giovedì, Maggio 23, 2024

Perfect Sense – di David Mackenzie: recensione

Presentato al Sundance Film Festival 2011 e nominato per il BAFTA Scotland Award come miglior regia il nuovo film di  David Mackenzie (Young Adam, follia) è di imminente uscita in DVD in Germania e in Inghilterra e ha avuto una recente release digitale negli states nella forma Instant Video a noleggio, di Amazon.com, alla quale seguirà una distribuzione nelle sale prevista per il 10 Febbraio prossimo, mentre per quanto riguarda un’eventuale distribuzione Italiana non si conoscono ancora date certe di uscita.

Sceneggiato dallo scrittore danese Kim Fupz Aakeson, interpretato da Ewan McGregor (Michael) ed Eva Green (Susan) protagonisti assoluti (quelle di Ewen Bremner, Stephen Dillane, Denis Lawson, Connie Nielsen sono brevi ma intense compartecipazioni), sfugge ad una collocazione di genere univoca.

Del thriller apocalittico ha gli ingredienti di base, una pandemia si sta diffondendo a macchia d’olio, privando gradualmente l’umanità dei cinque sensi, a cominciare dall’olfatto, ma Mackenzie vuol andare oltre, c’è, soprattutto, la storia d’amore di Susan e Michael, chef di un ristorante lui, giovane epidemiologa lei, con appartamentino sopra il retro del locale di lui, spesso lì a fumare mentre lei parla al telefono alla finestra e gli lancia l’accendino. Inevitabile solidarietà tra fumatori, si conoscono in quel vecchio quartiere di Glasgow, vicino alle rive del Clyde. In apertura lei guarda giù da un ponte e sputa con rabbia, poi va al lavoro in ospedale, dopo aver passato un po’ di tempo a lanciar pietre nell’acqua, è reduce da una storia di disamore, la spiaggia livida, disseminata di brune concrezioni calcaree simili a menhir, fa da sfondo adeguato. In ospedale c’è un camionista di Glasgow sotto osservazione in camera di isolamento, Susan apprende che ci sono altri 11 casi di contagio a Glasgow, 7 a Aberdeen, 5 a Dundee e 18 a Edimburgo. In tutto il Regno Unito ammontano già a 100 e arrivano continue segnalazioni da Francia, Belgio, Italia e Spagna, e ancora da altri Continenti.

Sembra, però, che le misure per prevenire la trasmissione di microrganismi patogeni da soggetti colonizzati o infetti non siano proprio il centro dei problemi di uno staff in realtà molto sottodimensionato, tre in tutto con Susan, e ben poco somiglianti ai medici in fibrillazione tipici di film su wasteland ecologici e catastrofi urbane. Ci rendiamo subito conto che Mackenzie vuol comunicare altro, la drammaturgia è molto semplice, il montaggio alternato segue senza soprassalti le due vite di Susan e Michael, li fa incontrare, li separa e infine di nuovo li unisce nell’epilogo, mentre intanto li inscrive in una cornice fatta di rapidi tocchi che aprono sull’intero pianeta per registrare la diffusione apocalittica del fenomeno. Tutto scorre con un tempo frenato, che riceve la sua misura minimalista dalla magnifica colonna sonora di Max Richter, i colori sono virati sui toni del bruno, la tendenza é a sottrarre, andando dalla luce al buio.

Non é la finzione narrativa, dunque, a fermare l’attenzione, i sintomi che colpiscono le emozioni prima di sottrarre i sensi, come l’incontrollabile e improvviso bisogno di piangere, la fame implacabile che dà vita a scene di bulimica ossessione o gli scatti incontenibili di rabbia distruttiva, non forniscono pretesti per imbastire scene di massa e far crescere la tensione, c’é piuttosto una singolare freddezza di fronte allo scenario tragico, la fenomenologia del contagio é vissuta attraverso il filtro di Susan e Michael, che s’incontrano proprio su quel limite estremo, entrambi già plasmati a sufficienza dalla vita e dalle reazioni del proprio personale sistema nervoso centrale, quindi distaccati e diffidenti quanto basta, quello che succede intorno sembra non sfiorarli fino a quando non ci saranno dentro anche loro.

Ed é qui che il film entra nel vivo, e non é tanto il risvolto romantico che, pure, ha il suo peso, quanto la carica simbolica che lo sviluppo della storia assume. Ora che la funzione sensoriale del sistema nervoso sta procedendo al suo smantellamento un passo dopo l’altro, ci si accorge quanto fossero complessi i rapporti di corrispondenza fra uomo e ambiente fisico e quanto sottovalutate ne fossero le implicazioni. Si scopre come sia facile trascurare il significato che l’ambiente ha per un individuo attraverso percezione, sentimenti e valori personali, si cerca di ovviare ricorrendo a sinestesie, come nella scena memorabile della violinista che racconta con la musica gli odori perduti, o il trambusto nella cucina di Michael, dove l’eccesso di condimento nei cibi dà vita ad inutili tentativi di sentirne ancora il sapore. E’ una storia tragica, questa, dunque deve concludersi con una catastrofe, ma come ogni tragedia ha la sua catarsi. Mentre tutto il mondo intorno scompare, odori, sapori, immagini e suoni si dissolvono lasciando come mucchietti di cenere al suolo, Susan e Michael si avvicinano sempre più fino a toccarsi. Il contatto fisico, l’ultimo senso, il senso perfetto, per non essere soli e sentire le lacrime sulle guance dell’altro:

“Ora c’è il buio, ma  sento il respiro dell’altro e conosco tutto quello che c’è da conoscere e ho sentito le lacrime su altre guance e uno di fronte all’altro, un corpo vicino all’altro, gli occhi chiusi e senza sapere del mondo intorno.Perchè è così che va avanti la vita, semplicemente.”

Voce fuori campo sullo schermo nero in chiusura, adesso che anche la vista si è spenta.

Mackenzie annulla quella distanza di fuga e quella distanza critica che animali di specie diverse frappongono costantemente fra loro, e che finisce per essere distanza personale e sociale.

In una visione che non ha nulla della metafora edulcorata o dell’appello ad una palingenesi globale, pone sulla scena bellezza e speranza in un ritorno sentito come salvifico al concetto di territorialità, spazio personale dell’uomo, zona che circonda immediatamente l’individuo ed è proiezione dell’io. Questo è il confine più difficile da superare, e Susan e Michael lo superano, il contatto è il senso perfetto e ora non sono più soli.

 

Paola Di Giuseppe
Paola Di Giuseppe
Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.

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