martedì, Settembre 29, 2020

Violet di Bas Devos: Torino Film Festival 32 – concorso: la recensione

Un adolescente appassionato di Bicycle Motocross è testimone dell’omicidio di un suo amico all’interno di un centro commerciale. Da quel giorno, sia lui che la famiglia e gli amici del quartiere, dovranno affrontare un’elaborazione del lutto che sembra diventare sempre più difficile.

Un mosaico di monitor trasmette le riprese delle videocamere a circuito chiuso di un centro commerciale. Sull’ultimo schermo, buio, si riflette la sagoma anonima di un uomo. È lo sguardo senza volto, l’osservatore impotente: avatar dello spettatore stesso, in un quadro frammentato in cui si manifesta il dramma, un omicidio, violenza senza senso, che resterà incomprensibile, così come imperscrutabile è l’immagine.

Quella di Bas Devos è ricerca ontologica, decostruzione di senso e di immagine, come riflesso, metafora, della violenza, dell’atto efferato senza perché; proprio perché non c’è nessun senso alla violenza.

Violet si impone con un nuovo linguaggio, muovendosi tra video arte e sperimentazioni estetiche. Un film che trova la sua forza drammatica in silenzi e in assenze. Immagini fisse degli ambienti domestici, su cui grava l’assenza, oggetti del quotidiano in cui convergono i ricordi indelebili del passato e i pesanti rimorsi del presente. Un’equivalenza dell’immagine-tempo di Ozu, che qui si sublima in lunghi piani fissi sui banali elementi della vita domestica su cui si deposita il pulviscolo, visibile ed estremamente eloquente, più di mille parole. Violet è infatti un film di immagini, mentre i dialoghi sono ridotti all’osso, del tutto irrilevanti di fronte all’imponenza e impotenza delle immagini.

È un’immagine in continua scomposizione, la dimensione materica delle inquietudini silenti e opprimenti del giovane adolescente nella sua problematica fase di elaborazione del lutto. È una pluralità di punti di vista e di angolazioni, in cui l’aspetto fenomenico scompare e resta il vuoto di senso, così come si svuota il corridoio del centro commerciale dopo il cruento assassinio del ragazzo. Ma in questo processo ontologico si impone anche il concetto relativistico della realtà, espletato con immagini ipnotiche e destrutturanti, in cui ciò che è non è come appare, in cui capita, ad esempio, che una pedana per il Bicycle Motocross sembri una montagna innevata, o che i piani stretti di un elemento arrivino a sottrarlo da una ben definita connotazione spaziale, e che le luci stroboscopiche di una discoteca riflettano sul volto immobile del giovane animandone i tratti, catturandone le sottese inquietudini, dietro quegli occhi di ghiaccio e quell’espressione distaccata.

Ma questo regime confusivo si esprime in immagini mute, in cui l’evento più rilevante si palesa proprio al momento dell’assenza dell’osservatore. Un’immagine che può tutto, che arriva in ogni spazio, catturata dagli occhi freddi di videocamere che misurano e spiano le azioni umane, ma che non riesce, non può, riprodurne il senso, condannando così i corpi ad un vuoto di significato, a semplici involucri senz’anima.

La realtà è frammentata, scomposta e affastellata in mille sezioni differenti, un’oggettività integrale ma composta di unità indipendenti, mille sezioni conglomerate, come le strisce singole del cartellone pubblicitario che padre e figlio staccano dalla cornice: un’immagine scomposta in mille fasce, così come i monitor scompongono tridimensionalmente lo spazio del centro commerciale e così come appare scomposto lo spazio domestico che, in una scena perfettamente speculare a quella iniziale, il ragazzo osserva dalla strada: una famiglia frazionata in singoli individui incorniciati da finestre differenti e distribuite su più livelli, proprio come i monitor di sorveglianza.

Inoltre, Devos arricchisce il film con singolari incursioni di immagini allucinogene che fungono da intermezzo ad ogni cambio scena, ottenute con una bassa risoluzione e l’eccessiva apertura di diaframma e otturatore, che rafforzano questo senso destabilizzante, con quadri fluttuanti pastosi o sgranati in mile pixel, in cui la fluidità del movimenti macchina è arrestata da una modulazione di immagini fisse e composite che mettono a nudo il meccanismo cinematografico e divergono con i predominanti piani fissi sui volti-lastra, impassibili e spenti come lo schermo di un monitor…

Andrea Schiavone
Andrea Schiavone
Andrea Schiavone, appassionato di cinema ha deciso di intraprendere studi universitari in ambito cinematografico. Laureatosi in Arti e Scienze dello Spettacolo alla Sapienza di Roma ed attualmente studente magistrale in Cinema, Televisione e New Media alla IULM di Milano.

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