Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Follia prima di tutto sociale, quella raccontata da Katharina Wyss in "Sarah joue un loup garou", che rinviene il suo embrione nella costruzione e, ancor più, nella persistenza di una concezione istituzionale e totalitaria della famiglia. 

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Ágota Kristof, grandissima scrittrice ungherese naturalizzata svizzera d’espressione francese diceva che «due anni di galera in Urss erano probabilmente meglio di cinque anni di fabbrica in Svizzera», quasi a suggerire che, talvolta, la segregazione manifesta, dichiaratamente punitiva, è preferibile a quella invisibile delle gabbie dell’esistenza borghese.

Sarah joue un loup garou (“Sarah fa il lupo mannaro”), opera prima di Katharina Wyss, sceneggiatrice e regista, è un film dalle atmosfere ‘kristofiane’, rappresentazione tanto elusiva quanto efficace di un’angoscia che si radica nel sottosuolo della pulsionalità repressa e dei guasti famigliari tenuti ben nascosti, lontani dall’allestimento patinato della vetrina sociale.

È un film, in questo senso, molto ‘mitteleuropeo’ e potrebbe rievocare anche certe suggestioni da romanzo di Elfriede Jelinek: non è un dramma adolescenziale, ma un dramma dei costi psichici di un’educazione fondata su un lessico famigliare di menzogna e occultamento, in nome del mantenimento di una rispettabilità e di un immaginario alto-borghese proprio del Vecchio Continente, che comprende tanto un gusto culturale élitista quanto l’agio economico.

La Sarah del film è una ragazzina di 17 anni bionda e longilinea, interpretata stupendamente da Loane Balthasar: bugiarda e altresì dotata di una fervida immaginazione, si divide tra la scuola – dove discute animatamente della simbologia fallica del Romeo e Giulietta shakesepariano – e il gruppo di teatro pomeridiano, dove è sollecitata dall’insegnante a deporre il copione e dare libero sfogo alla propria creatività.

È questo l’inizio di una discesa negli inferi di una psiche visionaria perché dissestata, rabbiosa perché ferita, e l’aguzzino dal ciuffo ribelle che immagina per la sua pièce è, nella realtà, la persona che a tutti gli altri sembra esserle più vicina e accudente.

Il pregio di un film notevole per la costruzione serrata – formalmente reticente, ma in realtà gravida di implicazioni – e per un’estetica che distilla senza asciugare la componente più tumultuosa e carnale della vicenda è, soprattutto, quello di non ‘patologizzare’ la condizione di Sarah, di scoraggiare una lettura banalmente psicoanalitica e ‘medicalizzante’ e di non imbrigliare il suo stato di profondo tormento nella categoria ‘comoda’ della follia: se di follia si tratta, è, allora, una follia prima di tutto sociale, che rinviene il suo embrione nella costruzione e, ancor più, nella persistenza di una concezione istituzionale e totalitaria della famiglia.

Katharina Wyss
Sarah joue un loup garou
Svizzera, Germania - 2017

Con Loane Balthasar, Michel Voita, Annina Walt, Sabine Timoteo, Manuela Biedermann
Durata 90 min

 

Carolina Iacucci

Carolina Iacucci

Classe 1988, è dottoranda in letterature comparate e, occasionalmente, insegnante di lettere antiche e moderne. Nei suoi studi accademici, si è occupata di Euripide e Bergman, poeti greci classici e contemporanei, Shakespeare e Karen Blixen. Appassionata di filosofia, cinema e giornalismo.