sabato, Dicembre 5, 2020

Sarah joue un loup garou di Katharina Wyss – #Venezia74 – SIC – la recensione

Ágota Kristof, grandissima scrittrice ungherese naturalizzata svizzera d’espressione francese diceva che «due anni di galera in Urss erano probabilmente meglio di cinque anni di fabbrica in Svizzera», quasi a suggerire che, talvolta, la segregazione manifesta, dichiaratamente punitiva, è preferibile a quella invisibile delle gabbie dell’esistenza borghese.

Sarah joue un loup garou (“Sarah fa il lupo mannaro”), opera prima di Katharina Wyss, sceneggiatrice e regista, è un film dalle atmosfere ‘kristofiane’, rappresentazione tanto elusiva quanto efficace di un’angoscia che si radica nel sottosuolo della pulsionalità repressa e dei guasti famigliari tenuti ben nascosti, lontani dall’allestimento patinato della vetrina sociale.

È un film, in questo senso, molto ‘mitteleuropeo’ e potrebbe rievocare anche certe suggestioni da romanzo di Elfriede Jelinek: non è un dramma adolescenziale, ma un dramma dei costi psichici di un’educazione fondata su un lessico famigliare di menzogna e occultamento, in nome del mantenimento di una rispettabilità e di un immaginario alto-borghese proprio del Vecchio Continente, che comprende tanto un gusto culturale élitista quanto l’agio economico.

La Sarah del film è una ragazzina di 17 anni bionda e longilinea, interpretata stupendamente da Loane Balthasar: bugiarda e altresì dotata di una fervida immaginazione, si divide tra la scuola – dove discute animatamente della simbologia fallica del Romeo e Giulietta shakesepariano – e il gruppo di teatro pomeridiano, dove è sollecitata dall’insegnante a deporre il copione e dare libero sfogo alla propria creatività.

È questo l’inizio di una discesa negli inferi di una psiche visionaria perché dissestata, rabbiosa perché ferita, e l’aguzzino dal ciuffo ribelle che immagina per la sua pièce è, nella realtà, la persona che a tutti gli altri sembra esserle più vicina e accudente.

Il pregio di un film notevole per la costruzione serrata – formalmente reticente, ma in realtà gravida di implicazioni – e per un’estetica che distilla senza asciugare la componente più tumultuosa e carnale della vicenda è, soprattutto, quello di non ‘patologizzare’ la condizione di Sarah, di scoraggiare una lettura banalmente psicoanalitica e ‘medicalizzante’ e di non imbrigliare il suo stato di profondo tormento nella categoria ‘comoda’ della follia: se di follia si tratta, è, allora, una follia prima di tutto sociale, che rinviene il suo embrione nella costruzione e, ancor più, nella persistenza di una concezione istituzionale e totalitaria della famiglia.

Carolina Iacucci
Classe 1988, è dottoranda in letterature comparate e, occasionalmente, insegnante di lettere antiche e moderne. Nei suoi studi accademici, si è occupata di Euripide e Bergman, poeti greci classici e contemporanei, Shakespeare e Karen Blixen. Appassionata di filosofia, cinema e giornalismo.

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