venerdì, Agosto 14, 2020

The Evening Hour di Braden King: recensione

Lo sguardo di Declan Quinn compie una lenta panoramica lungo i monti appalachiani. Dall’altopiano il tempo è quello della contemplazione. Solamente un’esplosione a valle, il cui rumore è attutito dalla distanza, turba lo spazio della natura. La massa rocciosa polverizzata disegna un’improvvisa rottura dell’equilibrio.  É l’unica immagine di “The Evening Hour” che descrive visivamente l’attività mineraria di Harlan County, perché tutto il resto è incorporato nello spirito di un luogo sospeso, inclusi i personaggi usciti dalla penna di Carter Sickels, fantasmi ancorati dal peso gravitazionale di un’economia in decadenza. 

Braden King torna con un cinema fortemente legato al paesaggio a nove anni di distanza da “Here”, stratificando maggiormente il lavoro sui personaggi e mitigando solo in parte lo spirito empirico di quel film. Lo spazio fisico continua a modellare le narrazioni soggettive, per creare una cartografia dell’anima strettamente connessa alla qualità dell’ambiente.

Da una parte lascia che il dialogo plasmi la sostanza delle relazioni, ma è il gesto, spesso frenato o impossibile, a rivelare la dimensione interiore, altrimenti custodita in questi corpi arcaici, chiusi in una temporalità invalicabile. 

Sono gli anziani di famiglia accuditi da Cole Freeman (Philip Ettinger) oppure quelli al margine ricoverati nell’ospizio dove lavora. Un movimento rituale dalla casa al luogo di lavoro che non subisce alcun contraccolpo rilevante, nonostante l’attività parallela di piccolo spaccio che dovrebbe causare un violento squarcio nella realtà. 

Quella ferita è in realtà invisibile, cauterizzata dalle sedimentazioni affettive insinuatesi nell’immutabilità dell’incedere quotidiano. La memoria non apre focolai né si irradia, come se fosse ostacolata da una scorza arborea fusa con l’indifferenza del paesaggio naturale. É una seconda pelle seccata per proteggere rimpianti  e sentimenti insondabili, quelli che Cole sembra soffocare subito dopo l’attraversamento di una luce nei suoi occhi oppure quando un desiderio cerca di farsi strada tra l’impaccio di una postura bloccata. 

La scelta di King è chiarissima e sorprendente nel difficile equilibrio che la messa in scena del possibile richiede. Perché tutti i personaggi di The Evening Hour lottano con il proprio passato nello spazio immutabile di un eterno presente, dove i movimenti, le azioni e persino il climax della violenza sono intrappolati nello spazio di una micro società che si dibatte nella sofferenza, come condizione acquisita. 

Ecco che lo spaccio, l’infrazione delle regole da parte di un uomo fortemente legato alla propria comunità e allo stesso tempo irrimediabilmente sradicato, diventano missione e vicinanza ai più deboli. Cole non vende farmaci oppiacei per il proprio tornaconto, ma per alleviare la vita di anziani abbandonati, amici persi nel gorgo della dipendenza, figure ai margini di un mondo dove non sembra esserci altro al di là delle montagne e della selva naturale. 

La sintassi non è quella del noir, sebbene tutte le figure di “The Evening Hour” siano collocate fuori da un passato invisibile e schiacciante. King percorre una strada opposta, sottrae l’immagine alla seduzione ipertrofica del ritmo come artificio per cercarne uno diverso nella potenzialità dei gesti interrotti e nella costruzione di una drammaturgia che nega lo statuto di polarità in conflitto. 

La condizione dello scontro, al contrario, si crea solamente quando la reiterazione quotidiana viene improvvisamente percepita come anomala, individuata dal piccolo potere del traffico locale di stupefacenti, lo stesso che su larga scala mette in gioco una divisione mascolina del territorio e della società. L’accudimento in quel caso diventa controllo, manipolazione, abuso, tanto da individuare nella stessa fragilità dei corpi quel confine impercettibile tra la vita e la morte. 

Sono i due vecchi che Cole va a trovare regolarmente, immobili sulla soglia di casa, come sentinelle della propria fine; è la fisicità borderline di Stacy Martin, dove l’insaziabile necessità erotica confina con un’assenza dolente; Lili Taylor madre ritornante, le cui premure collidono con un’immagine distante, impalpabile, che abita il cuore di Cole; oppure i nonni che lo hanno cresciuto, fragili come bambini, nel pieno di una fase discendente che King osserva con quell’empatia che è disposizione dell’immagine al silenzio, nel tentativo di uscire dalla vanità letteraria. 

La memoria torna sempre per ferire, spezzare la fissità del presente, introdurre un nuovo grado di realtà. Può essere inscritta nel corpo vivente di una madre che ritorna, oppure ricombinata dal ricordo di un rituale di rinnovamento dello spirito, una violenta celebrazione esorcistica che concretizza l’infanzia di Cole come segnata dal senso di colpa. Solo il riflesso reciproco nei peccati altrui sembra consentire la comprensione del proprio abisso. Palindrome bifronti, le colpe sembrano non avere origine, sfuggendo ad una comprensione risolutiva. In fondo, sembra dirci King, il desiderio può manifestarsi nell’ambito di uno spazio ridotto oppure a perdita d’occhio; nella danza negata ad una donna, il cui movimento quasi incorporeo anela irrimediabilmente verso l’aria o nella visione del paesaggio. 

Immagini dell’eccedenza. 

Michele Faggi
Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi

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