviso verso un “no future” che diventerà immagine predittiva, scagliata fuori dalla cornice cinematografica.
Ancorato all’esperienza di un lutto che nega la sua stessa elaborazione, per la reiterazione del gesto omicida, è anche uno dei film di Franco dove il vitalismo anarchico che sollecita la cancellazione di ogni argine morale, si incorpora negli amplessi impossibili tra Mrs. Johnson e lo sposo cadavere, nel tentativo di strappare alla morte quel dominio che costringe Eugenie, nel primo dei due adattamenti realizzati da Franco a partire da La Philosophie dans le boudoir ou Les instituteurs immoraux, a vagare nuda e senza speranza tra le croci di un cimitero a cielo aperto.
Se il regime che determina il destino dei personaggi sembra lo stesso, quella interpretata da Miranda è un’eroina che interroga in modo critico l’orientamento identitario dello sguardo sadiano.
Le potenzialità di Mrs. Johnson vengono rappresentate come capaci di sabotare la nozione di tempo, attraverso la torsione illogica degli spazi e l’attraversamento soprannaturale di questi da parte della donna.
L’identità instabile di Miranda nei film diretti da Franco, diventa veicolo di una sessualità estrema orientata alla distruzione delle aspettative scopiche allestite per lo sguardo desiderante maschile, tanto da stabilire un fil rouge tra i personaggi interpretati dall’attrice spagnola, che può essere inteso come vero e proprio percorso di riappropriazione del punto di vista.
Il cortocircuito si verifica anche internamente, sul corpo iconico della stessa Miranda, in una rimessa in scena della sua stessa carriera, dove le dinamiche feticiste e glamour vengono disattese dal viaggio inesorabile verso l’oblio e l’insopprimibile pulsione di morte.
Che Franco fosse intenzionato a ferire lo spazio stesso in cui i codici della visione si formano, è chiarito dalle modalità con cui tutta la materia proibita dal regime franchista, nella pericolosa sovrapposizione tra sesso e violenza, torna prepotentemente al centro di una realtà libera da ogni filtro morale e ideologico, ma è con i personaggi femminili fuori dai cardini del tempo, dello spazio e della narrazione, che delinea una poetica sonnambolica, attraversata da non morti, spettri, pulsioni ed energie psichiche che possono sovvertire ciò che percepiamo come parte della nostra realtà corporea. Cinema allora sempre traumaticamente fisico, eppure eccedente nella sua improvvisa rilettura psichica della violenza, in bilico sul crinale della rappresentabilità, così vicina alla qualità di una visione aumentata, come i sogni lucidi o se vogliamo, la realtà obnubilata dall’estasi del Buñueliano Archibaldo de la Cruz.
E l’apparire di Mrs. Johnson può essere alternativamente indirizzato alla produzione di immagini oniriche, agli sdoppiamenti dell’immaginazione oppure alle forme sfuggenti e labili del desiderio, per come il riflesso si moltiplica in uno specchio, oppure lo spazio la inghiotte improvvisamente in un buco nero.
La sequenza in cui insegue una delle vittime designate lungo le scale di un condominio osservate in trasparenza, per poi comparire già alla fine e all’inizio del nastro di Möbius, è un formidabile esempio di elaborazione del tempo attraverso la ripetibilità di un motivo visuale. Ricorda da vicino Giacomo Rossi Stuart che raggiunge il suo doppio nello spazio contratto e ripetuto di una stanza, nel baviano “Operazione Paura”.
Lo stesso utilizzo di Xanadú, uno dei complessi residenziali progettati da Ricardo Bofill dentro il più ampio sviluppo di La Manzanera, recupera certamente l’idea di un edificio modulare, concepito per moltiplicare terrazze, affacci, percorsi e ambiguità spaziali, ma per elaborare su questo sfondo modernista il concetto di un’anti-casa, un organismo fatto di spigoli e percorsi interrotti, perfetto per incorporare lo sviluppo di una soggettività che invece di abitare il tempo presente, lo attraversa come uno spazio fratturato. Immagine minacciosa di una psiche traumatizzata, quella dell’edificio che domina il corpo di Miranda avvolto nello scialle viola, sembra disattendere l’utopia dell’architetto Bofill, rifunzionalizzando l’idea di un luogo aperto e in relazione con la natura, nel perimetro dell’isolamento psichico.
La collocazione di Xanadú per come viene filmata da Franco, non è dissimile dal gotico vittoriano ricostruito su ispirazione Hopperiana per il set di Psycho, dove la logica dello spazio smette di obbedire a quella ontologica. Ma più che a rappresentare i confini di un’interiorità nascosta, Franco è interessato alla collisione tra realtà psichica e spazio fisico, rompendo la logica lineare degli ambienti e privilegiando la ripetizione di motivi visuali vicini alla sensibilità Optical e alla serialità modulare, dove la variazione minima dentro una struttura ripetuta, genera un disturbo percettivo.
In questa concezione, Soledad Miranda è figura che oscilla tra desiderio e morte, azione e sparizione, attraverso un tipo di performatività allucinata che anticipa sempre la morte, prima che questa si verifichi sullo schermo.
E nel ribaltamento continuo delle prospettive sadiane a cui Franco sottopone i suoi stessi film, il regista compare in una piccola parte che ribalta quella interpretata all’interno di Vampyros Lesbos.
Nei panni di Memmet incarna il libertino sadico che organizza lo spazio della tortura e dispone dei corpi femminili sopra una sedia, mentre in She Killed in Ecstasy diventa oggetto di un sistema identico, ora attivato dal corpo di Soledad Miranda. Questa reversibilità del dispositivo sadico evidenzia la natura strutturale dello stesso, trasformando il cinema di Franco in un circuito chiuso in cui il potere erotico-violento può continuamente invertire i propri vettori. Tuttavia, mentre il sadismo di altri film viene presentato come sistema organizzato e stabile, quello di She Killed in Ecstasy appare frammentato e traumatico, tanto da inscrivere la figura di Miranda in una forma anomala di soggettività sadiana, sospesa tra riscatto e dissoluzione, più vicina alla logica della ripetizione traumatica descritta da Freud. Il libertino di Donatien Alphonse François de Sade e tutti quelli che nel cinema di Franco sono ispirati ai suoi insegnamenti, gode del processo, della costruzione della scena e della durata insita nella sofferenza inflitta. Con Mrs. Johnson assistiamo ad un trasferimento del potere dal soggetto maschile a quello femminile, ma anche alla trasformazione del sadismo in una logica temporale non lineare, in cui ogni atto di violenza appare come la reiterazione di un evento già compiuto. In questo contesto, la figura del libertino non viene sostituita ma svuotata, poiché viene meno il controllo sul tempo, segnale visibile di una trasformazione più radicale, che allude alla perdita dei principi di organizzazione del desiderio per come li conoscevamo.

She killed in ecstasy, il doppio disco 4k + Blu Ray di Severin Films
L’edizione 4k di She Killed in ecstasy distribuita da Severin Films, viene presentata in uno slipcase cartonato che contiene il classico amaray plastificato con ben due dischi. Quello 4k desunto dai negativi originali e per la prima volta al mondo proposto in UHD, e un Blu Ray che deriva dallo stesso scan e che consente a chi ancora non ha un lettore adatto, di sfruttare la massima compatibilità.
Come nel box dedicato a Vampyros Lesbos, “She Killed in Ecstasy” contiene diverse ore di contenuti speciali assolutamente da non perdere, a partire da una bella analisi di Stephen Thrower, autore di uno dei volumi più rilevanti sul cinema di Franco. Prosegue la serie “In the land of Franco” che consente di esaminare le location più importanti del film, nel caso del film in oggetto, molto interessanti e che includono il complesso de La Manzanera progettato dall’architetto Ricardo Bofill e che Franco utilizzerà più di una volta lungo la sua filmografia.
Jess Killed in ecstasy è parte di una lunga intervista al grande regista spagnolo, che si concentra in questo frammento sul ruolo di Soledad Miranda e sulla sua tragica scomparsa, rispetto alla quale il film contiene un’inquietante sequenza predittiva.

Sublime Soledad ripete un contenuto presente anche sul Blu Ray di “Vampyros lesbos” ed è un documentario curato da Amy Brown, sulla carriera della Miranda, sentito omaggio che attraversa anche i musical e le commedie che l’attrice aveva interpretato nei primi anni sessanta.
Molto gustosa l’intervista a Paul Muller, attore abituale nel cinema di Franco, che racconta il metodo del regista, basato spesso sull’improvvisazione, l’assenza di uno script, ma moltissime idee. Conclude la dotazione dei contenuti speciali il trailer tedesco del film. Non sono presenti commenti audio.
Proposto in lingua tedesca con i sottotitoli in inglese, il film è un full 4k UHD – Dolby Vision 1:66:1 di eccellente qualità. Sorprende la qualità colorimetrica e i contrasti del trasferimento, molto importanti per un film con molti esterni e basato sulla relazione tra spazi architettonici e cielo. Immagini brillanti e una grana cinematografica che esalta i rossi, i blu e i neri senza alcun artefatto. Severin, la cui qualità dei trasferimenti è spesso sopra l’eccellenza, fa ancora centro e consigliamo la proiezione casalinga del film con un ottimo videoproiettore.
Molto buono anche il comparto audio, che non presenta una rimasterizzazione, come nel caso di Vampyros Lesbos, ma viene proposto nella versione tedesca originale mono. Si tratta di un lavoro di pulizia davvero notevole, dove la scelta di lasciare la traccia mono, è di tipo estetico, per avvicinarsi maggiormente al suono originale del film.
Un prodotto eccellente e un must have nella vostra collezione.
(Foto del prodotto incluse nell’articolo sono realizzate da Michele Faggi)






