venerdì, Luglio 12, 2024

Notte Folle a Manhattan di Shawn Levy (Usa – 2010)

Ordinaria coppia del New Jersey logorata dalla routine familiare, si impone la classica botta di vita per ravvivare il matrimonio, andando a cenare in un locale alla moda di Manhattan, tra la più scintillante ed esclusiva fauna di New York. Ruberanno la prenotazione al tavolo, scatenando una catena di equivoci, che gli scatenerà contro una masnada di delinquenti, che scateneranno guai e disavventure, le quali scateneranno infine il tanto atteso ritorno di fiamma. Notte folle a Manhattan è una commedia ritmata quanto prevedibile, che si regge sostanzialmente sul pretesto di unire sul grande schermo Tina Fey e Steve Carell, attualmente protagonisti di due delle serie tv più amate d’America, rispettivamente 30 Rock e The Office. Dopo Notte Brava a Las Vegas e Una Notte al Museo, Levy prosegue sul suo consueto modello di commedia: un evento straordinario e inaspettato (perlopiù situato dopo il tramonto, come avrete forse intuito) sconvolge i pattern esistenziali dei protagonisti, dando loro l’opportunità di appianare divergenze ed errori sepolti dalle consuetudini quotidiane. Il tutto è, proprio come consuetudine, infiocchettato da una carrellata di volti noti nei ruoli di contorno e da una buona dose di effetti speciali ben realizzati (non più tirannosauri in CGI, ma un inseguimento automobilistico degno di un film d’azione). In questo caso, tra i numerosi camei di fama giovanil-televisiva si scorgono divi di Hollywood in caduta libera come Ray Liotta e Mark Wahlberg, che forniscono alla causa poco più di faccia, pettorali e recitazione minima sindacale. La coppia di interpreti principali è però obiettivamente in possesso di una naturale verve comica in grado di risollevare le peggiori cadute di stile, ed in effetti i loro duetti e le gag ricorsive sulle idiosincrasie della loro vita famigliare sono ciò che meglio funziona nell’economia del film. Peccato che la struttura a numeri comici, più simile all’andamento di un varietà del sabato sera che al fluire coerente di una trama, finisca per stiracchiare ed elevare di importanza proprio le trovate più pretestuose e imbarazzanti, come quella della lap-dance nel finale. Perlomeno si tratta di un cinema sincero fin dal titolo: giro di giostra di una sera, risate a cervello spento per staccare dal tran-tran. Oltreoceano (non sempre ma spesso) prodotti di questo tipo possono contare su produzioni solide e valide professionalità che tra un product placement e l’altro fanno baluginare un briciolo di rispetto per lo spettatore. Forse non è un caso che nelle nostre sale il film venga martoriato da un doppiaggio che si intestardisce a far passare per slang giovanile obbrobri come “doppio-rinco” e “mega-sbaglio”. Sintomo di una diversa vicinanza al sentire del pubblico.

Alfonso Mastrantonio
Alfonso Mastrantonio
Alfonso Mastrantonio, prodotto dell'annata '85, scrive di cinema sul web dai tempi dei modem 56k. Nella vita si è messo in testa di fare cose che gli piacciano, quindi si è laureato in Linguaggi dei Media, specializzato in Cinema e crede ancora di poterci tirare fuori un lavoro. Vive a Milano, si occupa di nuovi media e, finchè lo fanno entrare, frequenta selezioni e giurie di festival cinematografici.

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