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La scrittura e la regia di "Ted Bundy" non supportano la prova di Zac Efron e mal gestiscono la complessità del carattere, tra fascino e bellezza mortale. In sala dal 9 maggio grazie a Notorious Pictures 

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Ted Bundy, il fascino criminale di Zac Efron

[Leggi anche la recensione in anteprima di Francesca Fazioli: Ted Bundy, Fascino Criminale]

Ted Bundy – Il fascino del male funziona in proporzione agli sforzi interpretativi di Zac Efron. Il film direziona la storia del criminale seguendo il ruolo della sua bellezza nella relazione con le vittime. Per questo l’attore risponde a una scelta di casting perfetta: per comunicare la capacità di Bundy di sopraffare i personaggi femminili Efron – divo dal seguito fidelizzato – gioca con il suo autoconsapevole fascino e intensifica a livello meta testuale la linea tematica che ragiona sulla bellezza mortale del serial killer; la sua prestazione è ipnotica senza mai risultare troppo alienata, connota il film e gli dona un senso di esistenza; smuove persino le voci nell’attualità e riceve querele, riportando (inconsapevolmente?) al contemporaneo scevro di serial killer (ma non di violenza domestica) la natura estetica della sindrome di Stoccolma.

L’attore non solo si rivela capace, al netto della conoscenza dei fatti, di annebbiare per qualche momento le certezze sulla colpevolezza del suo personaggio o almeno di rimandarle a ripetizione grazie alla dolcezza del proprio sguardo, alla gestione del proprio linguaggio retorico; riesce anche a risemantizzare il proprio corpo di padre affettuoso diventando predatore.

La scrittura e la regia però non supportano la prova dell’attore e mal gestiscono la complessità del carattere, perché prima scelgono una modalità di rappresentazione della sua storia criminale e poi la contraddicono, cedendo al peggiore biografismo informativo.

Anche se Efron riesce a catturare la scheggia narcisistica del killer, il film spreca quanto conquistato in solitaria dal suo attore e perde il soggetto, cercando di catturarlo secondo le modalità sbagliate: Manson evade dalla narrazione mentre questa si distrae in un’operazione di continua aggettivizione.

Nel tentativo di fotografarne la psicologia e il carattere attraverso la descrizione delle sue azioni, piuttosto che l’enunciazione visiva dei suoi reati, la storia infatti persegue il tentativo di amplificare la crudeltà dei dati mortuari mediante la loro negazione visuale. L’intuizione di spostare l’attenzione sulla natura assassina e voyeuristica dell’immaginazione (noi vogliamo vedere a tutti costi il sangue, non ci interessa del dolore delle vittime, siamo ipnotizzati), ignorando e quindi intensificando la necessità del corridoio visivo, è interessante, ma completamente annullata dalla contraddizione del finale esplicativo.

Il senso della narrazione racchiuso nella rappresentazione psicologica di Efron è annullato dal ribaltamento dell’intuizione visiva nel suo contrario. Il film, teso per tutta la sua durata alla negazione della visione del reato, cede nel didascalismo da storia nera, rappresenta e perde tutto il significato. È questo il difetto più grande di Ted Bundy – Il fascino del male, assieme all’incapacità di riflettere con ordine sul peso della narrazione mediatica nei processi giudiziari.

Resta la prova di Efron, così sporgente dal bordo dello schermo, e la riuscita monodimensionalità dei personaggi femminili, spiegabile per la natura ridimensionante della relazione con il carnefice. La loro caratterizzazione chiude un cerchio che parte dalle affabulazioni dell’uomo e muore nello sguardo di donne appiattite da una sindrome de-soggettivante, trasmessa da attrici costrette a prove di superficie, tutte calcate per essere dimostrative prove viventi, prive di eterogeneità espressiva, dell’azione mostruosa del killer affascinante.

Joe Berlinger
Ted Bundy - fascino criminale
USA - 2019

Con Zac Efron, Lily Collins, Kaya Scodelario, John Malkovich, Jim Parsons, Jeffrey Donovan
Titolo originale Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile

 

Leonardo Strano

Leonardo Strano

Leonardo Strano studia Filosofia e scrive di cinema e serie tv. Il suo primo film è stato "Spirit - Cavallo Selvaggio", ama il jazz, la pizza e il cinema noir e deve smetterla di parlare in terza persona