Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Sono i bassifondi di Tokyo, con i loro loschi traffici malavitosi, a inaugurare questa edizione del Pesaro film festival 

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Sono i bassifondi di Tokyo, con i loro loschi traffici malavitosi, a inaugurare questa edizione del Pesaro film festival. Si tratta del secondo lungometraggio del giovane Okuda Yosuke,  che già si è fatto conoscere qualche anno fa con la trilogia di Hot as Hell (due corti e un lungo). Dopo essersi ficcato in seri guai col lavoro, Katsutoshi (Ohmori Nao) si rifugia dall’amico di vecchia data Seikichi (Mitsuishi Ken), un delinquentello di mezza tacca che gestisce un locale notturno con spogliarelliste alquanto decervellate (come si può intuire dal loro cicaleccio). Le cose si complicano ulteriormente quando Katsuoshi, evidentemente non pago dei casini in cui si trova, si mette a picchiare brutalmente un pischello della mala che guarda caso è il fratello di un boss yakuza del quartiere, il quale piomberà immediatamente al club di Seikichi per chiedergli soddisfazione. Per tentare di risolvere la sporca faccenda, quest’ultimo ricorre a un altro ricatto. Si ricorda del suo aiutante Takahiro (Fuchikami Yasushi), che qualche giorno prima gli aveva spazzolato dalla cassa tutti i verdoni, e lo costringe a prostituire la fidanzata, la bella Eriko (Usuda Asami), subito spedita a rimediare ai torti, suo malgrado, concedendosi al boss. Inutile dire che niente andrà come previsto.

Detta così sembra una trama dall’alto tasso drammatico, ma siamo più dalle parti della commedia nera. O meglio: si oscilla con grande incertezza tra parodia e ossequio dei topoi del moderno yakuza eiga (Kitano, Miike, Ishii). I nomi a cui Okuda occhieggia sono tanti: troppi. Appigli a cui Okuda si è aggrappato per sopperire a un palpabile deficit di originalità e a una scarsa chiarezza di idee. Ed è un peccato, se si pensa ad alcuni accenti sociologici niente affatto banali (come la condizione di precarietà lavorativa e la diffusa tendenza all’autismo dei giovani: si veda il caso di Eriko) che avrebbero meritato più spazio e uno sviluppo approfondito. La sceneggiatura, invece, gioca con incastri fra episodi e personaggi seguendo la traccia di Pulp Fiction, ma i passaggi narrativi sono spesso farraginosi e il ritmo piuttosto fiacco. Le divagazioni e i momenti di attesa non sono corrisposti da climax sufficientemente intensi, tanto che nello spettatore, in più di un caso, nasce un forte senso di frustrazione per un’opera di cui ci sfugge il senso globale. Attendiamo dunque il regista alla prossima prova, con l’auspicio, data la giovane età, che trovi un suo personale repertorio stilistico e tematico.

Diego Baratto