Cumino – Pockets: la recensione

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Sapessi com’è strano sentirsi ambient a Milano. I Cumino, italianissimi e a costo zero (per gli ascoltatori, dato che i loro dischi sono in download gratuito nel loro sito ufficiale), tengono unite le strade dell’acustica e dell’elettronica, quiete come i navigli.

L’ascolto non vibra alla Mogwai: più che alti e bassi, vi sono ‘moderazioni’ diffuse. L’armonia non cede mai ai bassi istinti di schitarrate incontrollabili: segue più un esercizio di stile e di disciplina che neppure i Telephone Tel Aviv hanno mai seguito. Atlas e Fields seguono un percorso curiosamente simile. Le altre tracce si lasciano andare a percussioni urban, con qualche inserto elettronico alla RatatatTwo Spheres include anche la club music, come se un fan di Brian Eno passasse davanti a una discoteca e ne imitasse, con piccoli elementi, le sonorità. Veins aggiunge qualche accordo in più alle strutture classica, in uno strano mix.

Per quanto si possa specificare il percorso di ogni pezzo, sono tutti legati alla stessa storia: Luca Vicenzi e Davide Cappelletti hanno trovato la loro quadratura del cerchio, in uno spazio minimo ma funzionale. Come un prodotto ben congegnato e collaudato, non fanno scherzi: dritta è la via, e i Cumino la percorrono a velocità di crociera, senza possibilità di sbagliare strada.