Senza far rumore, da qualche mese è sbucata questa piccola grande perla di Peter Del Monte su Raiplay, irreperibile in qualsiasi formato, se non nel libero scambio di vecchi broadcasting a bassissima definizione che è stato croce e delizia della mia generazione. La qualità è ottima e non ho idea se sia un “remaster” o meno, ma è ovvio che la produzione RAI abbia potuto disporre fonti di reperimento primarie.
Lo vidi a 19 anni, nel 1987, per Kathleen Turner, per il battage sull’impiego dell’alta definizione che in quegli anni lo rendeva un esperimento avveniristico e sporadico, a sette anni di distanza da “Il mistero di Oberwald” di Antonioni e a tre dal “Fahreneit 451” di Ovidio G. Assonitis che tra l’altro fu pensato per il contesto televisivo e non per la sala come il film di Del Monte.
Fu girato in HD analogico su nastro e poi trasferito in 35mm per la distribuzione cinematografica, spiazzando le abitudini ottiche degli spettatori per la diversità della grana, gli inediti rapporti tra piani e profondità di campo, la compattezza aliena dei colori allora percepita come fredda e artificiale, un apparato illuminotecnico che scolpiva i volumi e isolava i corpi. Trionfo dell’elettronica a cui ci saremmo abituati molto più avanti e un senso di scollamento da ciò che ormai era il “realismo” del cinema di comune consumo.
In questo senso, per temi e riflessione sull’immagine bisognerà pur dirlo che Del Monte anticipava il Lynch di “Inland Empire”, film per certi versi molto vicino alla parabola di scissione psichica del personaggio interpretato dalla Turner, e che la Trieste interiore, svuotata da qualsiasi iconicità ricorda i non luoghi attraversati da Laura Dern tra set ed esfoliazione dei piani del reale.
“Giulia e Giulia” è tra i primi film a ridefinire il passaggio dal fantasma delle ombre cinematografiche, alla virtualità di un’immagine disancorata da qualsiasi referente con la realtà. Giulia è una, è due. È l’una e l’altra, ma è soprattutto immagine vacante in una forma di sdoppiamento che può essere intesa come abisso della psiche se ci fermiamo alla fabula, ma che si riferisce anche all’impossibilità dell’elettronica di garantire l’unità del reale. L’elettronica produce un’immagine senza traccia, che non è “incisa”, ma rende i soggetti già postumi a loro stessi. Ricordo perfettamente lo shock sensoriale, il fascino straniante di questo anti-noir e la rabbia tipica della post-adolescenza nel leggere critiche ingiuste, superficiali, scritte con il culo dai consueti giornalisti della carta straccia, che come al solito individuavano i vuoti e gli scarti come un problema.
E non ha perso affatto la sua unicità, oggi che quell’ elettronica evidenzia una visione vicina e lontana allo stesso tempo, e forse di nuovo spettrale.
Del Monte, che da “Irene Irene” visto in un cineclub fiorentino l’anno precedente a questo, non ho mai smesso di seguire e di amare, era un regista capace di sfondare la cornice dello sguardo anche nei suoi progetti più deboli, dove piccole o grandi derive dal ricatto della narrazione ad ogni costo, rendevano ogni suo film una vera e propria esperienza.
Più della lotta al patriarcato di questi anni, posso disporre del ricco serbatoio dei suoi film dolci e spiazzanti da togliere il fiato, per vivere una vertigine tra i “generi” che nessuno slogan può restituirmi.
[Immagine dell’articolo: Prompt e concept ideato da Michele Faggi, realizzato con strumenti generativi AI. © indie-eye 2026 ]


