Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Betta Blues Society, due album all'attivo, il secondo dei quali intitolato Roots uscito nel 2015 per l'etichetta de Il popolo del blues. Sabato 28 maggio li abbiamo intercettati prima di un concerto importante, quello di Samba Tourè al The Cage di Livorno, per il quale hanno aperto. Prima del live li abbiamo intervistati per farci raccontare l'amore per il blues rurale e la fantasia con il quale lo affrontano e lo re-interpretano.  

Di

I toscani Betta Blues Society sono Elisabetta Maulo (voce, kazoo, ukulele), Lorenzo Marianelli (chitarra, dobro, ukulele, cori) e Fabrizio Balest (contrabbasso, cori), con la collaborazione di Filippo Ceccarini alla tromba. Hanno alle spalle due lavori: Betta Blues Society, uscito nel giugno 2011 e Roots, uscito nel giugno del 2015 per l’etichetta Il popolo del blues, registrato e mixato da Antonio Castiello presso il Jambona Lab Studio di Cascina (PI). Ultimamente il gruppo è in tour con numerose date e sta lavorando ad un nuovo album, dopo aver ottenuto il finanziamento di Toscana 100 Band. Ecco cosa ci hanno raccontato, ripercorrendo la loro carriera e parlando anche del nuovo lavoro in cantiere.

(Le foto dell’articolo sono di Virginia Villo Monteverdi)

Partiamo da Roots. Come mai avete scelto di realizzare un album interamente composto da cover?

Lorenzo: Roots è un disco che è uscito diversi anni dopo il primo lavoro, ed è stato un modo per ripartire da capo e per ritrovarci con una musica che noi tutti amavamo. Ci è piaciuta l’idea di proporre cover di due tipi diversi di blues, uno legato più alla sfera gospel e religiosa, uno legato più al blues sporco.

Elisabetta: è per questo che il disco si chiama Roots, è un ritorno alle radici, a quello in cui crediamo in ambito musicale.

Ritrovarvi e riconoscervi anche perché avete cambiato formazione negli anni, giusto?

Elisabetta: si. Prima eravamo in cinque stabili, c’era un altro contrabbassista, mentre Fabrizio (che conoscevamo già) ci ha raggiunto quasi alla fine. Io e Lorenzo invece siamo sempre stati stabili dal 2009. Ora stiamo aggiungendo un nuovo componete, Pietro Borsò, che suonerà il rullante in stile street band, poi c’è Filippo alla tromba che ha già fatto tutti gli arrangiamenti dei fiati per Roots.

Betta Blues Society – Didnʼt It Rain, il video ufficiale diretto da Giuseppe La Rosa

Nei pezzi del vostro primo album sento molto l’influenza di artisti come Bonnie Raitt, Bruce Springsteen (quello più country di We Shall Overcome e di conseguenza Peter Seeger), Muddy Waters, Robert Johnson.. Come li avete utilizzati per creare brani inediti?

Lorenzo: è una domanda un po’ complicata perché nel primo disco l’autore principale era un ragazzo che suonava la chitarra nel nostro gruppo, Luca Guidi, un nostro caro amico che ora non collabora più con noi. Dovresti chiederlo a lui! (ride)

Elisabetta: prima di fare il primo disco ci sono state tante cover che abbiamo ascoltato, cantato e suonato tantissimo, e Luca ha ripreso sicuramente da quelle. Si tratta di brani di artisti come Mareni, Skip James, Bessie Smith, Sister Rosetta Tharpe, abbiamo anche rivalutato tutta una serie di traditional cantati da lei.

E per quanto riguarda il terzo disco cosa mi raccontate? Esplorerete nuovi territori?

Elisabetta: il terzo disco che sta per uscire è quasi interamente scritto dal Marianelli. Alcuni brani li ho scritti io altri Fabrizio. E poi con l’arrivo di Fabrizio al contrabbasso, col fatto che lui canta e Lorenzo pure, abbiamo esplorato questa dimensione, abbiamo giocato molto coi cori, con le armonizzazioni vocali e si è creato un valore aggiunto al nostro percorso.

Lorenzo: si diciamo che quello che verrà fuori sarà sempre legato alle radici del blues, ma sicuramente andrà oltre perché verranno fuori le diverse provenienze musicali di ognuno di noi, almeno spero! Nonostante il nome Betta Blues Society vogliamo esplorare e una cosa che mi piace molto di questo gruppo è che si sente che c’è il blues, ma non è una macchietta. Magari non è suonato in modo filologico, ma io d’altra parte lo so suonare così (ride) e può essere un segno positivo e distintivo per il gruppo.

Fabrizio: quello a cui puntiamo è trovare una nostra identità, un nostro suono. Magari un giorno diranno: “suoniamo come i Betta Blues!” (ride). Poi ognuno di noi ha le sue influenze musicali oltre al blues, e queste confluiranno nel nuovo album.

Betta Blues Society – Kissin’ in the Dark, live 6 giugno 2015, presentazione di “Roots”

Qualche anticipazione oppure è una sorpresa?

Lorenzo: guarda non sappiamo ancora bene dove andremo a finire. Quello che ti posso dire è il background oltre al blues da cui ognuno proviene, i nostri ascolti insomma. Betta viene da situazioni di musica elettronica, io ho ascoltato tantissimo brit pop, Fabrizio invece tanto punk. Non è che faremo un pezzo in elettronica, però magari prenderemo degli spunti da questi generi per tradurli in acustico, nel nostro stile. Useremo i nostri suoni che metteremo in loop, insomma ci divertiremo a prendere riferimenti nuovi.

I vostri brani sono tutti in inglese, avete mai pensato invece di scrivere blues in italiano?

Elisabetta: diciamo di no. Abbiamo provato con la prima formazione, alcuni brani mi piacevano molto, ma credo che non sia il momento adesso per scrivere in italiano. Per arrivare a cantare in italiano dobbiamo ancora fare parecchia strada. Io poi sono molto legata al suono della lingua inglese, e credo che oggi non si debba per forza cantare in italiano, le porte sono più aperte. A meno che tu non sia obbligato a cantare in italiano per vendere, come succede spesso a chi esce dai Talent Show, cosa che non condivido. L’italiano è molto intimo, è la nostra lingua madre e quindi credo che andrebbe scavato e studiato prima di scrivere dei pezzi. Non bisogna usarlo per forza mettendo in fila due parole per poi ottenere un risultato banale e commerciale. Ci prendiamo tempo per fare l’amore con la nostra lingua, è un percorso lungo.

Il pezzo Bunga Bunga ha un titolo curioso. È un termine che nella cultura indonesiana del XIX secolo veniva usato come toponimo dell’Austrialia aborigena e ricompare nella cultura anglosassone in maniera scherzosa. Il vostro pezzo si collega a questo o ha a che fare umoristicamente con l’espressione satirica usata per indicare le festicciole private dell’ex premier Berlusconi?

Elisabetta: Ovviamente si riferisce alle feste dell’ex premier! Il pezzo lo ha scritto sempre Luca Guidi, alle 4 del mattino due settimane prima di registrare il disco.

Lorenzo: è stato uno degli ultimo pezzi che ha scritto. Mi ricordo che quando Luca mi disse il titolo io risposi: “No Luca via, basta parlare di Berlusconi!”, poi quando me lo fece sentire invece mi sembrò un pezzo che poteva funzionare. Ci siamo divertiti un sacco a suonarlo!

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Betta tu sei una donna in blues: e da donna e leader della band la tua figura mostra grinta e indipendenza come nel pezzo I’m a Woman. Hai temi e messaggi precisi e altri prevalentemente legati alla femminilità che vuoi comunicare con la tua musica? Pensi che il blues riesca ad esprimerli meglio di altri generi?

Elisabetta: Quella che hai nominato è una canzone di molti anni fa. Che il blues sia uno strumento migliore rispetto ad altri non lo so. Mi piace cantare blues perché mi tocca al livello interiore, intimo. Per quanto riguarda quello che posso dire e che voglio dire riguardo alla femminilità e alla donna è un messaggio che non riguarda propriamente l’essere femminile, ma una condizione della donna di quei tempi passati. Oltre al razzismo legato al colore della pelle c’era anche il razzismo nei confronti delle donne. Bessie Smith ad esempio ha sofferto moltissimo il razzismo degli anni 30, però oltre a quello ha subito anche grossi maltrattamenti da parte del compagno alcolista. Combattere sia il razzismo sia la misoginia non è stato facile per lei. Oggi eh… Sarebbe bello scriverci un pezzo su questa questione. Oggi non è proprio la situazione degli anni 30, però non posso dire che sia il contrario. Stiamo comunque attraversando un periodo molto difficile. Il blues lo sento nell’anima, non lo utilizzo per dare un messaggio per esprimere come mi sento io. Poi sicuramente con la maggiore maturità che ho ora e che ho raggiunto con le esperienze della vita e della musica, avrò altri messaggi da comunicare.

Betta Blues Society in rete

 

Virginia Villo Monteverdi

Virginia Villo Monteverdi

Laureata in Storia dell’Arte medievale e seriamente dipendente dalla musica Virginia è una pisana mezzosangue nata nel 1990. Iniziata dal padre ai classici rock ha dedicato la sua adolescenza a conoscere la storia della musica. Suona e canta in un gruppo, ama fare video, foto e ricerche artistiche e ogni tanto cura delle mostre d’arte contemporanea.