Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

In concorso al Torino Film Festival 31 il nuovo film di Sébastien Pilote, di nuovo in città dopo il precedente Le vendeur, la recensione. 

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Nonostante la musica composta da Serge Nakauchi-Pelletier per la sua steel-guitar tenda ad estrarre commozione dalle immagini del nuovo film del canadese Sébastien Pilote, Le démantèlement mantiene una forza del tutto autonoma proprio nella spinta centrifuga di un’inquadratura sottoposta a un progressivo “smantellamento” dell’orizzonte visivo.
Gaby è il proprietario della Fattoria “Gagnon and Sons“, alleva pecore e conduce una vita essenziale, le figlie si sono spostate da tempo verso Montreal; quando una delle due, Marie (Lucie Laurier), lo andrà a trovare per un breve soggiorno insieme ai due piccoli figli, gli chiederà un rilevante sostegno economico per le difficoltà in cui versa dopo il recente divorzio dal marito.

L’amore per la figlia spingerà Gaby a prendere una decisione quasi istantanea, quella di vendere l’intera fattoria che ha formato tutta la sua esistenza. Separato da vent’anni ha vissuto in solitudine a contatto con una vita di sacrifici e con un tempo dalle caratteristiche rituali, i cui segni sono visibili nel volto e nell’interpretazione essenziale di uno straordinario Gabriel Arcand, capace allo stesso tempo di ieraticità e mutevolezza emozionale, quasi in accordo con il movimento “indifferente” della natura.

Alla scansione ciclica del lavoro in fattoria, che occupa la prima parte del film, Sébastien Pilote sostituisce nella seconda, la descrizione di un mondo che scompare per essere riassorbito e trasformato dalla funzionalità anonima del contesto urbano. La Fattoria, nasce per Gaby come progetto famigliare, alla ricerca di una nuova sostenibilità, e muore dal momento in cui il nucleo stesso non riesce a mantenersi saldo intorno a quel contesto. Separato per anni dall’affetto delle figlie, Gaby può riavvicinarsi a Marie e alla sorella minore, Francoise (Dominque Leduc), accellerando quel processo di morte che ha attraversato la sua vita da quando è rimasto da solo a gestire tutto.

Pilote descrive un mondo come quello rurale, popolato da fantasmi, grazie ad una vicinanza/lontananza dall’immagine, rigorosamente ellittica, lasciando fuori campo molte delle motivazioni affettive, accennando ai sentimenti con alcune parole e re-interpretandoli a distanza con immagini che ne arrichiscono il senso. L’incontro di Gaby con l’ex moglie all’interno di un Diner, dove l’uomo cerca di recuperare un passato ormai disintegrato nel tempo; Francoise che assiste, in paese, alla vendita all’asta dei pezzi della fattoria; il dialogo di Gaby insieme a Francoise sulle attitudini di Marie e quell’immagine, fulminea, in cui la stessa Marie, in uno spazio incomunicabile e incomunicante con tutto il resto, la vediamo condurre una vita difficile insieme ai figli.

E ancora Gaby che abbandona il cane più fedele e che si ritrova in un piccolo appartamento di città completamente vuoto, dove il primo oggetto con cui varcherà la soglia, è il computer “refurbished” che all’inizio del film, quando ancora è in fattoria, stacca e mette da parte come  oggetto totalmente inutile,

Ma è soprattutto l’inquadratura conclusiva,  sospesa sul volto di Francoise durante le prove a teatro, segno di un cinema sottrattivo, che lascia poco spazio alla denotazione della parola e che semplicemente, senza ricorrere ad un’immagine simbolo, più che nel precedente Le vendeur, dilata il tempo naturale e “in-significante” dell’azione e del gesto, contraendo in una dimensione quasi astratta, l’altro tempo, quello del racconto.

Senza forzare i confini della decostruzione, spettacolarizzandone la prassi, il cinema di Pilote si conferma come una piccola, sentita, arte del visibile, un’onesta vicinanza al movimento dei corpi, e un riconoscimento delle loro anime nello spazio “smantellato” dallo sguardo.

Sébastien Pilote
Le démantèlement
Canada - 2013

Con Gabriel Arcand, Pierre-Luc Brillant, Normand Carrière, Claude Desjardins, Sophie Desmarais.
Durata 111 min