Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Indie-eye ha intervistato Małgorzata Szumowska e il suo co-sceneggiatore e direttore della fotografia poche ore prima che "Mug (Twarz)" vincesse il Gran Premio della Giuria a Berlino 68 

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IE: Pani Szumowska, il film unisce due eventi reali: la costruzione della statua del Cristo Re a Świebodzin e il primo trapianto di faccia a livello mondiale, di cui ha beneficiato Grzegorz Galasiński. Lo ha incontrato? Il suo vissuto ha fornito degli spunti per la sceneggiatura?

MS: Certo, l’abbiamo incontrato. Non ha ispirato il film ma ci ha fatto capire l’atteggiamento di una persona che vive un’esperienza del genere. Inoltre, il suo nuovo volto ci ha guidato nell’ideazione del trucco. Gli abbiamo chiesto alcune informazioni, però la nostra storia è molto diversa.

ME: È vero comunque che i media si sono interessati moltissimo al caso, perché la popolazione polacca va fiera di questo primato. Parlare con lui ci ha aiutato a comprendere il lungo periodo di recupero post-operatorio.

IE: Anche Grzegorz ha avuto problemi economici dopo l’operazione?

MS: Sì, è rimasto in ospedale per più di un anno e la mutua statale polacca, detta ‘soz’, non funziona molto bene. Volevamo sottolinearlo.

ME: Inoltre non erano preparati a un evento del genere.

IE: Il tono del film è quello di una favola dark. C’è un legame a livello narrativo tra Twarz e un’altra recente fiaba filmica polacca, “Córki dancingu” (“The Lure”, 2015) di Agnieszka Smoczyńska?

MS: No, credo che i due film siano diversi, ma sono contenta che ci siano registe polacche come Agnieszka che fanno cose davvero notevoli.

IE: Rispetto a “Ciało” (“Body”, 2015), Twarz ripropone un incipit surreale quasi staccato dal resto del film, ma se collegato al finale sembra lanciare un’invettiva chiara contro un Paese, o possiamo dire in generale una società, governata dall’imbecillità. Era il vostro intento?

ME: Sì, anche se non in maniera così netta. È tipico della società polacca avere conflitti al proprio interno. Facciamo un gran casino poi quando le donne scendono in piazza [il riferimento è alla ‘protesta nera’ del 2016 contro il governo e le politiche contrarie all’aborto] ci addormentiamo.

IE: È interessante nella lettura del film non solo lo humour nero, ma anche il fatto che sia stato interamente finanziato e prodotto in Polonia. Quindi non è l’invettiva del filmmaker esule che se la prede col proprio Paese girando altrove.

MS: Confermo: il film è interamente polacco. Si può fare.

IE: Questo significa che non esiste una censura in Polonia? In Twarz la chiesa è trattata molto male, e ricordo il film di Agnieszka Holland dell’anno scorso (“Spoor”), anch’esso polacco, in cui si appicca fuoco a un luogo di culto cattolico.

MS: Al momento è così, per il futuro non posso assicurare nulla. Da appena due mesi c’è un nuovo capo del Polski Instytut Sztuki Filmowej [Radosław Śmigulski, che ha sostituito Magdalena Sroka], quindi è impossibile sapere cosa farà. C’è la volontà da parte del governo [del partito ultraconservatore PiS] di creare un cinema nazionale, stanno stanziando fondi affinché escano film morbidi con la storia polacca. Non si sa ancora se prevedono di lasciare spazio a film come i nostri.

IE: Non è la prima volta che lavorate insieme alla sceneggiatura, e Michał funge anche da direttore della fotografia. Come si è evoluta la vostra collaborazione?

ME: È rimasta sempre la stessa. Partiamo da un’idea, facciamo delle ricerche, tutto si svolge senza problemi e abbastanza in fretta. Siamo cresciuti insieme artisticamente: lavoriamo in maniera onesta, spontanea. Anche se possiamo divergere su alcuni aspetti.

IE: Panie Englert, una domanda tecnica. Il film colpisce per il motivo opposto ad alcune scene di “Citizen Kane” dominate dalla profondità di campo: lei sceglie invece di mettere a fuoco solo un pezzetto di immagine, per poi spostarsi rapidamente verso altre aree dell’inquadratura. Questo per restituirci, fin dall’inizio, il mondo come lo vede Jacek operato. Come ci è riuscito?

ME: Uso delle vecchie lenti. La tecnica è chiamata “tilt and shift” e ricorda la vecchia camera obscura. È del tutto manuale. Un lavoro immane oltre che una scelta radicale e rischiosa, perché bisogna guidare lo sguardo dello spettatore in ogni momento.

IE: Dziękuję bardzo!


 

Simone Buttazzi

Simone Buttazzi

Simone Buttazzi è nato a Bologna nel 1976 e ora vive in Germania. Si è laureato con una tesi sull’immagine-pulsione di Gilles Deleuze e le sue occorrenze cinematografiche. Dal 2002 lavora in campo editoriale come traduttore (dall’inglese e dal tedesco), redattore e consulente. In rete, oltre che su Indie-eye Network scrive per numerose testate di Cinema e Letteratura.