lunedì, Settembre 28, 2020

Il sapore del riso al tè verde di Ozu Yasujiro

Alle occasioni d’incontro davanti al cibo, là dove incontrarsi è sempre più raro, la propria casa, Ozu affida una grande carica metaforica, e lo fa con il garbo sommesso che lo distingue, guidandoci in una visione che scorre con il tono piano della vita di tutti i giorni, dove sembra che nulla accada che valga la pena di essere raccontato.
Ozu invece ce lo racconta, e mentre l’uomo di tutte le stagioni ci passa davanti, anche una ciotola di riso al té verde può dirci molto.

“Guarda, Fumi, il tuo padrone, mangia come un cane!” Fumi è la servetta e chi parla è Mokichi, donna altera, viziata, mai stata in cucina, non sa neanche dove siano le stoviglie. E’ stanca del marito, ne parla alle amiche con una punta di disprezzo, lo considera un sempliciotto, è di origine contadina mentre lei è cittadina, e quel tè verde unito al riso che lui adora le è davvero insopportabile. Si erano sposati con un matrimonio combinato, pratica un tempo accettata come una legge di natura, ma ora le giovani generazioni (vedi la nipote Setsuko nella sotto trama del testo) cominciano a ribellarsi.

Mokichi a suo tempo ha rispettato le regole, il marito le ha permesso una vita agiata, servitù, bella casa, tempo libero da passare alle terme con le amiche. Taeko Satake, il marito, è un uomo paziente, gran lavoratore, il giorno in cui il direttore gli ordina di partire da un momento all’altro per l’Uruguay non fa storie, accetta con una rapidità sconvolgente, fa il suo bravo inchino e va a cercare la valigia.

Ma tutto questo è destinato ad esplodere e Ozu lo fa esplodere davanti ad una ciotola di riso al té verde.
In Giappone la cerimonia del té ha un profondo significato spirituale, mira a creare un clima di benessere, armonia e serenità, ma questo abbinamento del té verde al riso, probabilmente nella varietà genmaicha, (“tè verde aromatizzato al riso, miscela a base di foglie e chicchi di riso tostati, creata in Giappone durante la prima guerra mondiale quando il té costava molto e quindi, per aumentarne il volume, veniva mescolato al riso” apprendiamo da leonardo.it) dà fastidio a Mokichi, come può dar fastidio tutto di un marito con cui ci si ritrova a vivere solo perché rigide convenzioni sociali l’hanno imposto.

Ozu ci parla di un rapporto di coppia, lo circonda, come il fulcro di una ghirlanda, con altri rapporti di coppia (l’amica, la nipote) li fa sfrecciare in rapidi flash illuminanti, e nella post-visione ci si ritrova a chiederci: “Ma Ozu ha parlato del Giappone o dell’umanità di tutti i tempi?”

In realtà abbiamo assistito ad un capitolo della comédie humaine, e poca differenza fa se si tratta di riso al tè verde, di spezzatino con patate o di caviale e champagne. L’obiettivo della mdp era posizionato in modo da scrutare con discrezione, uno step dopo l’altro, in impercettibile successione, il crescere della marea. Piccole crepe erano visibili dall’inizio ad uno sguardo attento, ma l’autore vuole anche che non scordiamo mai di essere al cinema, fin dalla prima scena.

Dentro il taxi, infatti, Mokichi e la nipote sul sedile posteriore, lunetta del finestrino dietro le loro teste a dar luce, Setsuko dice che andrà a vedere un film con Jean Marais.

“Ecco il cinema – sembra dire Ozu – ed ecco la vita, chi dei due imita l’altro?”
Davanti ad una ciotola di riso al té verde maturerà la finale presa di coscienza di Mokichi.

La donna capirà che in fondo quel riso è una buona pietanza, che il marito non è poi così imbecille come lei crede, che andare a trafficare in cucina per prepararsi una cena da soli, perché la servetta dorme, non è poi così degradante, anzi, può essere perfino divertente, e che la vita è questa e ci si può anche star bene.

Notizia sconcertante, ma ben comprensibile considerati i tempi, la sceneggiatura risale al ’39 (il film, con opportuni adeguamenti ambientali, fu poi girato nel ‘52) e fu bloccata dalla censura perché la protagonista risultava troppo frivola e i sentimenti descritti troppo individualistici. Inoltre Setsuko, la nipotina che ama giocare a pachinko (una specie di flipper verticale) in un locale in cui si vedono solo uomini, che rifiuta l’incontro combinato con un probabile futuro marito nel teatro kabuki e scappa dallo zio più comprensivo di zia Mokichi, non era un modello da proporre alle candide fanciulle di quei tempi.

Tradizione e modernità si riflettono nell’abbigliamento delle protagoniste, kimono e tailleurs stile Chanel coesistono, Mochiki, la più insofferente, è però anche la più conformista e il suo guardaroba comprende solo meravigliosi kimono. Ozu ci parla di un’età di transizione e di contraddizioni, nel farlo salta a piè pari tutti gli steccati, non c’è conformismo che lo pieghi alle sue ragioni, questo film è rivoluzionario per quei tempi come per i nostri, e lo straordinario finale insegna a tutti il ritorno ad una misura classica della rappresentazione, senza enfasi nè lacrime.

Quelle le racconta Mokichi alle amiche, Ozu ce le risparmia, ma poichè prerogativa dell’uomo in preda a forti emozioni è piangere, allora, per dovere di completezza, preferisce raccontarlo, come in ogni film che si rispetti.
Siamo sempre al cinema, non dimentichiamolo!

Paola Di Giuseppe
Paola Di Giuseppe
Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.

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