sabato, Settembre 19, 2020

Venezia 68 – Orizzonti – Piattaforma Luna di Yuri Ancarani: la recensione

Prodotto da Maurizio Cattelan, realizzato con il patrocinio del comune di Ravenna e con una distribuzione curata da Galleria Zero, il nuovo lavoro di Yuri Ancarani, Cineasta italiano di rara qualità  già a Venezia 67 con Il Capo, si situa ancora una volta,  e in modo più radicale, in quella terra di mezzo tra videoarte e cinema osservando con il rigore di una science-fiction documentale  la relazione tra corpo e gesto arcaico, quasi a suggerire una comunicazione complessa e a tratti inestricabile tra immagine e segno, codice meccanico e rituale.

Al linguaggio non verbale del Capo, figura minacciosa che domina i lavoratori di marmo sul monte Bettoglie, e che disegna con i gesti tracce immaginifiche sconosciute ai non iniziati, Ancarani  aggiunge in Piattaforma Luna una texture sonora fatta di rumori, lessemi di una lingua quasi magica, voci che sembrano modificate con interventi di auto-tune, parole di cui non possiamo conoscere il significato, ingranaggi il cui meccanismo sembra una via di mezzo tra tecnica e gioco surreale.

Girato all’interno di una camera iperbarica insieme a sei sommozzatori specializzati in immersioni a grande profondità, sembra quasi un recupero della “fantascienza” marina di Painlevé dove alla vita degli oceani si sostituisce quella di sei uomini nel corpo di una macchina.

Siamo già dentro la camera iperbarica, filmata con quel rigore di certa fantascienza da Kubrick in poi, e traditi dallo slittamento di senso dello stesso titolo del film, ci è davvero difficile capire dove ci troviamo, tanto sono arcaici (come la fantasia di Jules Verne) gli elementi materiali che costituiscono gli abitacoli, dagli oblò, ai lavandini, alla staordinaria sequenza dell’ “e-mail” pressurizzata. Elementi oltre il tempo ma filmati come se fossero scolpiti nella durata.

Che il disegno di Ancarani abbia una consistenza che si avvicina gradualmente alla con-fusione tra rumore e musica è confermato dalla presenza di Ben Frost, il musicista di origini Australiane autore appunto di quella “teoria delle macchine” che ha curato un’in-visibile colonna sonora per il film del regista Ravennate.

Immersi in profondità percepiamo il rumore della meccanica sovrapposto al glitch terroristico di Frost come fosse un unico dispositivo ritmico e nel gesto che avvicina l’occhio di Ancarani all’essenza sciamanica del lavoro (conoscenza, lingua, gesto, rituale, rumore)  la nostra esperienza procede oltre il documento di un reale sensibile, in apnea, consapevoli solamente del fatto che qualsiasi fantascienza è questione di punto di vista.

Michele Faggi
Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi

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