domenica, Luglio 3, 2022

Marta Del Grandi in Sala Vanni: l’intervista alla talentuosa musicista

Marta Del Grandi è un'eccellente musicista che è partita dalla vocalità Jazz per esplorare altri mondi compositivi e sonori. A fine 2021 ha pubblicato "Until We fossilize" per la prestigiosa etichetta internazionale Fire Records, sintesi perfetta del suo percorso personale ed artistico sospeso tra Italia, Belgio e Nepal. Il 25 Marzo sarà in Sala Vanni a Firenze per la rassegna di musica di qualità "Tradizione in movimento", organizzata da Musicus Concentus. Un live in trio assolutamente da non perdere. Per conoscere meglio l'arte di Marta Del Grandi, Michele Faggi l'ha intervistata per indie-eye.

Marta del Grandi è reduce dal Fire Records at SXSW, dove ha suonato il 17 marzo scorso nel contesto di un grande showcase esteso allestito della storica etichetta, insieme ad artisti del calibro di Jad Fair, The Dream Syndicate, Evan Dando, Kristin Hersh e alcune tra le nuove voci del roster Fire Records, come Lucy Gooch e Marina Allen, che con Marta ha condiviso la location dell’Hotel Vegas.
La cantante e vocalist italiana, ma con esperienze e vocazione internazionali, presenterà anche a Firenze i brani del suo nuovo album pubblicato per Fire Records nel 2021. Sarà infatti ospite della rassegna “Tradizione in Movimento” organizzata da Musicus Concentus, il prossimo 25 marzo presso Sala Vanni, in Piazza del Carmine 14 (Marta Del Grandi, prevendite).

Until we fossilize“, pubblicato nel novembre 2021 non è la prima esperienza discografica di Marta Del Grandi né viene fuori dal nulla. Fa parte di un percorso preciso, dalle caratteristiche fortemente apolidi, che celebra anni di studio, di ricerca e di attività intorno alla musica vocale e soprattutto si riferisce ad una concezione ben precisa della voce. Parte dallo studio e dalla prassi Jazz l’esperienza di Marta, ma non si esaurisce in quella dimensione, riletta attraverso contaminazioni e continue mutazioni dell’identità musicale. La terra e la sua morfologia, indagano sommovimenti che interessano altre forme, oltre al racconto suggerito dai cambiamenti geologici. C’è tutto un mondo animale e umano che popola le sue canzoni, questo punta ai movimenti del cuore, strappando alla forma dello standard derive inattese. Anti-standard che ci consente di parlare alternativamente di folk, Jazz, chamber-pop, laptop music oppure ambient, segno di una creatività proteiforme che parte dalla profonda centralità della voce intesa come strumento, per generare un mondo che risiede tra immagine, parola e trasformazione della stessa in suono.

Il percorso di Marta Del Grandi ha un innegabile fascino, anche in termini formativi, rappresenta infatti un esempio virtuoso di quelle connessioni e possibilità globali che dovrebbero consentirci di uscire dal proprio recinto locale, con una visione più forte di musica e di convivenza.

Abbiamo scoperto questi percorsi insieme a Marta in questa lunga e stimolante conversazione.
Si legge dopo il videoclip.

Marta Del Grandi su Spotify

Marta del Grandi – Somebody New – Il videoclip diretto da Andrea Luporini.
Con le coreografie e le performance di Alice Parodi e Lorenzo Diofili.

Voci dall’anima del mondo: una conversazione con Marta Del Grandi

Ho raggiunto Marta Del Grandi via Zoom, in video conference, durante il suo velocissimo passaggio Newyorchese, dove sta costruendo una tessera del puzzle che costituirà il nuovo lavoro e poco prima di entrare in studio con il grande Shahzad Ismaily, musicista, compositore, ingegnere del suono e produttore che ha suonato e collaborato con alcuni dei più grandi musicisti del pianeta.

Marta è un’artista entusiasta e completamente immersa in quello che fa. Ha un senso molto specifico dei processi e della prassi che possono condurla alla scrittura e allo sviluppo di un brano, non importa se deve imboccare strade non convenzionali, perché sperimentare è evidentemente una questione di confini: forzarli e piegarli allo scopo di ottenere un’ “ondulazione”, termine che rubo dalla nostra conversazione.
Nei viaggi tra l’Italia, Belgio e Nepal, ha costruito un mondo proteiforme intorno alla sua concezione di musica, che spazia dalla ricerca vocale, fino alla formazione e all’organizzazione di eventi, attività che le ha consentito di costruire un ponte tra il Nepal e il mondo occidentale, con l’iniziativa Sofar Sounds Kathmandu e l’agenzia WASP che condivide con il marito. In entrambi i casi importa musica internazionale in Nepal e crea le condizioni affinché alcuni eventi possano prendere forma in una città stimolante e piena di possibilità come Kathmandu.

I suoi progetti e i suoi interessi sono numerosi, abbiamo provato a metterli insieme in questa lunga intervista, seguendo un percorso quasi cronologico e mettendo al centro l’elaborazione di “Until we fossilize”, l’album pubblicato per la prestigiosa Fire Records.

Un ringraziamento speciale a Lorenzo Migno, ufficio stampa di Tradizione in Movimento, tra quelle sempre più rare persone, almeno a Firenze, capaci di creare connessioni e stimoli, fuori dai meccanismi ripetitivi della promozione e più vicini al cuore della cultura.

Marta Del Grandi su Instagram

Marta Del Grandi – Until We Fossilize, artwork

C’è davvero un mondo apolide da esplorare nella tua stratificatissima esperienza artistica, proprio per questo vorrei dare una forma esplorativa a questa conversazione, partendo dagli inizi.  Nelle tue prime esperienze con la voce nel contesto milanese, hai cominciato a studiare la tecnica, ad applicarla, per poi trasferirti in Belgio. Ci puoi raccontare questo passaggio, dagli ambienti milanesi dove facevi le tue prime esperienze con la vocalità Jazz, fino al perfezionamento in Belgio?

Ho cominciato a studiare Jazz quasi per sbaglio. Facevo il primo anno di università. Ma avevo sempre cantato, sin dai tempi delle scuole medie. Proprio durante l’inizio degli studi universitari, mi sono resa conto che il canto mancava molto alla mia quotidianità, non volevo assolutamente eliminarlo dalla mia vita. Casualmente ho scoperto questa scuola, che si chiamava “I civici corsi di Jazz”, parte della Scuola Civica di Milano. Ho fatto un’audizione, senza conoscere niente di quella tradizione musicale e portando un brano di Nina Simone, qualcosa che era tra il Jazz e la musica pop-soul. L’audizione è andata bene e ho cominciato a studiare in quel contesto. Da quel momento in poi è nata una grande passione, quasi maniacale, per questa musica. I primi anni di studio sono stati ossessivi nei confronti del repertorio, della tecnica, della voglia di suonare con altri musicisti e di esplorare quel tipo di interplay, oltre allo stile stesso della vocalità Jazz. Tra tutto questo, molta sperimentazione europea, tra cui devo citare Norma Winston, che è un vero punto di riferimento per le cantanti della mia generazione, sicuramente di quella precedente, ma credo anche della successiva. La Winston ha aperto le porte ad un tipo di canto diverso, più vicino all’uso della voce come strumento. Questo mi ha avvicinato all’idea di studiare nel Nord-Europa, perché l’interesse verso questo tipo di canto, sicuramente più prossimo a certe forme contemporanee di canto sperimentale, mi ha spinto a studiare in Europa invece che negli Stati Uniti. Ti dico questo perché in effetti ci sono cantanti che hanno fatto il mio stesso percorso di studi e che poi hanno scelto La Berkeley o la New School. Intendiamoci, gli Stati Uniti mi piacciono. Adesso sono a qui a New York, dove collaboro con questo grande produttore che si chiama Shahzad Ismaily, che ha questo studio che si chiama Figure 8 Recording. Ha senso lavorare con un produttore come lui proprio per il percorso di studi che ho fatto, di matrice prettamente Europea. Quando ho scelto il Belgio mi sono trasferita a Gent dove c’è una scena molto eclettica, poco swing e poco tradizionale. Ho avuto la possibilità di entrare al Royal Conservatory, una scuola molto attenta alle intersezioni con il pop. Avevamo la possibilità di studiare insieme ai ragazzi che facevano il percorso di music production, che lavoravano in studio, con il suono, con la produzione. Quindi non solo sperimentazione e Jazz, ma anche forma canzone attraverso diversi generi. Una possibilità che mi ha consentito di comprendere il processo di produzione di un brano in tutte le sue fasi. Vivere a Gent è stato fondamentale, anche per le agevolazioni che gli studenti possono ottenere, a partire dalla possibilità di utilizzare gli studi gratuitamente, andare a tutti i concerti che ci sono in città e a volte in tutta la regione, pagando un prezzo simbolico di sole cinque euro, una cosa impensabile in Italia e che se ci pensi, limita molto l’evoluzione di un giovane artista nel nostro paese, perché poter fruire di tutti gli eventi che passano dalla città dove vivi, ti consente di essere esposto a continui input.  Nel pre-pandemia Gent era una città in pieno fermento, ogni giorno anche nei pub c’erano concerti, Jam session, eventi musicali di ogni genere, dal pop al manouche, passando per blues, Jazz, post-rock, musica elettronica. Se ci pensi è la città di Soulwax e 2manydjs, quindi molto aperta alle contaminazioni.

Quello che dici è molto interessante, perché a proposito di contaminazioni mi incuriosiva capire a che punto arriva la tua prima esperienza discografica, il progetto Martarosa. “Invertebrates” ha forse una confezione più pop rispetto al tuo nuovo lavoro. L’hai pubblicato nel 2016 quando appunto eri a Gent. In termini di scrittura immagino che tutto fosse in divenire…

Quel lavoro è arrivato quando ho finito la scuola ed era completamente autoprodotto. Avevo la necessità di pubblicare qualcosa. Per quanto avessi imparato molto a livello teorico sull’idea e la prassi della produzione, tutto era ancora acerbo. Inoltre non avevo molta conoscenza dell’industria musicale, non sapevo come avrei potuto pubblicare diversamente l’album di Martarosa. Ero un’artista straniera in Belgio e questo mi ha limitato molto nel contatto con eventuali label o edizioni. Se fossi stata in Italia forse ci sarebbe stata la possibilità di entrare a far parte di un roster. Ma è stata una cosa del tutto naturale: pubblicarlo in quel modo. Come dicevi tu, la scrittura era un processo in divenire. Oltre a te, altre persone recentemente mi hanno detto che Martarosa sembra un progetto più pop, ma per me, a livello compositivo, è un disco più Jazz. Ci sono molti più accordi e sequenze armoniche che si riferiscono al periodo degli studi, tant’è quando ascolto di nuovo alcune cose mi dico: “ok, questo l’ho scritto così perché andavo a scuola”.
A livello di produzione c’è davvero poco. È stato registrato live, con alcuni musicisti di Gent che sono miei carissimi amici e che studiavano con me. Tutto questo rientrava nel progetto di diploma che dovevo portare alla fine del percorso di studi. Dopo aver frequentato il master, si dava ovviamente per scontato che io conoscessi la tradizione, per questo veniva lasciata totale libertà di scelta per il progetto finale. Era un modo per definire il percorso di un musicista e capire quale strada avrebbe intrapreso. A Gent avevo partecipato a moltissime jam-session, avevo una data settimanale dove cantavo, potevo quindi chiedere la collaborazione a diversi musicisti. Tutto quel repertorio è suonato con il contrabbasso. Fa eccezione solo “Shoes, Rocks and Boxes”, che è il singolo, dove c’è il basso elettrico. Il disco è registrato a Brescia con un produttore che si chiama Pier Ballarin. In quel momento aveva un’idea più chiara della mia, tant’è non ero presente quando è stato fatto il mix. In questo senso lo ritengo un lavoro poco maturo dal punto di vista produttivo. Adesso non potrei lavorare così, devo essere presente anche in quella fase e in ogni caso, tutte le mie pre-produzioni hanno già un’idea di quello che dovrà essere il mix.

Marta Del Grandi – foto di Rishi Jha

Le esperienze cinesi e nepalesi in che modo arrivano e come cambiano la tua percezione della musica e della voce?

Diciamo che l’esperienza in Cina è del tutto anomala e riguarda principalmente un periodo legato al mio lavoro come insegnante. Ma non ho trattenuto molto da quell’esperienza. Sicuramente importante a livello di crescita personale, ma devo trovarle ancora una collocazione e un senso preciso…

…quella nepalese è ovviamente centrale…

 Si. È iniziata nel 2014 dove ho fatto uno stage, ed è stata interessante a livello di crescita personale. Mi ha aperto gli orizzonti anche riguardo al mio ruolo nel mondo. Non avrei mai pensato di poter creare sinergie importanti in un posto così lontano. È stata un’esperienza importante anche a livello compositivo perché ho scritto molto quando ero li. Alcuni di quei brani hanno poi costituito parte di “Invertebrates”, l’album registrato come Martarosa. Successivamente, quando ho lasciato il Belgio, mi sono trasferita in Nepal perché ho incontrato una persona con cui avevo un forte legame e con cui adesso sono sposata. Abbiamo vissuto due anni e mezzo in Nepal. Una seconda esperienza decisamente più lunga e molto importante per le varie sinergie che si sono create. Questi nuovi contatti mi hanno consentito di organizzare un festival e curare residenze artistiche. In termini creativi si è delineata la collaborazione, ancora in corso, con un’artista visiva e illustratrice che si chiama Cecilia Valagussa, con la quale ho collaborato, anche in forma intensiva, per diversi periodi dell’anno, elaborando produzioni e performance…

…lavoravate a distanza?

Solo in parte. Cecilia vive a Bologna, ma per due lunghi periodi è venuta in Nepal dove abbiamo lavorato a due spettacoli. I nostri sono spettacoli che integrano il teatro delle ombre…

Fossick Project (Marta Del Grandi e Cecilia Valagussa)

…si, ho visto alcuni video, il Fossick Project. C’è molto teatro di figura, ombre, protocinema, suggestioni molto interessanti. Mi interessava capire come viene integrato il tuo lavoro di scrittura musicale e vocale, con quello delle immagini…

È stata una salvezza, perché tutto è accaduto in un momento in cui ero molto bloccata a livello di scrittura, dopo l’esperienza con Martarosa. Dopo essermene andata dal Belgio quel progetto è finito e a livello di scrittura ero in mezzo ad una transizione complessa. Lavorando con Cecilia, l’ispirazione non manca mai. Lei è un po’ un vulcano di idee, immagini, visioni. Negli anni ho capito che questo aspetto mi aiuta molto. Lavorare alla sonorizzazione di un’idea visuale. È stato in quel momento che ho capito di dover produrre con un computer e con un software. Di fatto io non sono una strumentista. Il mio strumento è la voce. Suono il piano, non troppo bene e la chitarra la suono decentemente. Rispetto ad uno strumentista che ha estrema libertà sulla tastiera, io non ho lo stesso tipo di possibilità. Il computer mi ha consentito di uscire da alcuni cliché, per sviluppare molteplici possibilità. Il mio approccio è intuitivo e nella produzione sonora degli spettacoli avevamo bisogno di una varietà molto ampia. Faccio anche sampling. Uso anche tecniche poco ortodosse e mi servo dello smartphone per campionare, magari un purista storcerebbe il naso…

…mi sembra in realtà molto interessante, un approccio più diretto e forse anche organico al dispositivo…

…si, assolutamente, soprattutto se penso alle mie influenze di quando ero molto più giovane, come per esempio le Cocorosie.  

In questo senso mi interessava capire come paesi così diversi con cui tu hai stabilito una relazione personale e creativa, abbiano in qualche modo innestato elementi culturali, che riguardano anche la tradizione musicale.

Diciamo che a livello culturale queste esperienze gradualmente hanno confermato una certezza che io non posso capire. L’aspetto che ho maggiormente compreso è che io non posso capire. Il Nepal, in termini sociali, è molto più simile all’Italia, mentre in Belgio non riuscivo a capire molto bene le dinamiche e le interazioni sociali. In Nepal è immediatamente più semplice entrare in relazione con le persone e capirsi. Più vai avanti più ti rendi conto di enormi differenze culturali, molto profonde, che io non sono in grado di comprendere. Tra l’altro, ho scritto una tesi finale che metteva in parallelo la struttura di alcuni Raga Indiani con le scale modali jazzistiche. Ho studiato anche alcuni esperimenti desunti dalla collaborazione di Jazzisti con musicisti della tradizione classica indiana. Alcuni di loro hanno fatto ricerche approfondite che sono durate molti anni. A livello sonoro ed espressivo mi interessa molto, anche per l’approccio meditativo al metodo di studio e alla prassi, ma ho sempre fatto molta fatica ad assimilare personalmente tutto questo in una forma collaborativa. Andare in profondità è molto difficile. Anche con Fossick Project c’è stato un tentativo in questo senso, durante una residenza in Rajasthan, dove c’è una tradizione legata al teatro delle marionette. In questa forma c’è sempre un musicista in scena. Li abbiamo visti e grazie ai curatori, abbiamo incontrato i musicisti e l’attore, con il permesso di registrare le cose che facevano. Parte di quelle registrazioni sono diventate un sample che si è integrato nei nostri spettacoli. Siamo entrate in contatto con quella cultura, abbiamo fatto molte residenze, tra Nepal, India e Thailandia. Ovunque andavamo, Cecilia è riuscita a fare degli sketch, assimilare alcuni aspetti di cultura tradizionale locale e poi rielaborarli. Nella musica questa cosa è meno visibile, tranne forse nei sample, anche quelli dove catturo suoni di animali. Da qualche parte, in profondità, ci sono sicuramente altri elementi, ma non li ho notati in modo evidente.

Marta del Grandi – Taller Than His Shadow

Prima di parlare del nuovo album, mi piaceva soffermarmi su “Taller than his shadow”, il brevissimo brano che introduce il disco, parte della colonna sonora di “Radical Landscapes”, il documentario found footage di Elettra Fiumi, ispirato all’esperienza fiorentina del padre Fabrizio e del movimento radicale di architettura e design. Come mai hai utilizzato quel brano e soprattutto, rispetto al concept dell’album era stato concepito prima?

Il brano l’ho scritto durante il primo lockdown. Ho conosciuto Elettra due anni prima, avevamo partecipato ad un evento realizzato allo Space Electronic di Firenze, una celebrazione-revival di quello che era stato lo Space. Non conoscevo il Gruppo 9999, un po’ di più i Superstudio, perché provengo da una famiglia vicina all’architettura. Il loro approccio visionario mi è piaciuto subito e chissà, se li avessimo ascoltati, forse saremmo messi un po’ meglio. La collaborazione era come Fossick Project, tant’è Cecilia ha realizzato anche alcune parti visive per il film, che ancora non è uscito. Elettra voleva che aiutassimo a sviluppare il lato emotivo, legato alla relazione con il padre. Il documentario è in particolare sulla figura di Fabrizio Fiumi. Voleva una canzone che parlasse di lui come persona. Ha quindi condiviso materiali personali che ci hanno consentito di far nascere questa piccola canzone. Un piccolo, strano, interludio che non ha un metro ben preciso, inizialmente suonato con la chitarra e che nel film è presente in una versione diversa rispetto al disco. Proprio in quel periodo mettevo insieme i pezzi per “Until we fossilize”. Un lavoro in quel momento difficile e faticoso, perché ancora non avevo un’etichetta di riferimento. Ho scelto quindi dei brani molto vecchi, come “Totally fine” e “Lullaby firefly”. Altri che erano stati scritti originariamente per Fossick Project, altri ancora che appartenevano a momenti diversi. Alla fine, quando stavo chiudendo tutto, ho pensato che avrei voluto inserire anche “Taller than his shadow”. Ho prodotto una versione molto diversa, dark ambient se vuoi. Quasi una intro di questo racconto che è “Until we fossilize”…

…ecco, mi sembra che pur nella provenienza diversa dei brani, tu gli abbia dato una forma complessiva concettuale, abbastanza forte…

Il lavoro fondamentale da fare era proprio questo. Vengo da un’esperienza molto eclettica, io stessa mi trovo a combattere con questa natura che tende in quella direzione. Per me è sempre molto importante a livello creativo non fare sempre la stessa cosa e trovare modi espressivi diversi. La forma canzone, per esempio è una tavolozza interessante. Mi piace la dimensione più tradizionale, ma credo sia bellissimo sperimentare con modi e forme diverse. La produzione è stato il momento più importante, è quella che ha dato un senso al disco.

 E come sei arrivata alla Fire Records?

A un certo punto ho cominciato a lavorare con Jacopo Beta, dell’agenzia Hangar Booking. In quel periodo lavorava per il Linecheck – Music Meeting and Festival di Milano, e aveva selezionato il mio progetto per uno showcase di progetti emergenti che non erano stati pubblicati. Ho inviato alcune demo non finite e registrate in modalità molto DIY. Molto colpito dai brani, mi ha proposto di partecipare e abbiamo fatto questo showcase online davanti ad una sala vuota. Per il live avevo messo insieme un trio di musicisti che tra l’altro suoneranno con me il 25 di marzo in Sala Vanni, oltre a me quindi c’erano e ci saranno la violista e sound designer Federica Furlani e la cantante Gaya Misrachi che suona anche il synth. Gaia l’ho conosciuta in Nepal, ho ascoltato le cose che faceva e l’impostazione vocale mi sembrava molto compatibile con la mia. Al mio fianco avevo bisogno di una cantante che lo fosse per davvero, ovvero non una corista o una polistrumentista, ma una cantante che avesse una sua espressione e una forza vocale. La sinergia in trio ha funzionato molto bene. Da quel live ho cominciato a collaborare in modo più specifico con Jacopo e proprio con me ha provato a intraprendere un nuovo percorso di management, da un certo punto di vista una cosa nuova per entrambi. È proprio lui che ha cominciato a inviare le demo alle etichette. Sin da subito è stato molto ambizioso e ha inviato il materiale quasi esclusivamente ad etichette statunitensi e inglesi. Da un certo punto di vista, al di là dei legittimi sogni di ciascuno, è davvero improbabile che ad un’artista del sud dell’Europa, capiti di dover pubblicare il primo disco con un’etichetta di rilievo del panorama alternativo internazionale. Al contrario è stato davvero sorprendente che l’offerta concreta da parte di Fire Records sia arrivata la settimana dopo aver concluso questi mix. Ci ha dimostrato grande entusiasmo sin da subito per il risultato, così come era. Io avevo fatto tutto da sola, senza le indicazioni di un’etichetta. Al di là di questo, il lavoro con Shahzad Ismaily è stato davvero determinante. È un musicista rispettato in tutto il mondo per il suo talento. Ha suonato con Marc Ribot, Bill Frisell, ha collaborato anche con Laurie Anderson. Ha fatto anche il live streaming con Bob Dylan, proprio l’anno scorso. Collabora poi con Bon Iver, Damien Rice e molti altri artisti di grande livello. Lascia un’impronta sulla musica su cui mette le mani. Nonostante abbia fatto personalmente la produzione del disco, il mix e la direzione che lui mi ha dato è stata molto importante. Inoltre ha suonato anche le batterie…

…è molto interessante quello che dici. C’è un tipo di equilibrio molto raro nel tuo disco, un suono complessivo per certi versi inafferrabile, capace di elaborare vicinanza con elementi più organici e concreti. Una forma di elettronica invisibile che si contamina con altri elementi. Come hai raggiunto questo risultato in termini tecnici e creativi lavorando a distanza e quanto è stato importante il contributo di Shahzad Ismaily?

Bella domanda. Non so come sia successo. I brani provenivano da momenti diversi della mia vita. Il repertorio era quindi molto variegato per come lo sentivo. Ho fatto anche molta fatica per capire come avrei registrato questo disco. Come per le altre esperienze pensavo che sarei andata una settimana in studio con una band, sicuramente con Federica e con altri musicisti tra cui un batterista londinese. Era la fine del 2020 e durante il lockdown era del tutto impensabile. Era quindi altrettanto impensabile che in quella settimana sarei riuscita a coinvolgere un bassista per tirar fuori il suono che volevo, senza dover cambiare la natura del musicista che veniva in sala. Ho lavorato a Milano in quel periodo e durante il lockdown non ho visto nessuno, tranne Federica che è un’amica decennale. Flavia Massimo, violoncellista abruzzese, altra cara amica, la volevo per la registrazione dei violoncelli. Pensavamo di registrare insieme almeno questi due strumenti. Sono arrivate la seconda e la terza ondata del Covid 19 e Flavia non poteva spostarsi dall’Abruzzo. Abbiamo allora registrato tutto da remoto. Io ho fatto alcune pre-produzioni su Ableton con strumenti midi. Il tutto con un’esperienza di arrangiamento del tutto teorica, legata ai miei studi e un approccio empirico per lo più connesso all’ascolto degli archi, non alla prassi. Ho quindi registrato le tracce midi di guida, Flavia e Federica hanno registrato le loro parti e insieme a Davide Tessari, fonico e live engineer milanese, abbiamo registrato altri strumenti tra cui il pianoforte, le chitarre, infine le voci, che ho registrato in parte a casa e le restanti in studio con lui. Avevo una deadline precisissima con Shahzad, che era ovviamente impegnatissimo. Per quel giorno avrei dovuto finito tutto senza sgarrare. Eravamo in Skype Call, lui ha registrato le batterie e il moog su “Shy Heart”. Ha rispettato molto la mia idea di arrangiamento, incoraggiandomi a mantenerla. Per gli export ho capitalizzato l’esperienza fatta con Howie B., il noto produttore, con il quale ho collaborato per Fossick Project e con cui collaborerò di nuovo proprio per un disco a nome del progetto.
Il mix è stato fatto in live streaming, un’esperienza bella e molto strana…

Marta del Grandi, foto di Valentina Sommariva

…strana ma interessante, sicuramente una prassi che ha accomunato molti musicisti in questi due anni, ma che nel tuo caso mi sembra complessa e stimolante, anche in termini di risultato. “Until we fossilize” è infatti un progetto ricco di registri e un’esperienza sonora liberatoria. Tutto il contrario della claustrofobia dell’isolamento. Un risultato miracoloso, se posso dirlo…

Ti ringrazio molto. Effettivamente miracoloso. Poteva essere anche un disastro (n.d.a. ridiamo). C’è anche un buon livello di fortuna. La fortuna di lavorare con musicisti molto bravi. Di poter lavorare con Shahzad. E anche con Fire, molto rispettosa di quell’idea. E alla fine con un master engineer che ha rispettato il progetto. Non ha fatto un’azione molto forte sul risultato sonoro. Ma vorrei anche dire che questa modalità di lavoro mi è piaciuta molto alla fine e quindi il prossimo disco, in parte, credo che lo farò in questo modo. Sto cominciando a registrare alcune cose adesso, altre le registrerò in seguito, con l’idea che alla fine di ottobre/novembre 2022 arrivi a quadrare l’intero progetto.

È sempre difficile parlare di un album in termini estetici con chi lo ha creato, questo perché l’ascolto attiva processi, anche a ritroso, che non sono necessariamente sovrapponibili a quelli della creazione. In ogni caso vorrei tentare alcune strade. La prima è quella tematica, mi pare che morfologia della superficie terrestre, mitologia e in forma laterale, pensiero ecologico, siano al centro del tuo discorso poetico. Come mai?

Sicuramente per via di Fossick Project. Questa collaborazione è nata per il modo in cui entrambe parlavamo di animali, dalle illustrazioni di Cecilia alle canzoni che avevo scritto in quel periodo. Io lo facevo con i suoni, lei con le immagini. Poteva quindi essere un discorso comune. Partendo da questa condivisione abbiamo focalizzato una tematica più precisa, quella degli animali in estinzione. Abbiamo scoperto anche specie non molto conosciute. Il pangolino, per esempio, che è diventato conosciuto in seguito per le vicende che tutti sappiamo. Altre come l’Otarda indiana, un uccello del deserto, il Gatto Pescatore, che è un gatto selvatico. Ispirazioni che abbiamo confrontato con biologi, esperti che lavoravano con le specie in via di estinzione e alla fine tutto riconduceva alla questione ambientale. Bracconaggio a parte, molti animali rischiano l’estinzione per una questione di habitat. Il surriscaldamento che sta eliminando le zone umide è alla base di tutto ciò. Considerato che l’argomento a un certo punto è diventato predominante anche nell’agenda politica mondiale, come artisti si può scegliere di parlarne o meno. Pensavo di aver scelto di non farlo, poi alla fine mi sono accorta di averlo fatto.

Si sono d’accordo, ma credo anche che sia interessante capire, nel caso della tua musica, se al di là delle liriche, sia presente una dimensione morfologica che affronti a livello vocale, cioè se questi cambiamenti anche traumatici della natura, informano la tua tecnica vocale in qualche modo. Te lo chiedo perché la tua vocalità è cristallina e incredibilmente profonda, ma anche molto duttile…

Molto interessante la tua domanda. Non ci avevo mai pensato, ma credo di sì. L’idea della voce come strumento, che è alla base del mio modo di cantare credo sia il nocciolo della questione. Ho ascoltato molti cantanti. Ho ascoltato molta musica vocale, tra cui molti esempi di vocalità estesa. Penso a Meredith Monk, ma anche ad artisti più giovani. Ho provato durante gli studi a sperimentare quelle tecniche, suoni profondi e gutturali, dove se abbassi la laringe, trovi altre vie. Conosco poco di quella tecnica, per me è una questione del tutto intuitiva, ma quando ero adolescente ho studiato con una cantante, Tatiana Corra, albanese ma di stanza a Torino. Nessuno la conosce perché è una cantante lirica scappata dalla guerra in Albania e che concluse in quell’occasione la sua carriera operistica, ma è davvero una cantante incredibile. Mi ha insegnato a usare la voce come se fosse un armadietto con molteplici cassetti da aprire. Ho sempre concepito la voce in questo modo, per questo mi viene da pensare che la vocalità estesa condivida questo aspetto che ti consente di scendere e di salire, dai suoni più gutturali a quelli più aerei. Se parliamo di morfologia della terra, in base anche alla domanda che mi hai fatto, ho bisogno di trovare immagini che risveglino un istinto poetico. I fossili marini sulle montagne, gli uccelli che si sentono intrappolati nel loro habitat e altre storie che racconto in “Until we fossilize”, sono elementi che scaturiscono da una necessità di esprimere le varie ondulazioni vocalmente.

Marta Del Grandi – Amethyst. Video diretto da Rishi Jha

Interessante. C’è allora una geografia di luoghi che è legata ai brani? Non importa che questi luoghi siano legati o meno all’esperienza diretta, ma capire se c’è una geografia specifica.

L’ispirazione è molto visiva come ti ho detto. Anche se in alcuni luoghi non ci sono stata, devo trovare dei riferimenti visivi per parlarne. Lo stesso vale per gli animali in via di estinzione che ovviamente non abbiamo “visto”. Li puoi studiare, puoi trovare riferimenti narrativi e poetici. La mitologia è un racconto dove troviamo già tutto. Gli archetipi sono tutti condensati nei miti e penso che questo sia così anche per la descrizione dei luoghi.

Nella scrittura dei testi invece? Considerato che per te è fondamentale il lavoro fonetico, scavi molto per fare in modo che la parola assecondi il tuo percorso vocale?

Penso di sì. Anche se la scrittura del testo è per me una prassi molto veloce. O mi vengono in mente frasi già musicate, oppure può succedere che io scriva su un quaderno parole o frasi che mi piacciono. Quando scrivo la musica, vado a vedere se in quegli appunti c’è qualcosa che potrebbe essere adatto.  Talvolta invece scrivo musica e cerco di capire che cosa mi dice. C’è una grande differenza con Martarosa, prima non ero esigente. In Martarosa ci sono secondo me molte cose sbagliate, a partire da termini non appropriati e anche alcuni errori di pronuncia. Prima di registrare le voci definitive per “Until we fossilize” e dopo una revisione attenta dei testi anche in termini di forma grammaticale, ho inviato i testi con sinossi e spiegazioni ad un’amica scozzese che è una scrittrice. Insieme abbiamo rivisto alcune cose in base ai suoi suggerimenti. Nel momento in cui ti vuoi rivolgere all’arena internazionale, non possono esserci errori. La vedo così. Un grande limite della musica europea che sceglie l’inglese è il rapporto con il pubblico madrelingua, a prescindere dal fatto che alla lingua inglese sia accaduto di tutto.

A proposito di immagini, hai già pubblicato numerosi videoclip da “Until we fossilize”. Sono tutti belli. Uno dei miei preferiti è Shy Heart, dove hai collaborato con il collettivo Ratavöloira, talentuosi filmmakers torinesi. Insieme a loro le animazioni live di Cecilia Valagussa. Trovo sia un video molto interessante, perché incorpora la stessa performance, ma non è la semplice documentazione di un evento.  Ci puoi raccontare come e dove avete lavorato al video?

“Shy Heart” era in origine un brano di Fossick Project in cui c’è un gatto, quello che vedi nell’animazione live. È una storia che ho scritto quando quotidianamente assistevamo agli incendi australiani, con immagini di animali che scappavano dal fuoco. Quando “Shy heart”, che in termini di forma canzone è il brano più forte del disco, è stato scelto come singolo, Natalia, una ragazza che lavora nella divisione publishing di Fire e che si occupa anche di identità visiva, mi permesso di capire che cosa volevamo fare visivamente. Io le avevo parlato dello spettacolo fatto con Cecilia e del teatro delle ombre, e lei da subito mi ha detto che questa era l’idea più forte, con l’ipotesi che la live session stessa poteva essere il centro del video. Dopo questi primi stimoli, ho pensato al piano sequenza come forma per sviluppare il video, un approccio differente da “Amethyst”, clip diretta da mio marito, dove il montaggio è fondamentale e molto presente. Ho quindi pensato ad un operatore steadicam, e ho coinvolto Miha Sagadin, filmmaker torinese che ha scritto uno storyboard, basato su la location di Cascina Caremma che appartiene a un mio famigliare ed è situata nella zona del Parco Sud Ticino. Il percorso che parte dall’albero, svela il gatto, l’animazione e infine chi la anima è la storia circolare che vedi nel video.

Marta Del Grandi – Shy Heart – Illustrazioni e live animation di Cecilia Valagussa
Operatore Steadicam Miha Sagadin / DOP Luca Pescaglini

Molto bello anche “Somebody New”, diretto, filmato e montato dal fotografo Andrea Luporini. Mi pare che qui Luporini crei una versione in movimento delle stratificazioni elaborate con Mohammed Tabassi, in “A garden eventually”, dove si fondono diverse visioni sui fiori per rappresentare la propria interiorità. Qui mi pare ci sia un’espansione più ampia. Mi sono chiesto se ci fosse un’intenzione simile, cioè la tua interiorità attraverso l’esperienza della natura e il modo in cui la elabori con i movimenti coreografati?

Si. Grazie davvero per questa considerazione che hai fatto. Andrea è un artista incredibile secondo me, noi ci conosciamo da tanti anni. Lui ha realizzato anche l’artwork di “Invertebrates” per Martarosa, e quando ho pensato a quella per “Until we fossilize” l’ho nuovamente coinvolto per le foto della cover, che sono quelle scattate nelle cave di Massa Carrara. Ritratti, quindi semplici, ma potentissimi. Conosco bene il suo lavoro con i fiori e anche il processo creativo che l’ha portato in quella direzione. Crea spesso qualcosa di inedito, qualcosa di nuovo, a metà tra natura, ambiente e uomo. Anche per il video di “Somebody New”, lui ha cercato di creare questa condizione. La prima è una location in studio, un backdrop nero dove abbiamo integrato i movimenti di due danzatori che interagiscono con riflessi e giochi di luce. Volevamo visualizzare il senso del brano, che parla di scoperta identitaria in termini evolutivi e non apparenti. La seconda location è esterna, nel giardino di Andrea, dove è stato usato un normalissimo faretto che è stato mosso in modo semplice, ma assai preciso, dopo un lavoro preparatorio fatto dallo stesso Andrea. Il risultato è quello che vedi, dove le piante del giardino sembrano dei coralli o comunque piante di un paesaggio marino. Con la mia presenza si aggiunge un senso di mutazione e metamorfosi, in mezzo a questa selva particolare.

È molto interessante e anche molto forte la dimensione performativa nei tuoi video. È forse la caratteristica che più di tutte li accomuna. Mettere in gioco il movimento e anche la danza in un certo senso, come controparte visuale del tuo lavoro sulla voce. Trasponi questo elemento anche nei tuoi live?

Io ho sempre usato molto le mani per esprimermi sul palco. Ma riguarda la mia storia di quando cantavo e basta. Adesso suono anche la chitarra e la libertà di movimento è ridotta. Sicuramente nei brani in cui non suono la chitarra oppure in “Lullaby Firefly” che è un solo voce, penso che si materializzi ed esca questa mia necessità di esprimermi con le mani.

In termini di line-up e live-set cosa dobbiamo aspettarci dal live del 25 marzo in Sala Vanni a Firenze?

In Sala Vanni saremo in trio come ti dicevo prima. Suoneremo i brani di “Until We fossilize”, ma anche un brano tratto dal disco di Martarosa. È un set che portiamo in giro da quando abbiamo debuttato a settembre a Jazz:Re:Found, fino a farlo diventare il più convincente possibile e anche essenziale. Non c’è una sezione ritmica, tranne dei beats programmati e dei bassi synth.

C’è in programma un tour legato all’attività di Fire e quindi concepito per i paesi anglofoni?

Sono stata per una serie di eventi showcase a South by Southwest, tra cui uno che era il Fire Records official Showcase, molto bello dove ho conosciuto musicisti americani e inglesi che non conoscevo, in particolare due del roster fire che sono Lucy Gooch e Marina Allen, con cui è stato molto bello scambiare esperienze. Fire è molto più forte ovviamente sul territorio inglese, infatti ho fatto un tour a novembre, in supporto a Brigid Mae Power e Marina Allen, e si sta parlando di fare un tour in Inghilterra entro la fine dell’anno. Questo succederà, come succederanno anche altre cose europee. Ho un agente in Francia e uno in Germania, con cui stiamo collaborando da qualche mese e che mi consentiranno di sviluppare un pubblico anche in quei paesi, perché ho ottenuto buone recensioni e anche diversi airplay in radio. 

Michele Faggi
Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip ed è un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.

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