Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Gondry è un narratore di fantascienza nel senso più classico del termine: nelle sue storie c’è sempre una torsione improvvisa a cui bisogna credere, sebbene sia incredibile. Che bisogno c’è di replicare l’esistente, ovvero l’immaginario condiviso – visto che è protetto da diritto d’autore – quando possiamo sbizzarrirci col nostro? Simone Buttazzi su Be Kind Rewind 

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Tra i diktat dei giorni nostri ce n’è uno più ingiusto di altri. Esso recita: VHS is dead. Con Be Kind Rewind, l’aedo del bric-a-brac Michel Gondry ha composto un sonetto di cento minuti dedicato al supporto magnetico.

Va detto che l’intero plot è a rischio spoiler, così come non sarebbe giusto citare un paio di nomi ignorati dai titoli di testa che accrescono l’effetto sorpresa e il profondo godimento che si prova nell’assistere allo srotolamento della pellicola. Un crescendo wagneriano di cartapesta. Si può dire, questo sì, che il film è ambientato in un quartierino di New York di solito snobbato dalla celluloide, e ha come fulcro un videonoleggio “metafisico” e austeriano come la tabaccheria di Smoke. Un jazzista delle origini chiamato Fats Waller ha la sua brava importanza in quanto rappresenta il collante sociale ed emozionale del circondario. In Be Kind Rewind, il mondo finisce dietro l’angolo. Il proprietario del videonoleggio, Mr Fletcher, è un Danny Glover allo stesso tempo corrucciato e sornione, che in più di una scena parodia il Morgan Freeman di A spasso con Daisy; a dargli la mano c’è Mike (Mos Def), mentre a distruggere tutto ciò che tocca, e a ricrearlo palingeneticamente, c’è un giovanotto grasso (Jack Black) che abita in una roulotte adiacente a una centrale elettrica. Tra le personalità di spicco del vicinato c’è la signora Falewicz (Mia Farrow) che non ha mai visto un film di fantascienza in vita sua e un bel giorno decide testardamente di noleggiare Ghostbusters.
Gondry è un narratore di fantascienza nel senso più classico del termine: nelle sue storie c’è sempre una torsione improvvisa a cui bisogna credere, sebbene sia incredibile. In questo caso, la torsione è il successo di un film amatoriale spacciato per un film… di cassetta. File under: riappropriazione dell’immaginario collettivo, pirateria a fin di bene, trionfo della retrotecnologia. Be Kind Rewind scodella quasi immediatamente la sua idea forte, ma invece di crogiolarvisi la sviluppa oltre misura. Prima la distrugge – un rullo compressore che schiaccia duecento videocassette apocrife: un dolore lancinante – poi la ricrea dal nulla. Che bisogno c’è di replicare l’esistente, ovvero l’immaginario condiviso – visto che è protetto da diritto d’autore – quando possiamo sbizzarrirci col nostro? Questo è il colpo di reni, degno di Frank Capra, che conduce a un finale da lucciconi a pioggia.

Nel tessuto leggero leggero della commedia Gondry riesce a trovare il posto per molti temi, e ad articolarli in maniera per nulla farraginosa o retorica: la celebrazione dell’analogico, un deciso statement contro lo strapotere degli studios, il buon vecchio power to the people. Concetti a rischio, trattati con il giusto registro. E a foraggiare quasi ogni inquadratura, un entusiasmo ludico impressionante, di cui Gondry aveva già dato prova in Eternal Sunshine of the Spotless Mind (2004) e, più marcatamente, in Science of Sleep (2006). Il gioco consiste nel (ri)fare il cinema con quello che si ha. Cioè a dire bricolage, il Re- istantaneo per replicare ai video di Youtube, il ritagliare sagome con le forbici, il riprendersi in famiglia, riguardarsi, ed essere contenti. Sebbene non si tratti certo di un film artigianale e i titoli di coda ospitino, dal primo all’ultimo, tutti i film “omaggiati” con tanto di ci cerchiata e indicazione di proprietà, Be Kind Rewind segna un inatteso passo avanti rispetto ai già buoni risultati dei due film precedenti. Il sito merita una lunga visita, così da capire la magia dello sweding, letteralmente “svedizzazione”: un mistero scardinante come le videocassette di Lost Highway.