sabato, Novembre 27, 2021

Caravanserai – Feral: la recensione

È un’enciclopedia albionica il full lenght di debutto dei Caravanserai, un lavoro stratificatissimo che ha occupato due anni di lavorazione e l’utilizzo di una strumentazione ricchissima, tra orchestre full range, la post produzione di duecento voci, l’impiego di quasi cento chitarre, insomma una bella esibizione di potenza per una band che è attiva dal 2008 e che ha dalla sua una lunga esperienza live a fianco di artisti come Brunori Sas, The Niro, Adriano Viterbini e moltissimi altri. Il mood è quello di una certa psichedelia pop, innervata da derive prog, e da un’impostazione orchestrale che in parte fa pensare ai Church di Starfish ma anche ai Mercury Rev più magniloquenti, questo per dire che se la misura e l’economia di mezzi non è contemplata dalla band veneta, Feral dimostra un certo controllo dei mezzi e la ricerca di sonorità precise, ad evitare qualsiasi forma di sconfinamento, a favore di modelli che hanno fatto della raffinatezza un modus operandi. A far da padrone, oltre agli archi, è il piano di Jacopo Mazzer, vera forza propulsiva e trade union tra i modelli anglofoni di riferimento e il recupero di quel romanticismo neoclassico che tanto aveva influenzato alcuni alfieri del progressive inglese degli anni settanta.

Caravanserai, Making of Feral

Bruno Martini
Bruno: una laurea in scienze politiche, musica italiana tra gli ascolti principali, e un amore viscerale per tutte le british invasion

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