venerdì, Giugno 21, 2024

Il ricco, il povero e il maggiordomo di Aldo Baglio, Giovanni Storti, Giacomo Poretti, Morgan Bertacca: la recensione

Quando l’impero finanziario del ricco imprenditore milanese interpretato da Giacomo crolla per un affare finito male, questi dovrà rifugiarsi insieme al maggiordomo (Giovanni Storti) in casa dello squattrinato Aldo condiviso con la madre Calcedonia (Giuliana Lojodice), ribaltando così il rapporto di potere che si era stabilito precedentemente tra il trio. Aldo, investito accidentalmente dall’auto di Giacomo guidata dal maggiordomo, in attesa di un risarcimento dovuto, si era infatti trovato a patteggiare una misera cifra in cambio di una serie di lavori manuali da svolgere nella villa del tronfio imprenditore.

Per convincere una dirigente bancaria letteralmente acchittata come una cougar (Francesca Neri) a concedere un prestito cospicuo all’imprenditore decaduto , Giacomo e Giovanni escogiteranno un ruolo farlocco per il povero Aldo che dovrà vestire i panni di un ricco finanziatore Azero, innescando così una serie di gag a catena tutte giocate su numerosi scarti, tra cui l’inguaribile incapacità di affrontare sessualmente le donne da parte di Aldo, sorta di stereotipo rovesciato del latin lover.

Con le consuete derive affidate ad una ricca serie di personaggi secondari e un buon numero di citazioni parodiche prelevate dal cinema statunitense di culto, rallentate nel ritmo sconnesso e autistico di uno slapstick casereccio, Aldo Giovanni e Giacomo si riconnettono idealmente alla comicità “fantastica” e illusionistica del cinema di Mario Mattòli, distillando quello spirito surreale e inventivo che nei film del regista di Tolentino giocava con i generi elaborando delle scanzonate fantasie visive che dalla realtà penetravano in un mondo di assurda fantasia. E se le patatine che diventano mortaretti fanno il paio con i pesci auto-impanati in “Fifa e Arena”,  il motto di spirito trasformato in gioco di parole surreale che rimbalza da ogni parte, è figlio degli allucinati deliri di Aroldo Tieri e dei calembour linguistici di Tino Scotti, entrambi “creature” Mattòliane. E del resto, quando l’affare con il “Burgundi” salta in aria per un colpo di stato, le note che commentano l’evento sono quelle di ” I Wahha Put-Hanga” (pronunciata e conosciuta anche come Vacaputanga) la canzone scritta negli anni ’70 da Walter Valdi, cantastorie milanese attivo tra la fine dei sessanta e gli inizi del decennio successivo, le cui canzoni erano attraversate da una vena surreale e cinica, legata al popolo dei perdenti e ferocemente critica nei confronti dell’esplosione economica italiana di quegli anni.

Se allora le macchiette con la Lojodice, quelle con Dolores la domestica (Guadalupe Lancho) e il personaggio della moglie snob di Giacomo, interpretato da Sara D’Amario, profumano di cabaret meneghino di vecchio stampo, il rallentamento della gag, il suo continuo incepparsi in un teatrino affabulatorio tra parola e corpi comici, sembra in forte contrasto con la tendenza post-post-post-moderna che vorrebbe regalare nuova linfa alla commedia nostrale, basta pensare a tutta la sequenza del funerale che diventa un matrimonio, con la bara di cartone e la claque sudamericana, per immaginarsi un cinema in parte debitore di quel continuo gioco del “senso” che era alla base dell’arte Mattòliana e che qui rivive se non in forma originalissima, con un’onestà di fondo che può tranquillamente essere considerata come sinonimo di scanzonata freschezza.

Michele Faggi
Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Esperto di Storia del Videoclip, si è occupato e si occupa di Podcast sin dagli albori del formato. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato per 20 anni di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi

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