Il cinema di parola di Nicolas Pariser, seppur inserito in una tradizione ben precisa di quello francese, assegna ai personaggi la capacità di modificare la messa in scena, mostrando tutte le resistenze dello spazio esperito, rispetto al propellente trasformativo individuale.
Un peu avant minuit recupera lo spirito dialettico di Alice et le maire, ma al confronto generazionale sul quale si innesta l’impossibile percorso a ritroso di Léo, il protagonista interpretato da Melvil Poupaud, contrappone una Parigi verso la fine dello stato di diritto, dove la rivolta viene soffocata dalla moltiplicazione di leggi speciali e lo sfondo di una città in fiamme, imposta un’inesorabile coltre apocalittica, sin dalle prime immagini sostenute dalla musica tensiva di Benjamin Esdraffo.
E quello dell’uomo sulla soglia dei suoi cinquant’anni è un falso movimento a ritroso, che in una fase di sospensione della propria vita affettiva, sembra procedere dagli stimoli e dallo sguardo vigile della giovane figlia, per rileggere a distanza il suo rapporto con il mondo femminile e quello del cameratismo intellettuale di trent’anni prima; mondo prevalentemente maschile, che emerge come fortemente ancorato agli stereotipi più feroci di sessualizzazione della realtà.
Il film deambula, letteralmente, in uno spazio urbano attraversato con indolenza quasi sonnambolica, mentre l’emersione del passato si infrange nell’impossibilità di far collimare la memoria con i corpi e i volti incontrati da Léo durante il suo momentaneo soggiorno parigino.
Gli antipodi del percorso vengono stabiliti dall’infrangersi di una relazione, ormai confinata nei brevi messaggi scambiati con uno smartphone e nella visita ad una sorella mai frequentata, per discutere sull’eredità di un padre assente recentemente defunto, fatta di debiti e una casa colma di oggetti insignificanti per Léo.
Al centro, una ricerca senza speranza, attraverso le attitudini dei vecchi amici ormai irriconoscibili, il tentativo delle loro compagne di uscire da una vita dove sono diventate invisibili, e il ruolo di una musa tanto sfuggente quanto sedimentata nell’illusione, che nel film ha il volto di Golshifteh Farahani, personaggio non a caso destinato a scomparire nell’assorbimento dell’aurora, spazio ancora ibrido tra notte e giorno.
Rispetto al rêveur bressoniano, c’è una temporalità rovesciata, dove alla casualità di una Parigi ricombinata nello spazio dell’immaginazione, si sostituisce l’inventario impossibile della propria vita, fatta di frammenti irrecuperabili, che resistono anche ai tentativi riparatori dell’uomo.
L’unico movimento è quello del pensiero, quando collide con le proprie convinzioni e rivela, anche politicamente, il fallimento di una generazione come una delle radici che hanno condotto alla fine dei tempi.
Nel film di Bresson c’era già la costruzione del fantasma amoroso, nella distanza tra corpo reale e presenza immaginale. Mentre Jacques fabbrica Marthe sovrapponendo un immaginario destinato a fallire, Tina si sottrae al corpo fantasmatico che Léo ha conservato di lei. L’aurora, come sottolineavo, disintegra nel suo volto stanco, la notte del sognatore, nel disinnesco tragico e beffardo del flâneur ottocentesco
Se il volto della giovane Clara Pacini, trattiene ancora lo stupore e la furia, la tenerezza e il distacco da una generazione di cui rifiuta tutti i presupposti relazionali, prima ancora del codice ideologico c’è già la consapevolezza che i rapporti nucleari, siano profondamente corrotti e alla base della stessa violenza di stato.
Parisier non lo dice esplicitamente e lascia che questi elementi emergano attraverso la forza generativa del dialogo, per declinare con grande leggerezza un film tetro e tombale, ma non per questo chiuso alle possibilità dello sguardo.
Nel viaggio alla ricerca dei frantumi di uno specchio, Léo non riesce a connettersi completamente con le donne che incontra, ma allo stesso tempo sfugge al giudizio spietato di un sessismo che attraversa tutta la sua generazione.
Al regista francese non interessa stabilire gli elementi di un processo, quanto rivelare quelli di una crisi che può essere raccontata solo attraverso gli scarti, le differenze e le dolorose asincronie che caratterizzano tutta la narrazione del film.
Se l’identità personale non coincide con una sostanza immutabile, ma passa attraverso il racconto che il soggetto costruisce della propria continuità nel tempo, per Léo si verifica il fallimento del riconoscimento reciproco, proprio quando arriva agli incontri portando con sé una configurazione narrativa del proprio passato e gli altri non gliela restituiscono.
Tina, la musa, ormai fuori dal solco percettivo che le aveva attribuito un ruolo sfuggente e di grande ispirazione nella redazione maschile, gravitante intorno ai sogni critici di Léo e dei suoi amici, appare spossata da una notte in bianco, impermeabile alle attenzioni e alla cura dell’uomo nel ristabilire un contatto e già oltre i meccanismi della contrapposizione. Semplicemente non si riconosce nell’immaginario di Léo, e lo incita ad andare oltre, per uscire da uno stato auto-allucinatorio.
Se come ha dichiarato Parisier in varie occasioni, il cinema di Eustache è un serbatoio importante, Un peu avant minuit trova nella crisi delle vecchie cornici ideologiche, il vuoto stesso indicato dalla parola maschile, quando cerca di occupare lo spazio che credeva di aver assegnato a quella femminile.
Al posto del post-sessantotto, c’è la frattura dopo il #MeToo che toglie a Léo centralità.
Il breve cameo che vede lo stesso Parisier interpretare un amico che ha scelto il perimetro della famiglia secondo le regole dell’ortodossia ebraica, ha una funzione simile e sollecita Léo a interrogarsi se abbia vissuto o meno, osservando la sua vita sfaldarsi senza alcun appiglio.
Eppure si può stabilire una forte empatia con questo personaggio che continua a girare a vuoto, non approda in nessun luogo e declina la sua libertà nel movimento continuo mentre sfiora le vite altrui, più immaginate che condivise.
Se il narcisismo di scusarsi con tutte le donne del suo passato, grazie all’innesco confessionale con la figlia, deflagra con l’oblio e con la constatazione che niente di quelle esistenze ruota intorno alla sua, l’accoglienza della sorella sembra trasformare l’impatto drammatico con la fine delle libertà politiche, nell’ultimo luogo possibile dove ancora potersi rifugiare.
Mentre scorrono una dietro l’altra le parole durissime della madre, vergate a mano in una lettera destinata al padre di Léo, la rivelazione della propria linea biografica sopravvive al disprezzo, come prodotto gratuito e non negoziabile dell’amore. Un documento proveniente da un altrove, forse prima che la sua stessa esistenza prendesse forma, gli rivela accidentalmente qualcosa della propria origine; il fatto bruto e irriducibile che l’amore è esistito.
Léo non è riducibile alla catena di determinazioni, colpe, modelli patriarcali e fallimenti generazionali dai quali proviene e in questa precisa definizione dell’istante come luce ancora presente nello spirito di un individuo, c’è un’irriducibilità personale e quindi politica che sfiora l’indicibile e supera ogni collocazione ideologica.
[Immagine dell’articolo – foto di Michele Faggi, ri-elaborata e corretta con strumenti di color grading e AI generativi © indie-eye 2026 ]
Un peu avant minuit di Nicolas Parisier (Francia 2026 – 111 min)
Sceneggiatura: Nicolas Parisier
Interpreti: Melvil Poupaud, Chiara Mastroianni, Anaïs Demoustier, Golshifteh Farahani, Léonie Simaga, Clara Pacini, Micha Lescot
Fotografia: Julia Mingo
Musica: Benjamin Esdraffo


