Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Si svolgerà dal 19 al 25 Aprile la ventottesima edizione del Torino GLBT Film Festival. Il festival, nato nel 1986, è il più longevo in Europa sull’argomento e ha il merito di aver fatto conoscere al pubblico grandi nomi del panorama cinematografico 

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Si svolgerà dal 19 al 25 Aprile la ventottesima edizione del Torino GLBT Film Festival. Il festival, nato nel 1986, è il più longevo in Europa sull’argomento e ha il merito di aver fatto conoscere al pubblico grandi nomi del panorama cinematografico come Gus Van Sant, François Ozon, Todd Haynes e Derek Jarman. La rassegna verrà aperta da Any Day Now di Travis Fine e chiusa da Geography Club di Gary Entin. Tre le sezioni del concorso e undici le rassegne collaterali, tra cui Focus e Open Eyes.

Il concorso si divide in Lungometraggi, Cortometraggi e Documentari. Dodici pellicole vanno a comporre la sezione del concorso lungometraggi. In Alata (Out of the Dark) di Michael Mayer è narrata la difficile storia d’amore tra il palestinese Nimer, che studia a Tel Aviv e il giovane avvocato israeliano Roy. Già presentato allo scorso Festival di Berlino, Boven is het stil (It’s All so Quiet) di Nanouk Leopold, mette in scena la triste vita solitaria di Helmer (Jeroen Willems, morto poco dopo la conclusione delle riprese) costretto a vivere con il padre malato, in una remota fattoria dei Paesi Bassi. La morte di quest’ultimo lascia in lui una ferita che solo l’amore potrebbe colmare. Alan Brown, dopo aver presentato alla scorsa edizione del Festival Private Romeo, torna anche quest’anno con Five Dances; protagonista della pellicola è Chip (Ryan Steele), giovane ballerino che arriva New York per unirsi a una compagnia di ballo di Soho. La lanciatissima Juno Temple, sempre lontana dal mainstream, è interprete di Jack and Diane diretto da Bradley Rust Gray. La vite delle due ragazze che danno il titolo al film, si incrociano nella calda estate newyorkese. La vicenda è narrata per mezzo un gusto romance horror, con numerose scene oniriche ed effetti speciali da film dell’orrore. L’autore di Delphinium (film sull’infanzia di Derek Jarman), Matthew Mishory, torna al festival con Joshua Tree, 1951: A Portrait of James Dean, in cui è raccontata la vita del divo prima della celebrità. L’immortale e ultra saccheggiata storia di Romeo e Giulietta fa da tramite per la nascita della simpatia tra Mike e Will, protagonisti di Monster Pies di Lee Galea. Decisi a girare una versione horror della celebre opera shakespeariana, i due finiranno per innamorarsi.

El sexo de los ángeles di Xavier Villaverde è un dramma sentimentale in cui la relazione tra Bruno e Carla viene movimentata dall’arrivo di Rai, giovane affascinante e misterioso che attrae entrambi. Il mondo degli adolescenti è ancora protagonista in White Frog diretto da Quentin Lee; qui il regista racconta il difficile percorso di Nick, giovane affetto dalla sindrome di Asperger, che si ritrova solo dopo la morte del fratello Chaz, il ragazzo più popolare della scuola, forte generoso e punto di riferimento di Nick.
Con Todo mundo tiene a alguien menos yo (Everybody’s Got Somebody…But Me) Raúl Fuentes, al suo debutto, realizza un’opera in cui si interroga sulla complessità e i limiti dei rapporti fra persone molto diverse fra loro. Presentato allo scorso festival di Berlino, in W imię…(In the Name of) di Malgoska Szumowska è narrata la difficile vicenda di un prete che ha scelto di prendere i voti per sfuggire ai propri desideri omosessuali. Sempre dalla Berlinale 2013 arriva Will You Still Love Me Tomorrow, dove l’autore Arvin Chen, analizza I turbamenti e le crisi della borghesia orientale con toni ispirati alle sophisticated comedies hollywoodiane.

Diciotto titoli concorrono nella sezione dei cortometraggi; una storia di ladri è alla base di Aisa Hota Ai, l’idolatria per una star del cinema è materia narrante di Holden e i ricordi raccolti in una lussuosa villa sono protagonisti de La maison vide (The Empty House). In questa variegata categoria ci sono anche storie di sentimenti nascosti (Shopping), di magia e mistero (Social Butterfly) e desideri che rimangono privati poiché sconvenienti alla società (Alaska is a Drag).

Nella sezione documentari troviamo tra gli altri, titoli provenienti da Svizzera, Germania e Danimarca. In Born this Way, Shaun Kadlec e Deb Tullman denunciano la difficile condizione in cui è costretta a vivere la comunità omosessuale in Camerun. Sulla stessa linea corre Chuppan Chupai di Saadat Munir e Saad Khan, in cui il titolo (Giocare a nascondino) vuol essere metafora  della condizione complicata, pericolosa e dolorosa di molti omosessuali in Pakistan.

Di tutt’altra natura è Codebreaker, inedito ritratto del matematico, logico e crittografo, Alan Turing, realizzato da Clare Beavan e Nic Stacey. In The Love Part of This, la regista Lya Guerra porta testimonianza del rapporto tra Grace Moceri e Grace Schrafft due donne che trentasette anni fa, sebbene sposate, decisero di abbandonare tutto per vivere insieme. Il regista Tim Lienhard in One Zero One, racconta il mondo delle drag queen mostrando quello che si nasconde dietro il trucco pesante e i vistosi abiti di scena.  Paul Bowles: The Cage Door is Always Open è un sentito omaggio da parte del regista Daniel Young allo scrittore e compositore americano Paul Bowles, considerato un maestro da Truman Capote, Tennessee Williams, Allen Ginsberg, William Burroughs e Jack Kerouac.

Nel ricco programma del festival, oltre alle numerose sezioni collaterali, due attesi eventi speciali: la consegna del premio alla carriera a Ingrid Carven, attrice feticcio di Reiner Werner Fassbinder e la proiezione di Interior. Leather Bar (già visto a Berlino e recensito su indie-eye da questa parte) diretto dell’attore James Franco e da Travis Mathews.